Agorà

LA SCENA IN LUTTO. Moderna come nessun’altra

Roberto Mussapi sabato 12 gennaio 2013
Ero un ragazzino di 16 anni, vederla nel ruolo di Olim­pia nel magico Orlando furioso di Ronconi fu un e­vento, incancellabile, una di quelle apparizioni in cui il teatro ti tatua. Recitava con attori di alto livello, lei si stac­cava, perché straordinariamente diede volto e voce a un per­sonaggio che avevo letto solo sulla pagi­na, e compresi che Olimpia era lei, in­tendo quella immaginata e conosciuta nel pensiero creante da Ariosto. Favorita dai tratti somatici, dalla loro particolarità asciutta ma non spigolosa, pareva pro­prio un personaggio del carillon arioste­sco, nata per apparire e scomparire, per guardare fissamente l’orizzonte come verso una linea immaginaria e forse ine­sistente, come le trame di Ludovico. Confesso che vederla pochi anni dopo al cinema e per di più in film che non ho mai apprezzato, come La classe operaia va in paradiso e Todo modo , mi creò un senso di delusione. Vederla immersa in quel realismo caricaturale mi parve un tradimento. Ero un ragazzo e quindi non ancora in grado di considerare la professione e la professionalità di un attore. Ma presto, superato quel risentimento eccessivo e adole­scenziale, mi accorsi che proprio quella sua presenza d’at­trice fuggente, asentimentale, modernamente e minimali­sticamente ieratica, la rendeva una originale, unica interprete cinematografica. Capace anche di portare comicità e colle­ra a livelli parossistici: era un’attrice nuova di teatro e cine­ma, meglio la sua nuova presenza, piuttosto che il tentati­vo di replicare quella mitica di Alida Valli. Credo che i suoi capolavori siano in scena, a prescindere dal miracolo ronconiano, una scena dove pas­sava da Medea alla Bisbetica domata con un suo particolare naturalismo fiabesco, che nel cinema la vide eccellente con il più consentaneo dei registi in tal senso, Pupi Avati. La sua natura eclettica e il suo na­turale virtuosismo non manierato la con­dussero anche a esperienze a mio parere non necessarie, come quella con Giorgio Gaber; immagino volesse manifestare ul­teriormente una versatilità attoriale com­pleta e priva di pregiudizi. Che immagino corrispondesse al personaggio che descrive chi ha avuto la fortuna di cono­scerla, intensa e mai melodrammatica, mutevole come un artista e solida come un professionista. Era inoltre simpati­ca e il suo volto, fuori dalla scena e dal set, manifestava ca­pacità di riso e improvvisi, malinconici oscuramenti. Alme­no così mi immagino, in parte, l’Olimpia che vidi a 16 anni.