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Siracusa. Lanza Tomasi: «Teatro, il futuro è il mito greco»

Giuseppe Matarazzo mercoledì 18 marzo 2015
«Il teatro è la grande utopia che può, deve salvarci. Di fronte al decadimento che interessa la nostra società, alla perdita di punti di riferimento, di valori, di idee, di cultura, le arti – tutte le arti – possono darci un’altra occasione. E sì, salvarci». Gioacchino Lanza Tomasi, neo sovrintendente dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa (nominato dal ministro Franceschini a dicembre), guarda lontano e prova a vincere la sfiducia, il senso di impotenza, di “irredimibilità” che attraversa la cultura siciliana che ha fatto scuola nel Novecento, e sfatare quel “mito” del “tutto cambia perché nulla cambi” de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, suo padre adottivo (il personaggio di Tancredi è ispirato proprio a lui). «Dobbiamo almeno provarci, a cambiare». Musicologo di fama, scrittore e docente all’università di Palermo, Lanza Tomasi ha una grande carriera nelle istituzioni culturali e teatrali italiane: è stato direttore artistico dell’Accademia Filarmonica Romana, del Teatro Massimo di Palermo, dell’Opera di Roma, sovrintendente del San Carlo di Napoli e per quattro anni ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York. Adesso è il turno di Siracusa. Per rilanciare l’Inda, che per il 51° ciclo degli spettacoli classici metterà in scena, dal 15 maggio al 28 giugno, Le Supplici di Eschilo, Ifigenia in Aulide di Euripide e Medea di Seneca. «Il mio primo impegno è di restituire alle rappresentazioni classiche quella proiezione internazionale che ha avuto negli anni d’oro, puntando a realizzare spettacoli che il pubblico porti con sé a lungo. Riuscire a portare il mondo a Siracusa. E Siracusa nel mondo. Il suo teatro greco, Epidauro a parte, è un luogo unico e magico. Non credo ci sia un’altra sala teatrale che riesca ad accogliere così tanta gente e vendere lo stesso numero di biglietti. C’è un fattore culturale, ma anche economico, di questi tempi assolutamente prioritario: nelle ultime stagioni si sono incassati 3 milioni di euro. Una somma ragguardevole che costituisce una base di partenza importante per pensare produzioni di grandissimo livello da portare poi in giro nel mondo».  Dall’alto della cavea del teatro greco di Siracusa, Lanza Tomasi vede animarsi la scena. Vede i miti del passato rivivere, con le loro storie e il bagaglio di “scoperte” culturali e civili. «I testi antichi riflettono le origini della civiltà, la filosofia, i germogli della democrazia, della giustizia, il primo patto sociale, l’idea e i segni del divino che Platone vedeva nelle arti, come Socrate, secondo cui la poesia non era tecnica ma ispirazione divina, appunto. Poi, il cristianesimo ha offerto la visione spirituale e più avanti, l’illuminismo, il laico Esprit des Lois.  Ma possiamo dire che nella cultura classica c’è già il senso di tutto, ci sono le origini del mondo occidentale». Lo sguardo va così oltre la scena, verso il mare che si intravede al di là del’isolotto di Ortigia e che ha portato nella città aretusea, gloriosa capitale della Magna Grecia, duemila e cinquecento anni fa, poeti, filosofi, matematici e drammaturghi: «Eschilo ha rappresentato qui le sue tragedie. Platone ha soggiornato in questa terra che per il mondo antico era considerata l’America ». E allora «Siracusa può rinascere. L’Inda ha una grande occasione: diventare il punto di riferimento mondiale di un genere unico di teatro all’aperto. Le rappresentazioni classiche rappresentano un’esperienza di identità irripetibile, che riporta in un’altra dimensione. Che può generare quell’effetto irrazionale delle arti che porta all’epifania. Quella sensazione di scoperta che travolge, conquista, coinvolge e si trasforma in mito. Siracusa ha un’incredibile chance».  Per raccoglierla e farla fruttare Lanza Tomasi prova a dare degli input: «Questo è stato un teatro di grandi attori. Ma non di grandi registi. Solo qualche anno fa c’è stato un passaggio forte con Stein e Ronconi. Ma qui, per esempio, non è mai venuto un Visconti». Ci sono altri aspetti non valorizzati forse nella maniera opportuna: coreografie e musica. «Non sappiamo in realtà come fosse la danza e la musica dei greci antichi. È facile pensare condizioni minimaliste, ritmi ripetitivi e costruzioni strofiche. Nel tempo questi aspetti sono stati trascurati o si è cercato di sperimentare, portando per esempio le grandi orchestre, con un effetti straordinari, ma poco centrati nel contesto». Lanza Tomasi pensa poi a una programmazione triennale per poter lavorare al meglio, senza «l’emergenzialità che ha caratterizzato le ultime stagioni. Anche il ciclo che si sta aprendo si sta via via costruendo nelle ultime settimane, con un deficit di tempo dovuto alla fase di commissariamento. Dal prossimo anno dovremmo ragionare su visioni più lunghe e ampie», continua il neosovrintendente,  consapevole delle difficoltà che riguardano i teatri e le fondazioni. Ancor più in una terra, quella siciliana, con gap atavici. «Nel corso degli ultimi decenni i teatri hanno dovuto fare i conti con continui tagli finanziari, problemi contrattuali e interlocutori assenti. Considero gli artisti degli artigiani che non possono essere travolti da una contrattualistica asfissiante e inquadramenti come il ballerino stabile. Le fondazioni sono diventate centri di potere, con gli infermieri messi al posto dei medici. Purtroppo la cultura non ha mai interessato nessuno fra i governanti del nostro Paese. Lo dico senza qualunquismi, ma con concreto realismo». È la vena “verista” che riporta a Verga e al pessimismo di Pirandello e Brancati – scrittori amati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa – che fa capolino anche nel “sognatore” Lanza Tomasi. «Mi rendo conto che fare questi ragionamenti in Sicilia può sembrare pura illusione. L’isola è peggiorata. È andata a picco negli ultimi anni. C’è un decadimento culturale che fa paura. Posso solo sperare che ci sarà una svolta. Purtroppo siamo lontani dalla democrazia americana in cui la maggioranza vota il migliore e non la propria parte. Da noi il patto sociale è saltato, si vota per clientele, per comunità organizzate che gestiscono il consenso. È una democrazia venduta». Non ci rimangono che «le arti». «Il teatro è la grande utopia – chiude Lanza Tomasi –. E dalla cavea del teatro siracusano, lì dove “nasce” la cultura, può partire un nuovo riscatto. Che viene da lontano. E può arrivare lontano».