Agorà

Genova. Con «Miseria e nobiltà» l'opera contemporanea incanta i ragazzi

Pierachille Dolfini giovedì 1 marzo 2018

Una scena di Miseria e nobiltà di Marco Tutino al Teatro Carlo Felice di Genova (Bepi Caroli)

Fa uno strano effetto ascoltare un’opera in prima mondiale come Miseria e nobiltà di Marco Tutino in mezzo a una platea di ragazzi delle scuole medie inferiori. Al Teatro Carlo Felice di Genova, dove ha debuttato in prima assoluta la nuova partitura del compositore milanese (stasera l'ultima replica prima di una possibile ripresa nel 2019 a Salerno) ispirata alla commedia di Eduardo Scarpetta, la pomeridiana di martedì era piena di ragazzi: jeans e felpa, zaino con i libri usati in classe in spalla, patatine e cocacola divorate nell’intervallo sui gradini della platea che, così come ideata da Aldo Rossi, è una piazza sulla quale si affacciano finestre e balconi.

Una sfida non da poco quella di proporre un pezzo di musica contemporanea a chi è abituato a rap e pop e che quando va a teatro ascolta al massimo Rossini o il Donizetti buffo. «Ci ha portato la nostra insegnante di musica. Ci ha spiegato la storia. Poi in classe discuteremo di quello che abbiamo visto, diremo le nostre impressioni» raccontano i ragazzi leggendo la locandina di Miseria e nobiltà. Quando si abbassano le luci l’attesa si avverte. «Guarda, arriva il direttore» e subito l’applauso a Francesco Cilluffo sul podio. Poi silenzio.

Parte la musica. E si apre il sipario. Su un’altra piazza. Una piazza di Napoli nel 1946, nei giorni del referendum tra monarchia e repubblica. L’ha disegnata Tiziano Santi per fare da sfondo alle vicende di don Felice Sciosciammocca (portato al cinema da Totò) che, nella versione di Tutino (e dei librettisti Luca Rossi e Fabio Ceresa) non è più una maschera comica, ma diventa quasi maschera tragica di un mondo guardando il quale si ride di come eravamo e come siamo noi italiani.

Portando la vicenda dalla fine del XIX secolo al 1946 Tutino propone una riflessione sulla democrazia e alla vigilia di un voto, quello di domenica, racconta un'altra consultazione che ha cambiato le sorti dell’Italia. Certo, lo fa con uno sguardo ironico, a volte spietato, specie nel finale quando i nobili decaduti cambiano casacca perché «il vento è girato, cambiate partito» e dunque, gattopardescamente, «cambiamo ogni cosa per non cambiar nulla». Finale amaro, mentre il popolo balla la tarantella. Ma la malinconia è il colore dominante dell’opera di Tuttino che, seppure ispirata a una commedia, si tinge di dramma nelle tinte orchestrali che raccontano la fame e la miseria, gli espedienti per sopravvivere.

Un aspetto che, forse, sfugge ai ragazzi di oggi catturati, però, dalla musica del compositore dove le melodie orecchiabili non mancano, dove il ritmo di danza torna spesso a ritmare l’azione, dove la lezione del Novecento di Puccini, Stravinskij, ma anche del cinema e della canzone popolare si ripresenta in un’abile orchestrazione. I ragazzi rispondono alla grande. Sorridono davanti all’abbuffata di spaghetti, si commuovono quando Bettina consola Peppiniello triste per la lontananza della mamma (che alla fine, si scoprirà essere proprio Bettina). Ben raccontati dalla regia neorealista di Rosetta Cucchi che fa recitare i personaggi (vestiti da Gianluca Falaschi) come in uno spettacolo di prosa.

Cellulari lasciati nello zaino, nessuno squillo a disturbare lo spettacolo durante le due ore di musica. Applausi a scena aperta al momento giusto, a tempo dopo le arie, ma anche a sottolineare i momenti di snodo della vicenda quando il falso moralista del principe Ottavio viene smascherato, quando l’amore tra i giovani Eugenio e Gemma trionfa e quando ritorna l’armonia coniugale tra Felice e la moglie Bettina.

Ovazioni a fine spettacolo con Alessandro Luongo (convincente in scena nei panni di Felice Sciosciammocca) che scalda il pubblico chiamando l’applauso ritmato. Accoglienza festosa per Valentina Mastrangelo (dolente Bettina), Francesca Sartorato (nelle vesti maschili del figlio di Felice, Peppiniello, come nella tradizione mozartiana), Martina Belli (Gemma), Fabrizio Paesano (Eugenio) e Alfonso Antoniozzi (basso comico sullo stile rossiniano nei panni di Don Gaetano). Dal podio Cilluffo conferisce respiro sinfonico agli intermezzi musicali e passo teatrale all’azione tragicomica di Tutino.