Agorà

il film. Il campo minato dell’umanità

ALESSANDRA DE LUCA sabato 19 marzo 2016
Un film di guerra senza la guerra, una riflessione amara, ma anche ricca di speranza, sulle cicatrici che restano alla fine di ogni conflitto, sui corpi ma anche sulle anime di vincitori e vinti, vittime e carnefici. Land of Mine - Sotto la sabbia di Martin Zandv-liet, presentato prima al Festival di Toronto, poi a quello di Roma e distribuito da Notorius nelle nostre sale il prossimo 24 marzo, è un viaggio che conduce i protagonisti dall’odio al perdono, dalla vendetta alla riconciliazione. Una ricerca di un’umanità perduta dopo la guerra, quando c’è il rischio che anche chi ha combattuto i mostri nasconda troppi demoni e zone d’ombra dove i confini tra giusto e sbagliato non sono più così netti. Il film rievoca infatti una pagina sconosciuta e oscura della storia danese, apertasi proprio all’indomani della resa della Germania nazista. All’epoca, spinti dagli inglesi ai quali non si poteva certo dire di no, i danesi utilizzarono i prigionieri di guerra tedeschi per disinnescare due milioni delle loro mine lungo la costa occidentale del paese, il cosiddetto Vallo Atlantico, costruito in previsione di un’invasione della Gran Bretagna, violando di fatto la convenzione di Ginevra che vieta di utilizzare i prigionieri per svolgere lavori forzati o pericolosi. Il divieto venne aggirato trasformando la parola “prigioniero” in “persone arrese volontariamente al nemico”. Circa 2600 uomini, per lo più ragazzi dai 13 ai 18 anni di età appartenenti al Volkssturm, una milizia nazionale istituita da Hitler verso la fine della guerra per arruolare coloro che non erano già al servizio delle forze tedesche, furono costretti a rischiare la vita dal maggio all’ottobre del 1945 e più della metà di loro rimase uccisa o gravemente ferita. Una carneficina di cui più nessuno volle parlare, diventata un vero e proprio tabù in Danimarca, che di fatto commise un crimine di guerra. Per giunta i giovanissimi prigionieri, considerati gli invasori dalla popolazione locale, venivano maltrattati e malnutriti, lavorando senza essere minimamente addestrati al terribile compito che li aspettava. «Si pensava se non erano troppo giovani per combattere, allora non erano troppo gio- vani neppure per ripulire il territorio – dice il regista – ma in realtà questi ragazzi erano davvero troppo giovani per andare in guerra, erano quasi dei bambini. La Danimarca, che dopo la guerra aveva ancora una pessima reputazione, non poté sottrarsi a una decisione presa dalla Gran Bretagna, sarebbe stata una scelta impopolare sia in patria che agli occhi degli alleati. Ma accettando commise un crimine gravissimo di cui non si legge sui libri di scuola. Io l’ho scoperto per caso, facevo delle ricerche su Internet, cercavo una storia interessante sulla Seconda Guerra Mondiale per un film che fosse molto diverso dai miei precedenti. E mi sono imbattuto in quello che avete visto. Non c’è da stupirsi però, ogni paese cerca di dare sempre l’immagine migliore di sé, di raccontare la propria storia ricordando gli eroi e dimenticando le mostruosità. Fino a che qualcuno non le scova». Il regista affronta lo spaventoso fantasma attraverso la storia, di finzione, del sergente Rasmussen (l’attore Roland Møl-ler) che ogni giorno conduce tra le dune di sabbia una squadra di ragazzi impau-riti, molti dei quali resteranno mutilati o non torneranno indietro. Punendo loro il sergente infierisce su ciò che resta del regime nazista vendicando un’intera popolazione. Poco a poco però nell’uomo nasce il dubbio, la sensazione che i suoi giovanissimi detenuti siano anch’essi vittime della stessa guerra. Attraverso i suoi occhi i “mostri” si trasformano in esseri umani con i loro drammi personali e la speranza di tornare a casa dalle proprie famiglie, ricominciare a vivere in pace. Disobbedendo ai ferrei ordini militari Rasmussen tenterà di restituire loro almeno un po’ dell’innocenza smarrita tra orrori che andarono ben oltre la fine del conflitto. «Il suo cambiamento è quello che vorrei vedere in tante persone. È evidente che la logica “occhio per occhio” produce solo perdenti, maggiore odio, violenza e sofferenza, come dimostra quello che sta accadendo oggi nel mondo. Rasmussen, e il pubblico con lui, scopre che non c’è alcuna differenza tra “noi” e “loro”, vogliamo tutti le stesse cose, abbiamo gli stessi bisogni. Non volevo attribuire colpe o puntare il dito contro qualcuno, ma solo fare un film che parlasse di esseri umani, che permettesse al pubblico di sperimentare attraverso questo gruppo di personaggi la paura, la speranza, i sogni, l’amicizia, la disperata voglia di vivere». Impossibile allora non pensare a parallelismi con i conflitti attuali, che fanno migliaia di vittime tra bambini innocenti, cancellano intere generazioni e trasformano in carnefici chi pensa di agire in nome della sicurezza. Il regista costruisce una narrazione molto classica in un film che delinea con precisione e profondità i profili psicologici dei personaggi, trascinando lo spettatore su una spiaggia minata, la cui bellezza contrasta con l’orrore di cui è teatro, facendolo sobbalzare ad ogni esplosione, che attesa in ogni momento arriva quando meno te lo spetti, tenendolo con il fiato sospeso mentre i ragazzi a turno lavorano distesi sulla pancia, tremando per disinnescare l’ordigno, e suscitando un forte sentimento di pietà per chi paga con la propria vita i peccati di una nazione intera. Per la realizzazione di Land of Mine è stata necessaria la consulenza di esperti dell’esercito danese sugli esplosivi e sulle mine, il contributo di una squadra di effetti visivi e digitali, un plotone di stunt, pronti a saltare in aria in scoppi sapientemente coreografati sulla spiaggia, la stessa che ancora custodisce mine inesplose, ma non più pericolose. «La maggior parte del film si svolge alla luce del sole, in contrasto con le tenebre che avvolgono personaggi. Mia moglie Camilla Hjelm Knudsen, direttore della fotografia del film, ed io siamo stati contagiati da look dei film anni Sessanta, dove c’era tanta poesia, e dallo stile di David e Albert Maysels, pionieri del cinema documentario americano, tra i primi a restituire la realtà della vita così come si svolgeva davanti alla macchina da presa».