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La scrittrice albanese. Mimoza Hysa: «Leggiamoci, per scoprire l'Europa già unita»

Gianni Santamaria venerdì 19 maggio 2023

Mimoza Hysa

«La cultura è il flusso principale per far nascere una nuova generazione con la mente aperta. Più che con le costruzioni stiamo andando in Europa con le traduzioni». Parola di traduttrice, oltre che scrittrice e ricercatrice. L’albanese Mimoza Hysa sarà a Torino in due occasioni nell’ambito delle iniziative che riguardano il Paese delle Aquile, nazione ospite del Salone internazionale del libro. Oggi per parlare del suo romanzo storico Le figlie del generale, uscito nel 2022 per la casa editrice salentina Besa Muci, specializzata in letteratura balcanica. Domenica invece parteciperà all’incontro “Dall’italiano in albanese e viceversa: mondi attraverso la traduzione”. Hysa, nata a Tirana nel 1967, ha tradotto autori come Leopardi, Buzzati, Montale, Magris e molti altri.

La dittatura è un tema che incombe ancora sulla letteratura albanese. Perché?

Ho voluto scrivere il romanzo perché credo che non abbiamo ancora fatto bene i conti con il passato. Dopo gli anni Novanta nessuno era pronto a scrivere sulla dittatura perché la mentalità non era ancora cambiata. E chi già era scrittore era abituato agli schemi del realismo socialista. Sono usciti piuttosto libri di testimonianze, che mettevano in luce realtà che non tutti conoscevano, come i campi di concentramento. Insomma, si doveva creare tutta un’atmosfera per la letteratura.

In che senso l’Albania non ha fatto i conti con il passato?

C’è una responsabilità giuridica di chi ha commesso reati. E molti non sono stati puniti. Una responsabilità politica, di chi ha sostenuto il regime. Infine, quella per me più importante, una responsabilità metafisica, morale. Quando presento il libro, mi riferisco spesso alla “banalità del male” della Arendt. È l’area grigia delle persone che non fanno nulla e tutto va avanti. È di questo che parlo nel romanzo, che è la storia di due gemelle in conflitto tra loro. È lo scontro bene-male, liberaleconservatore, sistema-caos. La dittatura fa da sfondo alla responsabilità personale.

Quali differenze tra le generazioni di scrittori?

La mia, che è cresciuta sotto il regime, ha iniziato a scrivere negli anni Duemila. Abbiamo subìto una metamorfosi totale e abbiamo dovuto dimostrare di essere cambiati. Siamo la generazione della transizione. I più anziani - tranne l’eccezione di chi, come Ismail Kadarè, per maestria, ha potuto fare grande letteratura - hanno scritto per il regime, per servire l’ideale dell’uomo nuovo. I più giovani sono cresciuti nel caos di un periodo che ancora soffre per diventare davvero democratico. E si occupano piuttosto dell’Albania che si trasforma.

Quali autori albanesi sono più noti all’estero?

È interessante notare che gli scrittori di fama internazionale scrivono in un’altra lingua. L’albanese è antico, ma poco conosciuto. E ci sono pochi traduttori. L’opera di Kadare, ad esempio, è stata conosciuta in gran parte del mondo grazie al fatto che il traduttore in francese, Jusuf Vrioni, era uno dei migliori. Quasi fosse stata pubblicata in quella lingua. Dalla mia generazione citerei il nome della poetessa Luljeta Lleshanaku, ultimamente vincitrice del premio letterario europeo del Poeta della Libertà di Danzica, la quale tramite la poesia è riuscita a dipingere con una strabiliante bellezza il lungo e faticoso percorso di ricerca della libertà personale.

I rapporti culturali tra Italia e Albania hanno avuto alti e bassi. Oggi molti scrittori albanesi vivono in Italia e scrivono in italiano. Com’è la situazione?

Sì ci sono Anilda Ibrahimi, Elvira Dones, Elvis Malaj e tanti altri. Hanno trovato una loro porta verso la letteratura europea. Sono tanti gli albanesi che conoscono l’italiano, ma chi ha vissuto vent’anni in Italia è ovviamente avvantaggiato. La cultura italiana ha cresciuto generazioni in Albania. Con un periodo di divisione sotto il fascismo in passato. E nel presente con l’influsso della televisione, che ha dato un’immagine un po’ falsa. Sotto il regime comunista si poteva tradurre solo dal russo e i classici francesi e inglesi; gli autori italiani sono arrivati dopo, dagli anni Novanta. Ma sono stati i più tradotti, sia quelli del Novecento sia i contemporanei. Penso a Le otto montagne di Paolo Cognetti o all’opera di Claudio Magris o Umberto Eco. Ora ci si sta aprendo anche alla letteratura in lingua angloamericana, dopo le traduzioni di Philip Roth, Don De Lillo, Jonathan Franzen e tanti altri. Stranamente, invece, c’è poco mercato per gli autori balcanici, i vicini di casa con i quali il legame avrebbe dovuto essere più stretto. Abbiamo preferito solcare il mare per arrivare in Europa.

A che punto è il sentimento europeo?

A livello politico sono trent’anni che bussiamo alla porta e non ci aprono [ride], ma siamo ancora ottimisti. A livello culturale, invece, abbiamo fatto grandi passi. Una volta capito cosa si leggeva nel Continente, è stato fatto un grande lavoro di traduzione delle opere europee, non solo di letteratura, ma anche di saggistica scientifica. La cultura è il flusso principale per far nascere una nuova generazione con la mente aperta. Più che con le costruzioni stiamo andando in Europa con le traduzioni.