Agorà

SERIE A. Milan, la mano sullo scudetto

Giulio Peroni martedì 1 marzo 2011
Senza storia. Più che il Milan vincitore della sfida per 3-0 (rigore di Ibrahimovic, raddoppio di Boateng, terzo sigillo di Pato) e sempre più capolista (+ 5 dall’Inter seconda in classifica), sorprende lo sconfitto Napoli e la sua natura rinunciataria che ha contraddistinto una sconfitta pesante come un macigno e senza attenuanti. Il successo l’ha ottenuto l’unica squadra scesa in campo per vincere, più che mai concentrata nell’obiettivo-scudetto che a questo punto non è poi così distante. Per la squadra di Walter Mazzarri, sei lunghezze dai rossoneri, è una sconfitta pesante, numericamente e nei contenuti. Un "quasi" addio ai sogni proibitivi di uno tricolore ora più lontano, ma forse mai vicino.Il Milan surclassa gli avversari, che fa luccicare gli occhi, che sa dove vuole arrivare e lo sa anche il tecnico Allegri, che dal primo minuto schiera una squadra a trazione anteriore, con il trio Pato-Ibrahimovic-Robinho. Il Napoli orfano dello squalificato Lavezzi risponde con Mascara in tandem con Cavani. Come dire: meglio darle che evitare di prenderle. Che sia spettacolo, dunque. E spettacolo, per la verità, non è stato: abissale la differenza in campo. Per la qualità passare più tardi, magari quando vanno in onda altre contendenti. Le regine del campionato hanno giocato un calcio libero, immune da paure e tatticismi. Un calcio di slancio e sbarazzino ma senza appeal, condannato alla banalità e all’egoismo dei maggiori artefici, specie sul versante rossonero. Le due hanno osato, sapevano di poter osare: ambedue convinte di essere più forte, più credibile dell’altra. Ma leadership non c’è stata perché nel campionato nostrano il concetto di supremazia qualitativa non esiste. Sospetto di ieri, convinzione di oggi. Aspettando ancora di definire l’Inter. San Siro rossonera, San Siro vicino al Vesuvio: con i quasi ventimila partenopei non si capisce chi gioca in casa. Pronti via. Ibra e Hamsik, entrambi dalla distanza e di potenza. Comincia con la par condicio delle occasioni la gara dell’anno. Che il Milan cerca di sorprendere con Flamini (non è una novità) dirottato  a sinistra, la cui velocità è una delle maggiori spine nel fianco della difesa partenopea. Dalla parte del francese c’è Maggio, che nel Napoli di ieri non fa primavera. Manca Lavezzi e manca tanto alla squadra di Walter Mazzarri, sovente ridotta a lanci lunghi ed improbabili per Cavani. Di necessità virtù. Anche perché lo stesso Milan preferisce abbandonarsi alla dolce e cara rimessa, vera manna per scorribande in solitaria di Pato e company. L’occasione mega capita sui piedi di Van Bommel: l’olandese scarica in porta ma Aronica salva. Si gioca (e si sogna) a tutto campo. La ripresa, con il rigore trasformato da Ibra per fallo di mano (probabilmente involontario) di Aronica, è tutta un’altra storia. Il Milan passa, prende gradualmente il largo, arrivano poi le reti di Boateng e Pato, il Napoli rinuncia. Questo è un attestato di pochezza. Un segno di fragilità per chi, anche solo per un momento, ha accarezzato sogni di vetta.