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Lirica. Micheletti, il baritono “toreador” (anche attore e regista) che strega i teatri

Giacomo Gambassi, Verona giovedì 28 luglio 2022

Luca Micheletti interpreta Escamillo in "Carmen" all'Arena di Verona

Ne ha fatta di strada il bambino di Brescia che d’estate, dopo una giornata sul lago di Garda assieme ai genitori, andava con loro all’Arena di Verona per «l’Aida che ancora ricordo seduto suoi pietroni in alto». Adesso che Luca Micheletti di anni ne ha 36, ha ritrovato l’anfiteatro romano lungo l’Adige dall’altra parte: ossia sul palcoscenico. Chiamato a tenere a battesimo il titolo che ha aperto il Festival 2022 e che va in scena fino al 27 agosto: Carmen. «È stato un debutto emozionante in un teatro unico, grandioso, che comporta mille sfide», racconta mentre è seduto al trucco. Camicia e pantaloni bianchi, una fascia rossa intorno al bacino, è il primo abito con cui compare davanti al pubblico scaligero. Cantante per caso, è diventato un baritono “toreador” che in pochi anni ha conquistato i cartelloni d’Italia e d’Europa e che ad ogni rappresentazione strega il pubblico. Un po’ come accade a Escamillo che ha interpretato a Verona e che lo sta portando a Roma, alle terme di Caracalla, fino al 4 agosto.

Luca Micheletti, baritono ma anche attore e regista - lucamicheletti.com

E Carmen è un capolavoro caro a Micheletti. Primo titolo in cui ha esordito come cantante a Cagliari nel 2018, lo ha anche messo in scena come regista al Ravenna Festival. «È un’opera che sento profondamente mia, che ho esplorato nei suoi labirinti sommersi, che vive in una continua tensione fra innovazione e tradizione. E il femminicidio che la chiude mostra la sua drammatica attualità. Con una musica potentissima e una storia così umana e cruda, scuote le coscienze. E ha una spinta catartica: si esce da teatro con la convinzione che, no, non si può restare indifferenti di fronte a tragedie come questa». Una pausa. «E poi Carmen è legata ad alcune pietre miliari della mia storia professionale». Perché Micheletti è un Figaro del teatro, un “factorum”. Prima attore; poi regista di prosa; ora baritono; e, fra una produzione e l’altra, anche regista d’opera: è successo, ad esempio, nei mesi scorsi al Carlo Felice di Genova dove ha allestito e interpretato La vedova allegra e poi l’originale dittico della Serva padrona di Pergolesi e di Trouble in Thaiti di Bernstein dove al suo fianco c’era anche la moglie Elisa Balbo. «La musica lirica mi ha cambiato la vita – ammette –: non solo perché ora è prevalente nella mia agenda, ma anche perché mi ha fatto incontrare Elisa durante le prove di Otello. È bello condividere una passione anche fra le mura di casa».

Luca Micheletti interpreta Escamillo in "Carmen" all'Arena di Verona - EnneviFoto/Arena di Verona

L’estate di Micheletti è tutta nel segno di Bizet. «E l’autunno sarà sulle note di Mozart – dice –. Volerò a Londra per inaugurare l’8 settembre la stagione alla Royal Opera House con Don Giovanni. Ruolo in cui sarò impegnato anche al Teatro Regio di Torino con Riccardo Muti da metà novembre. Due autori molti diversi che però permettono a un cantante di esplorare le proprie possibilità». E Mozart lo ha portato un anno fa alla Scala dove ha debuttato con Le nozze di Figaro. Partitura che lo vedrà di nuovo protagonista nella prossima stagione. Saranno ben quattro le produzioni al Piermarini in cui è scritturato: oltre alle Nozze, sarà nei cast del Concerto di Natale, dei Vespri siciliani e della Bohème. Quando il sovrintendente Dominique Meyer ha presentato il cartellone, ha indicato in Micheletti «uno dei giovani talenti su cui il nostro teatro scommette». «Tutti titoli che fotografano ciò che sono – evidenzia lui –. Mozart mi cattura per la vocazione profondamente teatrale della sua musica che recepisco così vicina a me. Verdi rimanda all’attenzione per la parola: e, benché la mia prima opera sia stata Carmen, l’esordio che resta nel mio cuore è quello a Ravenna nella parte di Iago in Otello grazie alla fiducia di Cristina Mazzavillani Muti che mi scelse. E La bohème dice come ci sia tanto teatro nel mio stile operistico».

Luca Micheletti, attore, cantante e regista della "Vedova allegra" a Genova - Teatro Carlo Felice di Genova

Non è un caso che il baritono lombardo ami definirsi «teatrante». Vocabolo che racconta la sua vita artistica. Erede della dinastia Micheletti-Zampieri che affonda le radici nel teatro girovago, si forma nella compagnia “I Guitti”. «Gruppo rifondato dai miei genitori quasi mezzo secolo fa – sottolinea –. E, da quando ne ho preso le redini, lo reputo un laboratorio sperimentale, anche per le future generazioni, al quale continuo a destinare un segmento ben custodito del mio tempo. Del resto rivela quali siano le mie origini e come il teatro popolare, quasi zingaresco, sia parte di me». Poi la laurea, il dottorato in italianistica e l’approdo sui grandi palcoscenici. Finché sul set del film di Marco Bellocchio ispirato ai Pagliacci di Leoncavallo si scopre baritono. O meglio, il regista lo convince a cantare. Saranno i coniugi Muti a lanciarlo nel mondo dell’opera. «Sono stati fra i primi a credere in me e continuano a farlo. È una benedizione lavorare con loro. Ed è un onore avvicinarsi ai titani della cultura musicale filtrati dall’arte e dal pensiero del maestro».

Luca Micheletti impegnato come attore nel dramma "Peer Gynt" - lucamicheletti.com

Sorride Micheletti. «Non sono un bulimico di ruoli – scherza –. È il modo personale, sosterrei multiforme, di vivere il teatro che frequento dal di dentro fin da piccolo. Siamo di fronte a un artigianato tutto italiano, che è figlio della commedia dell’arte e che fa sì che il nostro approccio al palcoscenico sia totale». Perciò ha scelto di non abbandonare la prosa. Infatti tornerà a essere regista del monologo Le memorie di Ivan Karamazov con Umberto Orsini e poi attore nel Misantropo di Molière con la regia di Andrée Ruth Shammah al Franco Parenti di Milano. «Mi sento anzitutto un attore che canta», precisa. E subito aggiunge: «C’è chi ritiene giustamente che il teatro sia termometro della civiltà di un popolo. Se in questo frangente la nostra civiltà appare al capolinea, a un punto di svolta che le impone di ripensare se stessa, ebbene il teatro può aiutarci a capire chi siamo e dove intendiamo andare».