Agorà

Storie di cuoio. Messico, sogni e nuvole dal mio "V" azzurro

Nando dalla Chiesa venerdì 12 giugno 2020

Il ricordo di quella notte Mundial di 50 anni fa (Italia-Germania 4-3) rivive nella memoria dello scrittore, allora studente universitario: «Non avremmo mai immaginato di essere dentro una leggenda...»

La gioia esplose in un corridoio del quinto piano del pensionato Bocconi. Allora il celebre pensionato della prima facoltà di Economia d’Italia, in cui si teneva ancora il corso di laurea in lingue straniere, era diviso in due parti. “Il maschile“ e “il femminile”, assai pudicamente. Ciascuna su cinque piani distribuiti in tre raggi, secondo il principio delle architetture carcerarie: corridoio giallo, corridoio rosso e corridoio azzurro. Noi eravamo al quinto azzurro. Il glorioso quinto azzurro, starei per dire, un impasto irripetibile di amicizie, passioni politiche, tifo calcistico, usanze vacanziere, ambizioni di studio, e naturalmente relazioni con il genere femminile. Assolutamente disuguali ma animati da un granitico spirito di gruppo tanto da esserci soprannominati KVA, ovvero (ahimé) clan quinto azzurro. Italia– Germania. Ce la vediamo in corridoio, ci dicemmo. Nel nostro regno. A pianterreno c’era una grande sala televisione per gli studenti. Ma volevamo stare tutti insieme, goderci i lazzi e i commenti che solo tra di noi avrebbero avuto un senso. Di calcio ne capivamo, lo giocavamo, contavamo ben cinque titolari della rappresentativa del pensionato. Ci disponemmo sulle sedie portate in corridoio davanti a una tivù spuntata non ricordo da dove, addossata alla finestra che dava sulla “Stella Alpina”, splendida balera del tempo in via Bocconi dove ogni sabato sera gli anziani evoluivano dando fondo alle proprie abilità ballerine al suono di una indimenticabile fisarmonica. Il clima era teso, elettrico, ma certo nessuno si aspettava quel che sarebbe successo. Ricordo noi tutti protesi in avanti: Maurizio il portiere della nostra squadra, romagnolo; Marco, il più anziano, romano; Bisi ovvero Franco, inseparabile compagno di ceci in padella, abruzzese; Vanni il nostro centravanti di sfondamento, bergamasco; Pietro, animale notturno, marchigiano; Edo il chitarrista, comasco; Claudio dall’ironia sferzante, trentino. C’era anche Brazil, come con fantasia sottozero avevamo ribattezzato uno studente brasiliano, il nostro oriundo in squadra. Non ricordo se ci fosse Guido il piacentino, ma credo di sì perché ricordo distintamente il suo amico– gemello Ferdinando, un gigante buono che già prima dell’inizio aveva iniziato a recitare uno strambo esorcismo, «Walter Chiari in gondola», di cui nessuno gli chiese il senso tale era l’attesa. Piacentino anche lui.

Come si sarà capito, allora la Bocconi non era ancora la seconda università della Puglia, benché i pugliesi vi fossero e ben vispi. La partita incominciò tra urla di tifo per la nostra nazionale e civili improperi all’indirizzo dei tedeschi. Passarono solo otto minuti e segnò Boninsegna. Una splendida fucilata da fuori area. Un boato. Saltammo per aria e Ferdinando iniziò il tormentone, andando avanti e indietro: «ragazzi, Walter Chiari in gondola». Ci acquattammo di nuovo sulle sedie, come eravamo abituati a fare con le grandi partite del-l’Italia, dell’Inter o del Milan. Sapevamo perfettamente quel che ci aspettava. Fiato sospeso e ansia fino alla fine sperando che i nostri difensori reggessero, che il catenaccio italiano facesse miracoli. È la tattica, ragazzi, ci dicevamo. I tedeschi arrembavano, l’Italia respingeva. Albertosi volava da una parte all’altra della porta. E poi, malignavamo, non gioca Niccolai, lo stopper del Cagliari famoso per chiamarsi Comunardo ma soprattutto per le sue autoreti; tanto che di lui il suo allenatore Manlio Scopigno disse in quelle settimane che mai avrebbe immaginato di vederlo un giorno giocare in mondovisione. Andò avanti fino alla fine. Eravamo convinti che sarebbe finita con il trionfo del perfetto catenaccio gloria nazionale. E invece al secondo minuto di recupero del secondo tempo arrivò al centro della nostra area Karl Heinz Schnelliger e nel modo più sgraziato che mente umana sappia concepire si buttò su una palla che arrivava dalla sua sinistra e la ciabattò letteralmente dietro Albertosi. Ci alzammo in piedi urlando. Gli insulti che arrivarono al difensore tedesco da quei pochi metri quadri in cui eravamo concentrati sarebbero bastati per tutta la nazione. Scorsero due minuti di supplementari e Poletti andò in confusione davanti all’area piccola facendosi rapinare come un pollo stranito la palla da Muller. Due a uno. Stavolta gli improperi furono per il nostro terzino, che era subentrato a Rosato. Poi fu la sarabanda. Burgnich pareggiò dal centro dell’area e noi saltammo in aria ridendo a crepapelle, ma che ci faceva Burgnich al centro dell’area avversaria? Se ha segnato Burgnich ce la facciamo, ci dicemmo nuovamente galvanizzati. E poi arrivò il diagonale possente di Gigi Riva, tre a due. E fu abbraccio di tutti con tutti, urla e lazzi ormai senza ritegno.

E invece venne il pareggio tedesco, con Rivera sulla linea di porta dietro Albertosi che quasi si ritira quando la palla gli passa accanto al petto. E lì gli improperi alle stelle toccarono al divino Gianni, che aveva sostituito Mazzola nella famosa staffetta dell’intervallo. Ora speriamo nei rigori, ci dicevamo. E invece un minuto dopo fu proprio Rivera, a gioco capovolto, ad andare su un cross furente di Boninsegna e a mettere di precisione dietro Maier, buttatosi dall’altra parte e che cercò annaspando coi piedi di prendere la palla che lo stava superando. «Rivera, Rivera, Rivera!!!» urlò in tivù Nando Martellini quasi in trance. E noi puntualmente ci rimangiammo gli improperi. E mentre Rivera e Riva si abbracciavano sul campo noi ci abbracciavamo al quinto azzurro come se avessimo giocato anche noi. Bisi fece in estasi il gesto dell’ombrello ai tedeschi, «sognavo da sempre di batterli» urlava, riuscendo a rendere benissimo nell’estetica del momento le sue pulsioni. Ferdinando ripetè più volte «Walter Chiari in gondola », e non gli chiedemmo mai il significato di quell’esorcismo, perché dopo pochi giorni morì annegato con nostro dolore.

Erano le due di notte. Che si fa, ragazzi? E chi lo sapeva? Chi aveva mai festeggiato una partita in piena notte? Decidemmo di uscire: non tutti, cinque o sei di noi. Incrociammo un’auto in via Bocconi che se ne andava strombazzando verso il centro. Eravamo a piedi. Ci dicemmo che bisognava far rumore il più possibile. Allora Maurizio iniziò a prendere a pugni una saracinesca. Poi ci guardammo: e che gusto c’è? Vedemmo che c’era movimento verso il centro e andammo verso il Duomo. Uno spettacolo incredibile. Migliaia e migliaia di persone arrivavano da ogni parte, c’erano anche tante donne, che allora il calcio l’avevano come il fumo negli occhi. Fu un’orgia di felicità. Italia Italia urlavano tutti, ognuno ritmando in più il nome di qualche azzurro, Riva o Rivera o Boninsegna. Spuntarono in una loro inedita bellezza le bandiere tricolori, che allora, al di fuori delle cerimonie ufficiali, si vedevano solo ai comizi missini. Giunsero perfino auto dipinte in verde bianco e rosso. Festeggiammo andando avanti e indietro, salutando ovunque, ridendo ovunque. Poi arrivò l’alba. Lo spazio della notte si richiuse su di noi. Non avremmo mai immaginato di essere dentro una leggenda. E invece con l’alba nacque la leggenda.