Agorà

Voci dal coro/2. Messa beat, la chitarra sia con voi

ALESSANDRO BELTRAMI giovedì 3 marzo 2016
Dentro musica, battimani e scene isteriche. Fuori una calca di giovani, con le forze dell’ordine in stato di assedio a blindare l’ingresso. È il 27 aprile 1966 e non è un concerto dei Beatles, ma la prima esecuzione della Messa dei Giovani di Marcello Giombini: la celebre “messa beat”. Stando a giornali e riviste, quel giorno a Roma ci furono scene apocalittiche, ma negli articoli è difficile scindere la ricerca del colore e dello scandalo dalla cronaca. Il concerto ebbe luogo nell’ambito dell’Oratorio secolare dei Filippini alla Vallicella, nell’aula di Francesco Borromini. Una chiave dello spirito in cui prese vita quell’evento, che non ebbe luogo in un contesto liturgico (l’oratorio era per altro ormai sconsacrato). Tra gli autori dei testi, insieme a Giuseppe Scoponi e Tommaso Federici, un liturgista, c’era anche l’oratoriano Carlo Gasbarri. È probabile che nei suoi intenti la messa beat si riagganciasse alle laudi filippine, che pochi anni dopo un altro Concilio, quello di Trento, intonavano testi sacri in lingua volgare. Ma i tempi erano cambiati. Lo stesso Giombini, in un’intervista ad “Avvenire” nel 1999, affermava che la messa beat «era un fenomeno solo discografico. Io non ero un addetto ai lavori, non sapevo niente di liturgia, anche se avevo amici liturgisti che mi aiutavano.  Da musicista, però, mi sembrava di aver scoperto l’esigenza di un canto religioso più giovane e vicino al costume di quegli anni, perché in chiesa allora si sentivano grandi lagne. E così ho pensato a un prodotto mirato come la Messa. Che difatti ha avuto molto successo, decine di migliaia di copie». Il passaggio nel rito sarebbe avvenuto solo due anni dopo, quando per il Natale 1968 Giombini venne invitato dalla Pro Civitate Christiana di Assisi a comporre canti per la liturgia. Nacque la Messa Alleluia, a cui ne seguirono altre e i 150 Salmi per il tempo presente. Alcuni di quei brani resistono nel repertorio, come Vieni tra noi Signore, Le tue mani, Quando busserò, Pace a te fratello mio. Paradossalmente ormai del tutto privi dell’allure di “canto giovane”.  La stampa, intuendo forse inconsciamente la nascita di una lacerazione, incasellò prontamente il fenomeno nel dualismo urlatori-melodici. «All’epoca le critiche furono spietate – dice Daniele Sabaino, docente di Storia della musica dei riti cristiani presso l’Università di Pavia e di Musica e liturgia dopo il Concilio Vaticano II nel corso promosso dall’Ufficio liturgico nazionale della Cei – non solo da parte di chi era facile aspettarselo, ma anche ad esempio dall’“Unità”. Si contestava la desacralizzazione della Messa. Osservato con maggiore distacco, è stato il tentativo di portare la musica dell’oggi dentro la liturgia, in un momento in cui la separazione tra vita quotidiana e vita liturgica era significativa. I linguaggi musicali erano volti al passato o chiusi nel loro recinto. Serviva perciò una scelta di campo: cosa si intendeva con “musica d’oggi”? La musica popular o la musica colta? Le post avanguardie o le chitarre? Si scelse di democratizzare l’impatto che la musica poteva avere nel culto. Se osserviamo i Salmi, scritti da Giombini su stimolo di don Giovanni Rossi, appaiono oggi un tentativo ben costruito di fare entrare il linguaggio quotidiano dentro alla liturgia». La messa beat, d’altronde, non apparve come un fulmine a ciel sereno. «Non ci si arrivò per caso – spiega don Luigi Garbini, autore per il Saggiatore di una esaustiva, nonostante il titolo, Breve storia della musica sacra–. Sul fronte musicale, nel 1965 i Beatles vengono in Italia e si mostrano come un gruppo rivoluzionario che dà spessore culturale al mondo giovanile. Poi c’è la società in piena trasformazione.  E la Chiesa elettrizzata e anche sconvolta dagli esiti della costituzione Sacrosanctum Concilium che, ammettendo la lingua volgare nel rito, genera in alcuni una sorta di liberazione rispetto al passato, in altri una sensazione di profondo smarrimento. Questo fatto produce una terra di nessuno in cui diversi attori liturgico-musicali fanno la loro comparsa. E, naturalmente, gli uni contro gli altri». Giombini è tra questi, ma non l’unico: «Si potrebbe ricordare Claudio Chieffo, legato alle linee spirituali di Gioventù Studentesca, e il suo tentativo di interpretare in modo diverso la novità della lingua. Oppure l’esperienza di Chiara Lubich e la nascita, sempre nel 1966, della Generazione Nuova che nel proprio repertorio musicale ha avuto sempre a cuore i temi della pace tra i popoli». In quegli anni si muovono mondi paralleli che agganciano la religione e con essa l’espressione musicale «come fenomeno in cui far convogliare tutte quelle istanze che rappresentano un fattore di cambiamento sociale e politico.  Diversamente però da questi attori – prosegue Garbini – che avevano un contesto di riferimento, Giombini non rappresentava nessuno in particolare. Aveva semmai una sua precisa collocazione nel panorama artistico romano. Autore soprattutto di colonne sonore, non poteva interpretare il fenomeno religioso se non attraverso griglie emotive che mettevano in luce una certa idea di sacro». A 50 anni di distanza, quella “litigiosità” sulla musica nella liturgia non sembra venire a patti. Difficile trovare un argomento ecclesiastico su cui le discussioni siano più roventi. Ma non è così scontato valutare quale sia l’eredità di quel fenomeno. «Quella beat è stata un’esperienza circoscritta, in cui era centrale il sound dell’epoca: tastiere, chitarre, basso e batteria – commenta Sabaino –. La continuità con quanto è seguito sta nello sdoganamento dell’approccio.  Ma le musiche dei Gen, ad esempio, sono mediate da altre esperienze, come il christian rock americano piuttosto che discendere direttamente dagli anni ’60. È però importante non fare l’equazione tra strumenti e stili. Accompagnare la liturgia con la chitarra non significa fare musica pop». Secondo Garbini «oggi quella carica eversiva è assente non solo nella liturgia ma anche nella musica cosiddetta leggera. Inoltre il canto nella liturgia non rappresenta più il contenitore privilegiato per l’espressione di istanze sociali collettive. Il risultato è l’assenza di un repertorio. Di uno stile. Di un carattere specifico. I prodotti musicali della liturgia di oggi sono di norma scadenti. Nel panorama italiano Frisina costituisce un’eccezione. E potrebbe anche essere considerato, a suo modo, un erede di Giombini: perché quando compone lo fa sostanzialmente pensando al cinema, alle immagini, ossia ai risultati emotivi prodotti dalla musica. È in fondo un compositore barocco: come Giombini, la cui messa beat è nata non a caso sotto la volta di Borromini ». Sabaino: «Vista con distacco, fu il tentativo di portare il presente nella liturgia in un momento in cui era scollegata dalla vita quotidiana» Garbini: «È indicativa di un momento in cui sul sacro convergevano istanze sociali collettive, cosa che oggi non accade più».