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Cinema. Con «Mathera» un viaggio nella capacità di ricominciare dalla bellezza

Roberto I. Zanini mercoledì 16 gennaio 2019

Sul set del film «Mathera. L'ascolto dai Sassi»

«La stradetta passava sui tetti delle case, se così si possono chiamare. Sono grotte... non prendono altra luce ed aria se non dalla porta... Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali... Ho visto dei bambini seduti nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie. Era il tracoma... E le mosche si posavano sugli occhi e quelli pareva che non le sentissero coi visini grinzosi come dei vecchi e scheletrici per la fame... Le donne magre con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste».

È questa la fotografia dei sassi di Matera scattata da Carlo Levi. La descrizione è tratta da Cristo si è fermato a Eboli (1945) e per decenni è stata utilizzata per raccontare il degrado abitativo, umano e sanitario di quella città spiegando perché nel 1948, visitandola, Palmiro Togliatti la definì «vergogna nazionale» e perché quattro anni dopo, il 17 maggio 1952, la Legge speciale per lo sfollamento dei Sassi, voluta da De Gasperi e dal ministro Emilio Colombo (lucano), impose a 17 mila persone di abbandonare le loro case e trasferirsi in nuovi rioni (l’anno dopo).

In quel 1945 di Carlo Levi, nel 1948 di Togliatti, nel 1952 di De Gasperi sarebbe stato impossibile immaginare che nel nostro 2019, più o meno settanta anni dopo, quella stessa città di Matera venga in tutto il mondo celebrata come capitale europea della cultura.

I motivi li racconta molto bene il docufilm Mathera. L’ascolto dei Sassi. Girato in 8k, è distribuito da Magnitudo con Chili, porta la firma di Francesco Invernizzi con la co-regia di Vito Salinaro e sarà visibile in 220 sale italiane nei giorni 21, 22 e 23 gennaio. Il film sarà poi distribuito in 74 paesi, per essere poi presentato negli Stati Uniti in aprile in occasione dei festeggiamenti per gli 80 anni di Francis Ford Coppola (nato a Bernalda, in provincia di Matera).

E non ci si meravigli se alla fine della proiezione si scopre che le motivazioni profonde non siano da rintracciare solo nella storia plurimillenaria della città (considerata con Gerico e Aleppo fra le tre più antiche del mondo ancora abitate), nelle incredibili opere d’arte racchiuse nei Sassi o nell’antichissimo e originalissimo sistema di distribuzione dell’acqua nelle case perfettamente funzionante. Dal documentario, con la sua bellissima fotografia, l’incedere lento e le suggestive testimonianze in esso raccolte, ciò che emerge è che lo spirito e la cultura contadina della Matera di allora sono gli stessi che oggi ne costituiscono l’intima ragione d’essere.

Anche chi si è recato a Matera venti o trenta anni fa (nel 1993 è stata proclamata patrimoni dell’Unesco) e ci torna solo adesso, lo comprende bene. Dopo lo stupore per lo straordinario cambiamento si rende conto che Matera non è stata semplicemente ricostruita, Matera è "ricominciata". Perché ricominciare si può anche in quest’epoca e in questo Occidente in cui sembra che la porta del futuro sia stata definitivamente chiusa.

La Matera del 2019 non ha tradito o, tanto meno, dimenticato la Matera del 1945. La sua nuova vita deriva direttamente dalla vita, spesso tragica, descritta da Carlo Levi, solo che è stata mutata: ha attinto dalle stesse radici culturali ed è risorta più rigogliosa e consapevole.

Il docufilm di Invernizzi racconta proprio questo "ricominciare" dalle radici facendo parlare i protagonisti della nuova vita della città. Non solo due simboli riconosciuti come il sindaco Raffaello De Ruggieri (bellissimo il ricordo di quando da ragazzo scoprì con alcuni amici la Grotta dei Cento Santi o del Peccato originale, con gli straordinari affreschi d’epoca bizantina) e l’arcivescovo Antonio Caiazzo; non solo gli architetti Mattia Antonio Acito e Pietro Laureano testimoni diretti e "teorizzatori" della rinascita. Chi resta impressa nello spettatore è la gente comune: quella che aveva vissuto nei Sassi ai tempi di Levi e Togliatti, come l’anziana Sisina e il fratello Giuseppe che non dimenticano la durezza della vita di allora, ma anche la bellezza del sentirsi parte di una comunità capace di condividere nella miseria; come i vecchi muratori e scalpellini che mostrano come ancora si lavora la tenera pietra dei sassi, tagliata e levigata quasi fosse legno.

Ma anche la gente che ci è tornata adesso facendo rivivere i luoghi dei loro nonni e dei loro genitori; come il panettiere Massimo Cifarelli, che in un dialogo di commovente sensibilità con l’arcivescovo Caiazzo spiega che la forma del pane di Matera è la stessa da secoli, con tre tagli a significare le persone della Trinità; come la guida turistica; come il "cartapestaio" con la sua bottega alla quarta generazione, che da 56 anni costruisce il famoso carro per la festa della madonna della Bruna il 2 luglio, ogni anno bellissimo e nuovo perché distrutto dai fedeli alla fine della processione; come il cavaliere della Bruna che con orgoglio dal 1980 scorta in costume l’immagine della Madonna e il suo carro. Un rito religioso che si perpetua sempre uguale dal 1389, quando Urbano VI, che di Matera era stato vescovo, fissa proprio al 2 luglio la festa della Visitazione. Un rito che, come opportunamente racconta il docufilm, è l’anima della città e dei suoi abitanti, anche i tanti che sono emigrati nel mondo, tanto che Giovanni Paolo II, secondo e ultimo papa a visitare Matera nel 1991 (dopo Urbano II) la definì Città della Visitazione e del Magnificat. Insomma, come chiosa il documentario, «l’anima dei Sassi è tornata a casa» e «i Sassi non hanno età».