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L'ex campione. Marzorati: «Il mio basket oltre il Covid»

Antonio Giuliano giovedì 1 aprile 2021

«Quando ero ragazzino, per andare a giocare a basket all’oratorio saltavo giù dalla finestra di casa per non farmi vedere da mia madre…». Oggi di anni ne ha 68, ma la passione per questo sport è rimasta immutata. Pierluigi Marzorati è un “monumento” della nostra pallacanestro: l’uomo dei record per numero di presenze in Nazionale (278), idolo per diverse generazioni, bandiera di Cantù, l’unica società nella quale ha giocato in tutta la sua infinita carriera (692 presenze in Serie A). Ritiratosi nel 1991, è tornato in campo nel 2006 per i 70 anni della società canturina, diventando a 54 anni il giocatore più “anziano” di sempre in una gara ufficiale del massimo campionato. Playmaker formidabile, con la sua fantasia ha trascinato la squadra brianzola ai vertici italiani ed europei mettendo in bacheca due scudetti, due Coppe dei Campioni, 4 Coppe Korac, 2 Coppe Intercontinentali e 4 Coppe delle Coppe. Senza dimenticare i successi in azzurro, come l’argento olimpico (1980) e l’oro agli Europei (1983). Trionfi da leggenda, eppure c’è di più: «La laurea in ingegneria civile è stata la mia soddisfazione più grande. Mi ha consentito di svolgere una professione dopo il basket e mi ha permesso di rimanere in questo mondo visto che mi occupo di impiantistica sportiva, in particolare palazzetti e palestre».
Non è un grande momento per lo sport in generale, ma soprattutto per la pallacanestro.
Quello che stiamo vedendo non è basket: senza gli spettatori è un’altra cosa. Però bisogna dare priorità alla salute degli atleti e delle persone. Certo i giocatori risentono di questa situazione: mancando l’entusiasmo e l’empatia del pubblico, le partite sono poco più di un allenamento. E gli stessi risultati sono condizionati, anche per via delle continue assenze dovute al Covid.
Ha senso andare avanti ancora così? Ci sono società storiche come la Fortitudo Bologna che, anche per la crisi economica, hanno chiesto di mettere fine al campionato.
Io terrei i nervi saldi, attenderei qualche settimana perché mi sembra che la situazione sia in miglioramento. Speriamo però si chiuda in fretta questo periodo, perché tanti sponsor non facendo fatturato potrebbero mollare la pallacanestro e sarebbe la fine. A differenza del calcio, non possiamo contare nemmeno sui diritti televisivi.
Per proteggere i club di Serie A1 ma anche per portare il campionato da 15 a 18 squadre si ipotizza il blocco delle retrocessioni.
Non mi sembra corretto cambiare in corsa le regole del gioco. Soprattutto vanno rispettati i club di A2 che hanno investito dei soldi. Poi il campionato italiano perderebbe di interesse perché la lotta per la retrocessione è accesa e credo lo sarà fino all’ultima giornata. Per lo scudetto invece è diverso, non ci sono tanti dubbi: Milano è la super favorita.
Non vede altre candidate al titolo?
No. Questo scudetto può perderlo solo Milano. Molto dipenderà anche dagli impegni in Eurolega, ma in Italia non ha rivali: forse solo la Virtus Bologna potrebbe insidiarla, ma su una serie di sette partite non c’è storia. Messina ha costruito una squadra forte in tutti i reparti, ero sicuro che potesse arrivare ai playoff di Eurolega e penso possa anche vincerla.
Parlando invece della sua storia, la leggenda dell’“ingegnere volante del basket” è partita all’oratorio.
Sì, prima frequentavo quello di Montesolaro Figino, poi quando ci siamo trasferiti a Cantù quello di San Michele. In oratorio si faceva di tutto: si giocava soprattutto a calcio, ma si organizzavano anche corse campestri o la corsa nei sacchi. A 11 anni ho cominciato a frequentare la storica palestra Parini dove giocava la Serie A di basket: era inevitabile non venirne coinvolto anche a scuola.
E il basket le ha cambiato la vita.
Per andare a giocare, scappavo dalla finestra dello studio della nostra casa al primo piano. Non dovevo farmi scorgere da mia madre, voleva che studiassi di più ma allora facevo il minimo sindacale. D’estate invece andavo spesso con mio padre, artigiano: lo aiutavo a mettere pavimenti. Nella pausa pranzo sparivo per andare all’oratorio: avevo mezz’ora di tolleranza ma spesso tornavo dopo un paio d’ore… E lui si arrabbiava: «Dimmelo che trovo un’altra soluzione»…
Anche la sua bacheca cestistica è ricca di “piastrelle preziose”…
Di sicuro le due Coppe dei Campioni, sempre con una maglia sola quella di Cantù. E poi l’oro europeo e l’argento olimpico con la Nazionale: custodisco le quattro olimpiadi ma soprattutto le 278 presenze, un record che non potrà mai più essere battuto, visto che negli anni ’70, con il campionato a 12 squadre e senza playoff, si giocava molto di più in Nazionale durante l’anno.
Oltre ai punti (più di 8 mila in Serie A e oltre 2mila in azzurro) è stato un mostro sacro degli assist.
L’assist vale di più: è un’azione di altruismo nei confronti dei compagni di squadra, il canestro è più un fatto egoistico.
Lei è stato bandiera di un’unica squadra, oggi non solo è difficile trovarne una, ma gli italiani in Serie A fanno tanta fatica.
Adesso i procuratori hanno tanto potere: ci guadagnano a spostare i giocatori da una squadra all’altra. E poi è molto più facile acquistare uno straniero: investire su un giovane italiano è un progetto più lungo e più oneroso. Ma il nostro movimento, oltre ai big, come Gallinari, la nostra massima espressione, ha giovani interessanti come Mannion e Spagnolo. E sicuramente Gabriele Procida di Cantù, il futuro del basket italiano, un predestinato.
Il ct della Nazionale, Meo Sacchetti, suo compagno di trionfi in maglia azzurra, sembra a fine corsa visto che i vertici si interrogano sui suoi successori.
Penso sia giusto dar fiducia a Sacchetti. Mi sembra abbia fatto un buon lavoro, non credo sia diventato di colpo incapace: ne apprezzo la sincerità, la genuinità, la trasparenza e soprattutto la competenza tecnica. Mi auguro si possa andare avanti con lui: andare alle Olimpiadi sarebbe importante ma non sarà facile in Serbia.
Marzorati però ha segnato canestri importanti anche fuori dal campo.
La laurea, che supera anche i trionfi sportivi. La formazione scolastica è importante, mi ha dato un lavoro anche dopo aver chiuso la carriera. Lo devo innanzitutto ai miei genitori che mi hanno indirizzato allo studio pur lasciandomi fare sport. Ma a loro devo anche la fede, una dimensione importante soprattutto nei momenti difficili.
La pallacanestro però fa parte ancora della sua vita.
Sì, perché da tempo mi occupo di impianti sportivi. Ho la soddisfazione di lavorare nello studio insieme con mio figlio architetto. Tornassi indietro smetterei prima di giocare e inizierei subito a fare l’ingegnere con lui, perché è un lavoro ma anche un piacere.
E poi è tornato a scuola…
Sto girando le scuole per far sì che i ragazzi si innamorino del basket. Questo non è il momento di fermarsi ma di programmare il futuro quando tutto finirà. Voglio promuovere la pallacanestro e i suoi valori sociali ed educativi. Uno sport di squadra che ha atletismo, concentrazione, complessità: chi vi entra dentro ne scoprirà tutta la bellezza.