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Religione e società. Mariti gelosi e violenti? L’antidoto è nel Talmud

Massimo Giuliani venerdì 12 aprile 2024

Il dramma dei femminicidi, piaga sociale dalle molte radici, dovrebbe obbligarci a ripensare molti temi di etica familiare, dalla mutua fedeltà dei coniugi al “vizio della gelosia”, che in ebraico è assimilato all’invidia e al fanatismo, e sta dunque tra quelli capitali. La gelosia infatti acceca, e costituisce spesso la molla per atteggiamenti possessivi e violenti, sempre perniciosi per la salute fisica e psichica del partner. La posta in gioco è ciò che nella tradizione rabbinica si chiama shalom habait, la “pace della casa”, intesa come armonia coniugale ovvero quella sostanziale fiducia reciproca che sta alla base di ogni solido progetto familiare e che sopporta anche occasionali litigi, fungendo da base per riconciliarsi. Tema delicato quello della fedeltà coniugale, che già la Torà, in Numeri 5, affronta prevedendo un rito ancestrale (chiamato a volte ordalia, da un antico termine anglosassone) nel quale il giudizio, impossibile da parte umana, viene affidato al sommo sacerdote nel Tempio, ossia è riportato alla sfera del sacro, rito che a noi moderni appare barbaro e irrazionale. Ma si sa, applicare i nostri criteri razionalisti a prassi e culture religiose antiche è anacronistico e in più blocca la fatica di capire il senso complessivo di azioni che certamente avevano una loro ratio, seppur a noi incomprensibile. Caute, direbbe Spinoza, nel giudicare, specie se si tratta di testi sacri come la Bibbia. Il caso in questione è quello di una moglie, di una donna sposata, sospettata di adulterio e chiamata tecnicamente sotà. Poiché il divieto di adulterio sta nella seconda tavola dei dieci comandamenti, si intuisce come la questione sia della massima serietà e abbia enorme rilevanza teologico-politica. Per questo esiste un vasto trattato del Talmud su tali argomenti, chiamato appunto Sotà; è appena stato tradotto in italiano nel quadro del progetto di traduzione integrale del grande codice della civiltà rabbinica (edito da Giuntina, a cura di rav Riccardo Di Segni).

Che deve fare un marito che abbia dubbi sulla fedeltà di sua moglie e la sospetti di aver compiuto adulterio? Il mero fatto che ci si interroghi su una procedura giuridico-religiosa di accertamento del sospetto deve indurre a pensare, specie se quel marito è affetto da gelosia. «Chi è in preda alla gelosia nei confronti della propria moglie...», ecco l’incipit del trattato, le deve dare una diffida pubblica, di fronte a testimoni, e il caso va portato davanti alla massima autorità religiosa. Si noti anche quel che non si dice: non può torcerle un capello, non può farsi giustizia da sé, e men che meno può dare per scontato che i suoi sospetti siano fondati. Un legame sponsale non è un business privato, ma costituisce la base della società e va trattato con regole pubbliche valide per tutti. Certo, il rito delle “acque amare” (la donna doveva bere acqua nella quale fosse stato sciolto l’inchiostro di una pergamena su cui era scritto quel capitolo della Torà) può apparire selvaggio, ma si pensi al fatto che la prova stessa fermava la furia potenzialmente omicida del geloso, il quale doveva prima “avvisare” la moglie dell’accusa tramite diffida e poi attenersi a una procedura che, in quei tempi, era considerata oggettiva e divinamente garantita. Per quanto paradossale ma non irrazionale, si trattava di una prassi tesa a tutelare la donna, sospettata di questa grave trasgressione, da una violenza maritale che solo la Legge riusciva a vietare. La dimensione magica o miracolistica del rito poteva, certo, dare esito negativo ma in tal caso anche l’uomo con cui l’adultera aveva trasgredito veniva condannato. Ovviamente, allorché il Tempio fu distrutto, cessò la possibilità di compiere questo rito, e tutto il trattato talmudico vale come esercizio vòlto a mostrarne l’inapplicabilità. Non perché l’adulterio non sia più peccato o sia divenuto nel tempo meno moralmente deprecabile, ma perché è evoluta la terapia: il modo di regolare gli attacchi (maschili) di gelosia e gli stessi strumenti di deterrenza ritenuti socialmente più utili. Il trattato mostra come venga elaborato il “diritto ebraico” e superata una mentalità magico-ritualistica, di cui resta, sì, documentazione nella Bibbia, sacra per ebrei e cristiani, ma in testi da interpretare proprio nello stile dei maestri del Talmud. Non va dimenticato, infatti, che questo codice contiene le discussioni di diverse scuole o accademie giuridico-religiose dell’ebraismo mesopotamico, attivissime tra III e X secolo circa, intese a forgiare valori del tipo dello shalom habait ossia un’armonia coniugale ispirata «non più a rapporti di dominanza ma di reciprocità». Non è un caso che nel trattato Sotà i maestri discutano se sia bene far studiare Torà anche alle donne, alle proprie figlie. Non si scordi che nessuna cultura faceva all’epoca studiare le donne! Ben Azzai, famoso rabbino del II secolo, sostiene addirittura che «ogni uomo è obbligato a insegnare Torà alle proprie figlie». Un obbligo religioso, si intende, che implica il divieto di discriminare tra figli e figlie, tra maschi e femmine, in materia di education. Una lezione che molta parte del mondo non ha ancora imparato oggi.

Come sempre, in questi trattati talmudici, un argomento tira l’altro e le discussioni si allargano spesso a temi che sembrano lontani da quello principale. In Sotà i materiali non giuridici, esegetici e morali, abbondano. Tra le pagine più belle troviamo l’aggadà ossia la storia della nascita di Mosè. I suoi genitori (Amram e Jocheved, pochi cristiani conoscono i loro nomi) sono un esempio ammirabile di etica sessuale o meglio di “procreazione responsabile”: sapendo che il faraone aveva decretato lo sterminio dei neonati ebrei maschi, decisero di divorziare e non avere più figli. Ma la loro figlia maggiore, Miriam, li rimproverò perché in tal modo non avrebbero procreato neppure femmine, diventando così peggio di faraone. Capito il messaggio, essi tornarono sulla loro decisione, si rimisero insieme e così nacque il terzogenito della famiglia, Mosè nostro maestro. Altre pagine di esegesi biblica, sempre in linea con questa “filologia creativa”, sono dedicate alle sepolture di Giacobbe, di Giuseppe in Egitto e dello stesso Mosè.

Non meno sorprendenti le parti dedicate alla moralità, specie là dove si stigmatizza l’ipocrisia religiosa: il “pio stolto”, ad esempio, il quale, mentre una donna sta annegando in un fiume, ammonisce che è bene non guardare le donne, e così non corre in suo soccorso; oppure il “malvagio furbo” che fa la carità solo quando vede che ne può ricavare molto di più. Neppure i “finti farisei” sono risparmiati dal Talmud. Ma, a differenza di alcune parabole neotestamentarie, qui non sono i farisei in quanto tali a essere criticati. Anzi, tale critica è rivolta alle deformazioni morali di ogni persona religiosa che sia doppia e insincera; è dunque una critica interna, sorta proprio in seno alla cultura farisaica, che venne poi usata in negativo contro quei maestri e, in seguito, contro tutto il mondo religioso ebraico. In verità, i farisei insegnavano umiltà, compassione e grande cautela nel giudizio (specie nei casi di adulterio e/o prostituzione, per non commettere errori in casi in cui solo Dio può giudicare); eppure sono passati alla storia per una doppiezza che nel Talmud è condannata e che, purtroppo, tutte le religioni conoscono.