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Salone del Libro. Javier Marías e l'eterno fascino del romanzo

Alessandro Zaccuri sabato 12 maggio 2018

Lo scrittore spagnolo Javier Marías (foto Juzzolino)

Era da un po’ che Javier Marías non scriveva un romanzo in terza persona. «L’ultimo era stato L’uomo sentimentale, nel 1986», precisa l’autore spagnolo, che con libri come Domani nella battaglia pensa a me e Un cuore così bianco si è da tempo imposto tra i maggiori narratori della scena internazionale. In effetti, però, solo la metà di Berta Isla (traduzione di Maria Nicola, Einaudi, pagine 482, euro 22,00: la presentazione è in programma per le 16 di oggi al Salone internazionale del Libro di Torino) poggia sulla convenzione della terza persona. Per il resto, è la voce della protagonista a farsi sentire, come avviene di solito nella produzione di Marías, che qui richiama in servizio un paio di personaggi già incontrati in altri suoi romanzi. Il procedimento è lo stesso che Balzac si permetteva nella Commedia umana, verrebbe da dire, ma subito Marías si disimpegna. «Può permetterselo qualunque scrittore», sostiene.

Lei perché lo fa?

«Per la curiosità di indagare possibilità rimaste inespresse, in primo luogo. Ma anche per il desiderio di impedire che qualcosa vada perduto per sempre. Passo molto tempo con i personaggi dei miei romanzi. Berta Isla, nella fattispecie, mi ha richiesto più di due anni di lavoro. Provo sollievo quando arrivo in fondo, ma anche un po’ di tristezza nel separarmi da quelle vicende. Che cosa sarà accaduto prima della storia che ho raccontato?, mi domando. Che cosa potrebbe accadere dopo?».

La difficoltà di conoscere gli altri è uno dei temi centrali nei suoi romanzi.

«Certo, ma anche la difficoltà di conoscere sé stessi o un fatto qualsiasi, non importa che si tratti di un episodio storico o di un incidente al quale abbiamo assistito mentre passavamo per strada. C’è sempre un dettaglio che sfugge alla nostra visuale, ci può sempre essere un documento che suggerisce un’interpretazione opposta rispetto a quella fin qui accettata. Nessuno riesce mai a raccontare una storia con certezza assoluta. Dall’epoca di Cervantes in poi, i romanzi continuano ad appassionarci proprio perché, al contrario, ci presentano una versione indiscutibile degli avvenimenti. Ci si può ribellare finché si vuole, ma la trama rimane quella: il destino di Don Chisciotte è fissato una volta per tutte, così come quello di Madame Bovary o di qualsiasi altro personaggio. Per questo trovo assurda la tendenza attuale a modificare il finale dei classici, com’è accaduto di recente con la Carmen di Bizet al Maggio fiorentino. Non è di rimaneggiamenti del genere che abbiamo bisogno, ma di racconti affidabili, che ci permettano di conoscere nella sua completezza una storia, sia pure di finzione, senza timore di smentita e senza necessità di rettifica».

Questa conquista comporta anche riflessioni e digressioni?

«È l’elemento che caratterizza il romanzo rispetto alle altre arti narrative. A differenza di quanto accade in un film o in racconto breve, la struttura romanzesca si estende con un’ampiezza che rende possibile il ricorso all’introspezione e a una serie di annotazioni che, pur non essendo saggistiche in senso stretto, consentono al narratore di misurarsi con considerazioni che illuminano aspetti altrimenti nascosti. Da lettore, trovo particolarmente preziosa questa risorsa, perché mi offre l’opportunità di riconoscermi nelle parole di un altro: parole che, molto spesso, esprimono qualcosa che era già dentro di me, ma che ancora non ero consapevole di conoscere».

Per questo nei suoi romanzi sono tanto frequenti le citazioni dalla tradizione letteraria?

«Sì, è vero. In Berta Isla, per esempio, una manciata di versi provenienti dai Quattro quartetti di T.S. Eliot svolge un ruolo cruciale nella vita di Tomás, il marito della protagonista. Tra i classici, quello al quale faccio appello più di frequente è Shakespeare: anche in questo romanzo, infatti, si discute molto su una scena di Enrico V, il cui significato si intreccia, ancora una volta, con le vicende di Berta e Tomás. Di per sé Shakespeare, nella sua grandezza, potrebbe essere una lettura abbastanza scoraggiante per uno scrittore. Ma per quanto mi riguarda nella sua opera scopro sempre un inciso o magari un sottinteso che mette in moto la mia immaginazione. Shakespeare è un autore inarrivabile e, nello stesso tempo, è meravigliosamente fecondo».

Che cos’è esattamente la «difesa del Regno» alla quale Tomás afferma di dedicarsi?

«“ Defense of the Realm” è l’espressione con la quale i servizi segreti britannici si riferiscono alla propria attività. In prima istanza il Regno è la Corona, ma il di fondo può benissimo essere applicato a qualsiasi regime politico. Anche le repubbliche, come sappiamo, hanno i loro servizi segreti, la cui missione rimane invariata. In Berta Isla la si identifica con la capacità di sventare le disgrazie, una dicitura decisamente sugtare gestiva, che però può avere molti significati. Treni che arrivano a destinazione più o meno in orario, la tutela del sistema politico-economico e via di questo passo. Custodire quello che consideriamo normale, insomma, e che invece nella storia dell’umanità rappresenta una straordinaria eccezione».

Sta tessendo un elogio dei servizi segreti?

«Sto cercando di mettere in discussione l’ipocrisia che in questo momento accomuna le società occidentali. Da un lato ci si consola all’idea delle proprie virtù, ci si compiace della tolleranza e si invoca la trasparenza, e d’altro canto non si vogliono ammettere i benefici che provengono da apparati la cui stessa esistenza è considerata scandalosa. In questo romanzo, come in altri precedenti, ho soltanto provato a ripor- le argomentazioni che un uomo dei servizi segreti potrebbe addurre per giustificare le proprie scelte».

E lo ha fatto in termini letterari.

«Si riferisce alla questione del narratore in terza persona, immagino. Berta Isla è la storia di una donna che si interroga sul proprio matrimonio. Lo fa in prima persona, ma ci sono troppi dati che le sfuggono. C’era il rischio che il romanzo procedesse di congettura in congettura, con un andamento poco convincente. Le parti in terza persona servono a fornire le informazioni indispensabili, lasciando però molto nell’indistinto. Ecco, i servizi segreti sono come questo narratore senza volto, che non corrisponde mai del tutto all’autore: favoriscono lo svolgimento della trama e, intanto, ci risparmiano la fatica di farci domande».