Agorà

Storia. Maria di Francia e la rivoluzione mancata delle donne nel Medioevo

Antonio Musarra martedì 19 marzo 2024

Maestro di Jean de Papeleu, “Maria di Francia” in un codice miniato con i testi della scrittrice, XIII secolo

Un titolo provocatorio, almeno apparentemente; forse fuorviante. Si presenta così l’ultimo libro di Chiara Mercuri, storica, saggista e traduttrice, docente all’Istituto teologico di Assisi. La nascita del femminismo medievale. Maria di Francia e la rivolta dell’amore cortese, edito da Einaudi (pagine XII-204, euro 22) possiede molte ragioni per essere letto e apprezzato. Al centro, la “fallita rivoluzione” di Maria di Francia, vissuta in pieno XII secolo. Un personaggio poco noto, su cui siamo scarsamente informati. Circa il suo reale profilo, anzi, si può dire che non vi sia accordo tra gli studiosi.

Di lei nulla si sa e questo ha dato adito alle attribuzioni più diverse. V’è chi ha suggerito trattarsi d’un nome fittizio, dietro il quale si celerebbe una figura maschile. Altri hanno tentato d’identificarla con questa o quella badessa di grido. Non ne è convinta l’autrice, che con ottimi argomenti la identifica, invece, con Maria di Champagne (1145-1198), figlia di Luigi VII, re di Francia, e di Eleonora d’Aquitania, futura regina d’Inghilterra, e sposa di Enrico, conte di Champagne e di Troyes, sottolineando come tale posizione, di estremo privilegio, possa averle permesso di rivendicare, tramite i propri scritti, un ruolo diverso per la condizione femminile. Qualcosa di realmente impensabile per una donna di rango anche solo appena inferiore.

Di lei sono rimasti dodici lais, brevi novelle in ottosillabi a rima baciata: dal più corto, di soli 118 versi, Lai du Chievrefoil, in cui è narrato un episodio della vicenda di Tristano e Isotta, al più lungo, l’Eliduc, di 1184 versi, in cui si narra la vicenda d’un marito dotato di due mogli. A lei si deve, inoltre, un Ysopet, in prosa, il primo adattamento in antico francese delle favole di Esopo (o a questi attribuite), e il poema l’Espurgatoire Saint Patriz, adattamento d’un trattato omonimo. Siamo di fronte, insomma, a una fine intellettuale, capace di radunare attorno a sé un circolo di teste pensanti a cui affidare le proprie idee.

Idee «nuove e progressiste», scrive Mercuri, «sull’amore, sulla sessualità, sui rapporti coniugali, sulla vita di coppia». « Idee che avrebbero potuto – e dovuto – », azzarda, «mille anni prima della rivoluzione sessuale del Novecento, segnare un nuovo corso della storia femminile, e quindi del mondo». Si tratta d’un’affermazione su cui potremmo discutere (e ben venga la discussione!). Certo, le idee covate alla corte di Champagne avrebbero preso piede, collocandosi, a suo dire, agli albori del cosiddetto «amor cortese». Eppure, il suo volto sarebbe rimasto nascosto: la sua, anzi, sarebbe stata una “rivoluzione” a metà.

Di quel mondo da lei cantato si sarebbero appropriati gli uomini. Questa, dunque, la provocazione di fondo. Ed è in questo senso che va inteso il “femminismo” che Mercuri rivendica: un’espressione da contestualizzare in un’epoca in cui non esistevano (o quasi) diritti per coloro che non portavano le armi. Non è, insomma, all’impiego odierno del termine che ci si riferisce ma a un’altra accezione: alla costruzione d’una visione del mondo alternativa, femminile, il cui fallimento sarebbe da legarsi alla struttura patriarcale della società.

Nei racconti di Maria di Francia compaiono, spesso, situazioni liminali: è il caso, ad esempio, della donna abusata, allontanata dalla famiglia non potendo contrarre matrimonio: « Non sono vergine / sarò ridotta in servitù per sempre/ Non sapevo che fosse così, anzi credevo di riuscire a mantenere il mio amico», si legge nel Lai de Milon. Maria parla di tutto ciò che la società del tempo ritiene scabroso: « di donne che vogliono amare, murate vive, mariti gelosi, madri che rischiano di vedersi strappati i figli dalle mani, per non parlare delle accuse di stregoneria». E chissà se sul suo “coraggio” non abbia influito la vicenda, più celebre, di Eleonora, ripudiata perché “incapace” di generare un figlio maschio, risposatasi col duca di Normandia, Enrico, futuro re d’Inghilterra (a cui avrebbe “dato” molti maschi, tre dei quali destinati al trono). Ovvero, del bisnonno Guglielmo – Guglielmo IX il Trovatore –, da cui avrebbe tratto la vena poetica.

Con ciò, il silenzio circa la sua reale identità risulta significativo. Ella, a ogni modo, avrebbe agito da mecenate nei confronti d’un gruppo d’intellettuali, le cui opere avrebbero favorito l’affermarsi d’una nuova sensibilità. È così, dunque, che la corte di Troyes si sarebbe trovata all’avanguardia, accogliendo poeti e cantori come quel Chrétien autore del celebre Lancelot animato dagli stessi valori di nobiltà d’animo dei Lais di Maria, notti ardenti (e tecnicamente adultere: impunite, ovviamente) comprese. Mercuri riannoda i fili d’una vicenda provocatoria sin dal proprio titolo, mostrandone la pervasività – più di quanto si sia fatto prima d’ora – in seno alla cultura dei secoli XII-XIV. Siamo di fronte, insomma, a un libro importante, che si legge tutto d’un fiato, facendoci sognare qualcosa di più di semplici «bramosie d’amor»