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Filosofia. Malabou: «È la plasticità a renderci davvero umani»

Simone Paliaga sabato 26 ottobre 2019

Catherine Malabou è docente all’Université Paris-Ouest Nanterre e alla Kingston University di Londra

«Hegel è un pensiero dell’avvenire. La fine della storia riguardava il XX secolo», assicura Catherine Malabou, docente all’Université Paris-Ouest Nanterre e alla Kingston University di Londra e autrice di Ontologia dell’accidente. Saggio sulla plasticità distruttrice (Meltemi, paigne 118, euro 12,00) e della raccolta di saggi su Hegel Avvenire e dolore trascendentale (Mimesis, pagine 110, euro 12,00). Nel corso del Festival Mimesis di Udine, questa sera a partire dalle 18.30, presso il Palazzo Belgrado, Sala consiliare della Provincia, Malabou riceverà il Premio Udine Filosofia e terrà la lectio magistralis “Modellare il futuro. Cervelli, mondi, tempi”.

Che cos’è la plasticità, professoressa?

La parola deriva dal greco plassein, che significa modellare, e agli inizi ha a che fare con la scultura. Essere di plastica equivale a ricevere una forma, come accade con l’argilla. Ma anche darla, come nelle arti plastiche o nella chirurgia plastica. L’opera del tempo è plastica, per esempio, da essa ne riceviamo la forma del nostro corpo, della nostra faccia, e il nostro pensiero. Ma al tempo stesso anche noi diamo forma al tempo, come se potessimo aprire, nel flusso costante degli eventi, una sorta di temporalità propria, che è quella della nostra singolarità, del nostro stile di vita, di questa scultura che fa di noi individui unici. Fondamentalmente, come riconosceva anche Michel Foucault, il vero problema dell’esistenza è quello della nostra trasformazione, che ha fatto dire ai Greci «diventa ciò che sei».

Come Hegel ha contribuito a sviluppare l’idea di plasticità?

Va innanzitutto ricordato che Plastizität è un neologismo introdotto nella lingua tedesca nel XIX secolo. Fu Goethe a usarlo per primo per designare l’attitudine a essere formato dalla cultura. Pensiamo al concetto di Bildung. Hegel eredita questo uso goethiano della pla- sticità, ma lo rende dialettico tra i momenti opposti ma complementari, dell’accogliere e del donare forma. Così la plasticità acquista un senso ontologico.

Anche le neuroscienze usano il concetto di plasticità...

Il concetto di plasticità è diventato centrale nella neurobiologia. La sua scoperta si deve al grande neurologo spagnolo Ramón y Cajal. Ma fu solo verso la metà del XX secolo che le sue idee si fecero strada. Scoprì che il tessuto nervoso era discontinuo, composto da reti neurali interconnesse dalle sinapsi che, a loro volta, sono attraversate da fenditure che consentono il passaggio dei neurotrasmettitori. Questo passaggio, in base alla sua frequenza e intensità, scolpisce le connessioni neuronali, che hanno la capacità di cambiare in dimensioni e volume. Più tardi, Hebb parlò della plasticità sinaptica per designare precisamente questa modificabilità della forma delle connessioni. Il che significa che non ci sono due cervelli identici. La fine del secolo scorso, con la cosiddetta rivoluzione neurologica, vede l’espansione del concetto di plasticità. Lungi dall’essere un organo di tipo pavloviano, operante rigidamente sul modello di stimolo-risposta, il cervello è capace di inventiva e trasformazione, e le sue diverse regioni collaborano per permetterci di svolgere tutti i nostri compiti, il che mette in discussione la concezione delle aree cerebrali separate le une dalle altre e assegnate a una singola funzione. Ho visto immediatamente il legame tra questa plasticità e quella di Hegel. In entrambi i casi, si tratta di un sistema che può cambiare dall’esterno e dall’interno contemporaneamente e, ancora una volta, modellare il proprio stile. Questo parallelo mi ha permesso di pensare che esistesse un ponte tra filosofia e neuroscienza.

Quale differenza c’è con la flessibilità?

La teoria contemporanea del management ha fatto un grande uso della nozione di flessibilità. Come scrivono Luc Boltanski e Eve Chiappello nel Nuovo spirito del capitalismo, il riferimento al modello neurale è diventato la norma per la definizione della nuova impresa: una rete fluida e decentralizzata, in cui l’amministratore delegato non è presente a tempo pieno e ogni individuo deve essere mobile e connesso. L’operazione ideologica di questo rimodellamento dell’azienda costringe a parlare di flessibilità piuttosto che di plasticità. Flessibilità dei lavoratori, del lavoro e così via. È un grosso problema delle nostre società definire la capacità degli individui di cambiare come flessibilità e non come plasticità. Un materiale flessibile può essere piegato in tutte le direzioni senza essere distrutto. Un materiale invece plastico resiste a una certa soglia di trasformazione e non può mai tornare al suo stato iniziale. Una volta scolpita, la statua non ritorna al blocco di marmo. Essere plastici non significa accettare il cambiamento a qualsiasi prezzo. Significa resistere al nichilismo di un cambiamento permanente senza memoria.

Come la plasticità ci aiuta a parlare di dolore e traumi?

In primo luogo perché esiste una plasticità compensativa, una capacità di cicatrizzazione che tende a riparare le lesioni. Nel cervello, funzioni cerebrali sane si mettono al servizio delle funzioni danneggiate. Accade per esempio all’inizio della malattia di Alzheimer. La seconda ragione è che sotto l’effetto di traumi molto gravi, l’individuo diventa un’altra persona, a volte irriconoscibile. In questo caso si assiste alla creazione di una nuova forma di identità, quella che chiamo plasticità distruttiva, che crea una forma dalla distruzione.

Solo i traumi sono capaci di attivare la plasticità?

No, certo. Tutto attiva la plasticità. Il cervello non ha bisogno di altro che di creare nuove connessioni neurali. Più connessioni ci sono e più le potenzialità dell’esperienza aumentano. E ciò non scompare, contrariamente a quanto si crede, con l’età.

Le conseguenze della plasticità sono subìte?

Certo che lo sono, ma ciò non significa che non possano essere in parte guidate. Tutte le forme di esercizio aiutano a farlo, tutto ciò che rompe con la passività. Foucault ha mostrato come già l’antica askesis fosse una pratica di auto-plasticità, una formazione dell’anima che chiamava cura di sé.