Agorà

1913. Maigret, cent'anni da commissario

Roberto Beretta lunedì 8 aprile 2013
Il 15 aprile 1913 era un martedì qualunque a Parigi. Un giovanotto di 26 anni, piuttosto corpulento e coi baffi, sedeva mezzo addormentato a un tavolo dell’ufficio di polizia del quartiere Saint-Georges; come segretario del commissario gli era toccato il turno di notte insieme all’agente Lecoeur. Ma finalmente viene il momento: «Alzarono insieme la testa quando udirono dei passi precipitosi sul marciapiede. La porta si spalancò e apparve un giovanotto trafelato... Jules Maigret non sapeva ancora che stava per cominciare la sua prima inchiesta». Dunque cent’anni fa nasceva Maigret. O – meglio – nasceva in quanto «commissario», e iniziava un’immortale carriera di detective. Persino il suo autore Georges Simenon (che era di 16 anni più giovane, essendo del 1903) sentì il bisogno di annotare scrupolosamente la data storica nelle righe d’esordio del romanzo La prima inchiesta di Maigret, uscito nel 1948: «Era il 15 aprile 1913, alle una e mezzo di notte»... Si trattava in realtà – cronologicamente parlando – della sua seconda nascita: la prima infatti, quella anagrafica (ancorché fantasiosa) del personaggio Jules Amédée François Maigret, figlio di un fattore della tenuta del conte di Saint-Fiacre nella Francia centrale, risaliva al 1887; la terza invece, la letteraria, era avvenuta intorno al 1929, data presunta di composizione del primo romanzo del «ciclo Maigret» firmato col nome completo di Georges Simenon, Piotr il Lettone (in realtà almeno altri quattro pseudo-Maigret avevano già fatto capolino nella sterminata opera letteraria dello scrittore di origine belga, ma sotto pseudonimo: come del resto oltre metà dei 456 romanzi attribuiti a Simenon).
Quando nasce come commissario, il 15 aprile 1913, Maigret ha 26 anni, è sposato da soli 5 mesi con l’alsaziana Louise – che lui chiamerà sempre affettuosamente «signora Maigret» – ed è poliziotto da 4 anni: dapprima agente ciclista (in sostanza un messo in divisa), poi nella Buoncostume, infine – grazie alla raccomandazione di un collega più avanti in carriera – segretario di un commissario di quartiere parigino. «Maigret non mi assomiglia – avrebbe detto in seguito Simenon –; sono io che, invecchiando, cerco sempre più di assomigliare a lui». In effetti (a parte la pipa e Parigi) si direbbe proprio che lo scrittore abbia tracciato nel poliziotto non il ritratto di se stesso bensì la nostalgia del personaggio che non aveva saputo, o potuto, essere: tanto libertino, irrequieto, viaggiatore (cambiò ben 33 residenze), raffinato bevitore di bordeaux, amante del lusso l’uno – quello vero –, quanto monogamo, abitudinario, stanziale (una vita in rue Richard-Lenoir), tracannatore alla buona di birre o di pastis e piccoloborghese il secondo, l’immaginario. I modelli di Maigret vengono piuttosto rintracciati, per il carattere, nel padre di Simenon – un metodico impiegato di Liegi morto ancor giovane, quando il figlio aveva solo 19 anni – e (quanto alla figura fisica) in un paio di poliziotti celebri nella Parigi degli anni Venti: la ville lumière in cui il giovanotto belga – che da ragazzo per qualche tempo avrebbe voluto farsi prete – si tuffò a tentar la fortuna come giornalista e autore di feuilleton. Eppure no: nel metodo di Maigret c’è moltissimo di Simenon, il quale era anche un lavoratore folle, con una capacità di concentrazione tanto mostruosa da essere in grado di scrivere un Maigret in una sola settimana; e soprattutto ce n’è in quel suo motto «Comprendere, non giudicare» che s’abbina benissimo alla frase fissa con cui il commissario rispondeva a chi durante un’inchiesta gli chiedesse «cosa pensava» di quel caso: «Io non penso mai!». Già: ambedue, Simenon e Maigret, sono macchine vitali che funzionano di per sé, senza bisogno di razionalizzare gli infiniti perché dell’esistenza; vanno avanti ad umori e intuizioni, persino inseguendo gli odori di una strada o i sapori di una brasserie; e proprio a causa di ciò sono capaci di vivere l’istante fino in fondo, di immedesimarsi nelle storie altrui e dunque di capirne i segreti. Senza giudicare, senza "ragionare": «Per trent’anni mi sono sforzato di far capire alla gente che non esistono criminali», scrisse una volta Simenon.
Anche Maigret dimostra tale capacità fin dall’inizio. In quella sua inchiesta di un secolo fa («Era la prima volta che volava con le proprie ali», annota Simenon), difatti, non fa che frequentare bistrot, interrogare vetturini, ascoltare storie da ragazze equivoche; fino a risolvere il caso però senza chiuderlo veramente: perché il colpevole appartiene a una famiglia potente e dunque i superiori decidono di insabbiare tutto... Del resto la giustizia in quanto tale non è lo scopo del futuro commissario; Maigret vuole solo essere – e lo rivela proprio in quella prima inchiesta – «un uomo intelligente e soprattutto pieno di comprensione, medico e sacerdote nello stesso tempo, un uomo che con un colpo d’occhio comprendesse il destino altrui». Con tale filosofia Maigret resta sulla breccia per 75 romanzi e qualche decina di racconti: la sua ultima inchiesta – se vogliamo considerare la realtà letteraria – si svolge nel 1965 alle Halles di Parigi (Maigret e l’uomo solo), allorché il commissario conta già 78 anni; secondo la leggenda apocrifa raccolta dai suoi estimatori, Maigret sarebbe morto investito da un autobus di lì a non molto, nel 1972: lo stesso anno in cui Simenon pubblicò l’ultimo giallo dedicato al commissario, Maigret e il signor Charles, per poi decidere all’improvviso di non scrivere più di lui. A parte una lettera pubblica e un po’ nostalgica, indirizzata al suo celeberrimo personaggio dalle colonne di un periodico nel 1979: «Mio caro Maigret, sarà probabilmente sorpreso di ricevere una lettera da me, dal momento che siamo stati separati per circa 7 anni. Quest’anno è il 50° anniversario del giorno in cui ci siamo incontrati per la prima volta. Lei aveva più o meno 45 anni, io 25. Ma lei ha avuto la fortuna, da allora, di trascorrere un certo numero di anni senza invecchiare. Invece io sono invecchiato molto più velocemente di lei...  Quindi siamo qui, due pensionati, e spero che anche lei si stia assaporando le piccole gioie della vita, respirando l’aria del mattino, osservando con la stessa curiosità la natura e ciò che ci circonda... La abbraccio con emozione, lei e la signora Maigret. Con affetto, Georges Simenon».