Agorà

La pioniera. Lydia, la first lady del calcio d’Africa

Ivo Romano mercoledì 4 marzo 2015
In principio fu Lydia Nsekera, nel Burundi. Poi, venne Isha Johansen, in Sierra Leone. Donne, sul ponte di comando. Nel calcio, sport maschilista come pochi. Per di più, in Africa, un continente particolare, su certi argomenti. Quasi un decennio, per la prima. Meno di un anno e mezzo, per la seconda. Nelle loro mani, il calcio di due paesi. Poi, la prima sarebbe stata sostituita, poco più di un anno fa, ma solo perché promossa: per lei, un’altra pietra miliare, prima donna nel Comitato Esecutivo della Fifa. Sostituita, mai dimenticata. Perché chi in Burundi ama il calcio ne avrebbe voluto la conferma, nonostante i suoi impegni “mondiali”, tanto da protestare a gran voce al momento della nuova elezione. Polso fermo, sguardo fisso in avanti: guida sicura, malgrado iniziali scetticismi, anche in situazioni difficili. Alla base, l’amore per il calcio. Per la Nsekera, retaggio familiare: il papà alla guida di un club, tutti i familiari coinvolti, tanti parenti tra i calciatori. Altra storia, per una ragazza: «Avrei voluto giocare, ma non ho mai potuto. In Africa, anni fa, era impensabile che una donna potesse giocare al calcio». Ci sarebbe arrivata più tardi, per altre strade: «Diedi vita al Bujumbura, il primo club al femminile». Di lì alla stanza dei bottoni, il passo sarebbe stato breve: «Fui subito coinvolta a livello federale, quando la Fifa cominciò a prendersi cura del calcio femminile: del resto, fu quasi normale, visto che la mia presenza negli stadi era molto frequente. Avevano bisogno di una donna che potesse organizzare il calcio femminile, così partii dal ruolo di vice-presidente del Comitato per il calcio femminile del Burundi, lanciai il primo campionato nazionale femminile, fondai altri club». Poi, la scalata ai vertici federali: «Alle elezioni del 2004, quando venne fuori il mio nome, pensai: queste persone sono pazze, una donna presidente della federazione calcistica del Burundi, è impossibile». Invece, andò proprio così. E il nome di Lydia Nsekera è esemplare, anche al di là dello sport: «Il mio è stato un esempio importante per le donne, in tutto il continente. Perché il Burundi veniva da un terribile conflitto etnico e alle negoziazioni che ne seguirono si decise di riservare alle donne il 30 per cento di ruoli esecutivi nel paese: quando se ne discusse il mio nome fu portato ad esempio, di come dopo un decennio di problemi la federazione calcistica li aveva risolti grazie a una donna. Penso di aver contribuito ad aprire una porta alle donne del mio paese». Il calcio come strumento di emancipazione: «Lo sport in generale ha un grande potere socio-culturale. Ricordo partite di calcio nel periodo dei conflitti etnici, ricordo di averle seguite in tribuna senza avere alcun problema. Altri avrebbero avuto paura, io non ne avevo, perché sapevo di essere parte di una famiglia, quella del calcio, che va contro ogni divisione. È il potere dello sport».Lo sport che unisce, emancipa, risolve. Isha Johansen sta alla Sierra Leone come Lydia Nsekera al Burundi. Stesso viaggio, attraverso altre strade. Cresciuta a Freetwon, la capitale, in una famiglia importante del paese, Tejan-Cole (il cognome Johansen è del marito norvegese), anche lei si appassiona al calcio. Fonda una squadra, cui dà il suo nome (l’Fc Johansen): «Un modo per dare una mano a ragazzi di strada». Recente la sua scalata in federazione: elezione datata agosto 2013 (ora la sua posizione è sotto attacco da parte di un gruppo che mira d estrometterla), da unica candidata, dopo l’esclusione (per irregolarità) dell’ex interista, Mohammed Kallon. Tre i sui capisaldi: «Integrità, saggezza, disciplina». La basi da cui partire per rifondare una federazione. Per lei, quasi immediata, la prova più dura: l’epidemia di Ebola. Coraggio, innanzitutto: «Dovevamo decidere cosa fare: decidemmo di sospendere il campionato, perché a mio avviso non c’era altra scelta. Quando l’epidemia cominciò a diffondersi, la gente era allarmata ma anche confusa. Non potevamo rischiare: permettere a squadre e tifosi di viaggiare attraverso il paese, magari arrivando nella capitale da zone molto povere, sarebbe stato un suicidio. Se potessi tornare indietro, prenderei quella decisione con maggiore immediatezza». Difendersi, la prima azione. Contrattaccare, la seconda: «Il calcio è un mezzo potente, per qualsiasi crisi. In Sierra Leone è come una seconda religione: la gente preferirebbe non mangiare piuttosto che perdersi una partita. Per questo sapevamo che col calcio avremmo potuto dare una mano». Ed eccola: «Grazie alla Fifa abbiamo dato il via alla campagna “11 against Ebola”, con la collaborazione di campioni come Ronaldo, Neymar, Drogba, Lahm, Xavi, Pique, Obi Mikel, Boateng, Bale, Varane e Guardiola. Il loro messaggio, veicolato attraverso radio e tv, ha permesso alla gente di capire l’entità del problema e prendere le dovute precauzioni». Ancora il calcio, strumento sociale. Il calcio visto con gli occhi delle donne.