Agorà

Meditazione. Carlo Maria Martini: l'umiltà di Gesù, chiave e segreto della Trinità

Carlo Maria Martini mercoledì 24 maggio 2017

Francisco de Zurbarán, “Agnus Dei” (1635-1640). Madrid, Museo del Prado

Per i quarant’anni di sacerdozio. Esce per le Edizioni Dehoniane Bologna (Edb) il libro “Esercizi spirituali” (pagine 120, euro 9,50). Il testo è frutto degli esercizi spirituali sulla Prima lettera di Pietro, predicati dal cardinale Carlo Maria Martini in occasione del quarantesimo Anniversario della consacrazione sacerdotale tenutosi a Kyriat-Jearim (distretto di Gerusalemme) il 27 giugno 2004. Titolo di quegli esercizi era, appunto: “Alle radici della consacrazione sacerdotale. La Prima lettera di Pietro”. In pagina proponiamo un capitolo tratto dalla terza meditazione.

C’è uno studio molto interessante di un autore tedesco, intitolato Croce e Trinità, in cui si cerca di mostrare come la Trinità si esprima nella croce e quasi non possa esprimersi che nella croce. Io dico più semplicemente così: umiltà, porta della Trinità.

Perché Gesù si presenta così umile, indifeso e quindi perdente in questo mondo? Certamente, per un motivo ascetico: Gesù sa che l’orgoglio ha rovinato l’uomo e quindi l’uomo va rifatto passando per la via dell’umiltà. C’è un motivo anche salvifico: Gesù offre se stesso con amore per la salvezza dell’uomo caduto a causa della superbia. Ma c’è pure un motivo teologico: in questo modo Gesù ci fa capire qualcosa della Trinità.


Per questo le religioni che alla fine esaltano il successo mondano non riescono ad ammettere l’idea del Dio trinitario. Mentre invece l’umiltà di Gesù ci apre qualche spiraglio per intuire qualcosa della Trinità, dove, come sappiamo, per quanto lo si possa esprimere con parole umane, ogni persona divina è tutta in relazione all’altra. Nessuno si chiude in sé, ma tutto si dona all’altro. È quell’atteggiamento che noi umanamente chiamiamo amore: uscire da se stessi per donarsi tutto all’altro. È umiltà, svuotamento di se stessi, perché l’altro sia. Per questo, Dio-Amore è rappresentato al meglio dal Gesù umiliato, povero, sofferente, crocifisso. Il crocifisso è perfetta rivelazione del Padre e della Trinità. Ecco, questo certamente noi lo diciamo un po’ con parole retoriche. Ma la via cristiana è il penetrare nella preghiera e nell’esperienza concreta questa verità. Se questo è vero, l’umiltà di Gesù è dunque porta della Trinità. Ne deriva allora anche un nuovo motivo antropologico dell’agire di Gesù, quello che il Vaticano II esprime con quelle parole che poi riprende Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor hominis: l’uomo si realizza nel dono di sé. Non nel vincere se stesso mettendosi al centro, ma nello spogliarsi per gli altri, nel dono di sé agli altri. E quindi umiltà e sacrificio sono la via alla vera umanità e alla vera pace. Ne consegue anche quella verità politica espressa così incisivamente da Giovanni Paolo II con le parole: «Non c’è pace senza giustizia » e «Non c’è giustizia senza perdono ». Siamo rispettivamente nell’ambito della giustizia della creazione e nell’ambito della giustizia evangelica. Noi siamo chiamati certamente a tenere insieme le due giustizie. La giustizia evangelica non vanifica la giustizia della creazione, perché la situazione dello schiavo è ingiusta. Oggi, dopo duemila anni, abbiamo maturato meglio questa percezione della di- gnità umana. Quindi siamo tenuti a onorarla. Ma non la potremo onorare fino in fondo senza congiungerla con la giustizia del Regno che è il perdono, che è l’uscita da sé perché l’altro sia, che è la gratuità, che è il dono di sé senza riserve e senza limiti. La difficoltà continua dell’agire cristiano è proprio quella di tenere sempre insieme giustizia della creazione e giustizia del Regno. Giustizia della creazione, perché a ognuno va dato il suo e non è accettabile né sfruttamento, né oppressione, nessuna di queste realtà che umiliano la dignità umana. Ma d’altra parte non è con i mezzi della violenza, della forza, della distruzione del nemico che viene superata questa situazione, ma attraverso il dono di sé, secondo lo spirito evangelico.

Questo ci introduce certamente nel cuore del Nuovo Testamento, nel cuore del segreto della parola di Dio, nel cuore del discorso della montagna, e quindi richiede grande grazia di Spirito Santo. E anche grande equilibrio, in quanto si accetta innanzitutto lo squilibrio della croce, la follia della croce. Così si rilegge la storia del mondo come promozione vera e profonda dell’uomo e dei valori dell’uomo, non attraverso la via della forza e nemmeno della legittimità del diritto, ma attraverso la via del perdono e della misericordia.

Ricordo che negli ultimi tempi, soprattutto nell’ultima 'Cattedra dei non credenti' a Milano, abbiamo proprio discusso con Gustavo Zagrebelsky il tema della giustizia e il suo libro molto bello sulla democrazia. Si mostrava come la giustizia che non tiene conto di questo valore evangelico diventi giustizia ingiusta e non realizzi la giustizia che si propone di realizzare. Queste tematiche sono certamente oggi molto vive. Del resto, anche ciò che si sta vivendo in questo Paese è del tutto legato a tale problematica. Riusciremo a sconfiggere il terrorismo semplicemente con la violenza, la forza, l’oppressione? Oppure creeremo così nuove forme di aggressione e di terrorismo?

Questo è il grande dilemma. Perciò è proprio qui che si gioca anche questo «nodo politico». Lo Spirito Santo deve illuminarci molto sul come noi cristiani possiamo esprimere, proprio a partire dalla nostra condizione di minoranza e di povertà, questi valori. Mentre anche la comunità cristiana è tentata, in situazioni di minoranza, di farsi valere con la forza del diritto e qualche volta con la forza fisica per difendere i suoi privilegi. Cosa che può anche essere importante, ma che deve tenere conto di come una comunità cristiana acquista il suo valore di messaggio evangelico e non semplicemente di protezione di un clan, di un gruppo sociale che si difende dando spallate a destra e sinistra e cercando di farsi valere.