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Poesia. Nelle lettere di Seamus Heaney il suo stile fiero e contadino

Riccardo Michelucci domenica 26 novembre 2023

Il poeta irlandese Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura nel 1995

Sembra di sentirla risuonare ancora, l’inconfondibile voce roca e cadenzata di Seamus Heaney, mentre rilegge una delle lettere che ha appena scritto a qualche amico, collega, collaboratore. Parole che non producono arte ma esprimono sentimenti e stati d’animo, raccontano frammenti della sua quotidianità, lasciano trasparire in filigrana la sensibilità e il carattere dell’uomo. A dieci anni esatti dalla morte del grande poeta irlandese esce in Gran Bretagna una selezione della sua corrispondenza privata, che rivela alcuni aspetti della vita del premio Nobel considerato, insieme a W.B. Yeats, la massima voce poetica dell’Irlanda contemporanea. Il ponderoso volume The Letters of Seamus Heaney (Faber, pagine 848, euro 40) è il frutto di un lavoro monumentale commissionato dalla famiglia di Heaney e affidato alla sapiente curatela del suo amico Christopher Reid, anch’egli poeta. L’opera non contiene grandi rivelazioni, anche perché si è scelto di non inserire le lettere che il poeta scrisse alla moglie o ai figli. La sua intimità familiare resta dunque comprensibilmente protetta. « Mi è stato chiarito fin dall’inizio che la loro privacy doveva essere inviolabile e non ho avuto alcuna difficoltà a rispettare questo desiderio», spiega lo stesso Reid nell’introduzione. Ma le lettere contenute in questa raccolta aiuteranno comunque gli studiosi e gli storici della letteratura a comprendere meglio la vita e l’opera del bardo di Bellaghy; i lettori potranno invece conoscere alcuni dei tratti più personali dell’uomo a partire dagli anni che precedettero la sua grande notorietà.

Dalle lettere giovanili che fanno emergere le speranze comuni a ogni scrittore non ancora famoso - le pubblicazioni, la risposta del pubblico, i riconoscimenti – fino alle lettere redatte in tarda età, mentre la malattia incombeva facendogli presagire una fine imminente. Questa corrispondenza scelta copre un arco di quasi mezzo secolo della sua esistenza e aggiunge molti particolari a ciò che avevamo appreso sulla vita e sulla carriera del poeta dopo la pubblicazione del famoso libro-intervista di Dennis O’Driscoll, Stepping Stones, nel 2008. e parole di Heaney trasudano esuberanza e generosità, empatia e affetto, speranza per sé e incoraggiamento per gli altri. Danno forma a un vasto caleidoscopio di conoscenze, contatti, conferenze, incontri, letture e rievocano i contesti emotivi in cui nacquero alcune sue composizioni poetiche o si materializzarono le sue scelte di vita. Nel maggio 1975 scrive una lettera al grande amico e straordinario romanziere John McGahern, spiegandogli i motivi che tre anni prima l’avevano spinto a lasciare Belfast con la sua famiglia: « In parte non ne potevo più della snervante necessità di spiegare alla gente che ero uno scrittore papista di successo a rischio di cooptazione da parte dell’establishment unionista; in parte sentivo che non mi sarei mai confrontato con le mie superficialità e le mie scarse potenzialità se fossi rimasto avvinghiato alla Queen’s e nelle grinfie della “scena letteraria di Belfast”; in parte mi sono voluto anche godere la magnificenza dell’uscita di scena » .

Dopo aver pubblicato due raccolte poetiche di successo ( Morte di un naturalista e Una porta sul buio) e con un’altra prossima al completamento, Heaney aveva deciso di rinunciare al posto di docente universitario alla prestigiosa Queen’s University di Belfast per diventare uno scrittore a tempo pieno. Nato in una famiglia di contadini della contea di Derry, nell’estate del 1972 Heaney abbandonò una città in preda agli spasmi del conflitto anglo-irlandese per fare ritorno nel mondo rurale della sua infanzia. Si trasferì in un cottage della contea di Wicklow, sotto Dublino, dove nascerà la cosiddetta “scuola campestre” di Glanmore, un rifugio che gli avrebbe consentito di esplorare a fondo la natura umana evocando l’incontro solitario della penna con il silenzio («Glanmore ha salvato la mia vita creativa» spiegherà poi). Da sette anni era sposato con l’insegnante e scrittrice Marie Devlin, una donna bella e brillante che aveva rappresentato per lui «uno stile di vita», come confessò a suo tempo all’amico Seamus Deane. Il loro matrimonio sarebbe stato il pilastro più solido della sua vita, al quale si aggiunsero presto i tre figli Christopher, Michael e Catherine. Marie è una presenza ricorrente anche in queste lettere - sebbene non sia mai la destinataria - e l’amore di Heaney per la moglie, i figli e i nipoti si intuisce chiaramente tra le righe. In una lettera al poeta Michael Longley descrive la sua gioia per la nascita della nipotina Aibhín – la stessa gioia che poi avrebbe espresso con tutta la potenza suggestiva dei suoi versi nella splendida poesia Un aquilone per Aibhín -; in un’altra, prima che arrivi il successo, manifesta grandi preoccupazioni per la situazione finanziaria della propria famiglia («Sento di avere sempre la banca d’Irlanda che mi corre appresso»), altre ancora schiudono invece curiosi momenti di leggerezza, come quando chiede a un amico di fargli avere una stampa del calciatore George Best. Molte lettere cariche di un affetto sincero sono poi indirizzate al suo editore della Faber, Charles Monteith, un uomo che ebbe un ruolo determinante nel far decollare la sua carriera di scrittore. Nell’ottobre del 1973 gli scrive: «Sono tornato a casa venerdì dallo Jutland. Penso sempre più spesso che mi piacerebbe scrivere un libro sulle paludi, anzi sulle torbiere irlandesi, con tanti saluti allo Jutland». Due anni più tardi sarebbe uscita la più significativa delle sue raccolte poetiche giovanili, North, in cui i corpi degli antenati conservati intatti nella torbiera parlano di sé stessi come in una specie di Spoon River preistorica. Ma anche quando divenne un poeta molto famoso, la cui opera aveva un forte impatto sia in Irlanda che all’estero, Heaney riuscì sempre a mantenere una profonda semplicità, a restare consapevole e fiero delle origini contadine che condivideva con uno dei massimi poeti dell’antichità, il suo amato Orazio. L’immagine che traspare con forza da queste lettere è quella di un uomo che seppe farsi amare a prescindere dalla sua notorietà e dal suo successo, che non si vantava mai e aveva spesso slanci auto-ironici. Come nel 1989 quando, dopo aver appreso di essere stato nominato professore di poesia a Oxford, commentò «è un caso quasi unico in cui un cane irlandese vince una corsa inglese ». Il suo umorismo tipicamente Irish rimase intatto anche di fronte alla malattia. «Viene da queste parti spesso? », chiese in ospedale al chirurgo che stava per impiantargli un pacemaker. «Soltanto dopo qualche bevuta», gli rispose lui. Al che Heaney ribatté con prontezza: « Ero sicuro di essere in buone mani».