Agorà

L'INCHIESTA. Lo sport dei piccoli è diventato grande

Massimiliano Castellani mercoledì 15 giugno 2011
«Piccolo è bello», è lo storico slogan del Censis di Giuseppe De Rita e questo può tranquillamente essere mutuato per le tante realtà sportive disseminate nel Belpaese. Il “modello Bevagna” come simbolo dell’Italia dei mille campanili è ancora forte e vincente, a cominciare dal calcio. Altrimenti non si spiega che una squadra di “frazione” come il Chievo Verona da un decennio calca i campi della Serie A, arrivando persino ai preliminari di Champions League. Il borgo medioevale di Gubbio, quello delle tavole bronzee manoscritte, dei Ceri, di don Matteo e “don” Gigi Simoni, è salita in B con la sua squadra e adesso pregusta sfide, fino a ieri impossibili, con Torino e Sampdoria. Un affronto alla dimensione metropolitana che nel calcio detiene ancora il monopolio assoluto. E il termine provinciale spesso viene pronunciato come diminutio. Ma basta uscire da uno stadio per osservare dall’alto un panorama che vede la provincia farla da padrona. È il caso del basket, in cui l’impero è saldamente in mano a Siena: meno di 55mila abitanti, ma uno sponsor ultrasolido come il Monte dei Paschi con cui mettere davvero il futuro in banca. La finale scudetto in corso con Cantù (Siena è sul 2-0) è un’affaire per meno di 100mila persone, perché la piccola capitale lombarda dei mobilifici non arriva a 40mila abitanti, di questi uno su 10 settimanalmente va al Palazzetto Ngc Arena (4.217 posti) ad assistere alle meravigliose giocate di Markoishvili e compagni. Nuovi eroi di Cantù che è un pezzo di storia e di tradizione della pallacanestro made in Italy e dal lontano 1936, anno di fondazione, ha messo nella sua preziosa bacheca 3 scudetti due Coppa dei Campioni e perfino due titoli mondiali per club. Immaginate se nel calcio avesse fatto lo stesso l’Ascoli o l’Avellino. Impossibile. Nel basket si può, perché è la provincia opima che lavora bene in fabbrica e anche sul parquet e il “miracolo Cantù” è stato messo in piedi con 4 milioni di euro che è il budget di un club di seconda fascia nel movimento attuale. Il bilancio delle ragazze della Wuber Schio è di 1,5 milioni di euro, ma frutto di una partecipazione appassionata di oltre 40 aziende della zona che credono fortemente nello sport come strumento di promozione del territorio. E con quei soldi, il club vicentino che rappresenta un borgo popolato quanto Cantù, si è preso lo scudetto della stagione 2010-2011 e la soddisfazione di avere 5 sue ragazze convocate in Nazionale.Uno scenario affine al poco visibile hockey su prato che sabato prossimo assegnerà il tricolore a Roma: sfida tra la Libertas San Saba e il Mori Villafranca (Trento). Che l’hockey su prato fosse a gestione familiare lo sapevamo: nella Nazionale femminile su18 atlete figurano 6 gemelle e due sorelle. Per cui non stupisce che il Villafranca si barcameni con 100mila euro d’investimento all’anno (spese di trasferta più pizza per tutte) e risparmi anche sul coach, perché il suo tecnico, Marco Saviatesta, da ex azzurro allena gratis e per amor di patria. E quanto onore fa alla sua “patria” la squadra di volley femminile di Villa Cortese, comune dell’hinterland di Milano di appena 6.200 anime. Un cittadino su 4, oltre 1.500 tifosi del Villa Cortese, può dire: «Io c’ero al Forum d’Assago». Lì nella grand Milan si è consumato l’ultimo atto della finale-scudetto che Villa Cortese ha perso sul campo contro la Foppa Pedretti Bergamo, ma uscendo comunque a testa alta. Da realtà oratoriale e poi di Serie C, Villa Cortese è entrata in Champions e viaggia nella business class della pallavolo europea, forte dei 2,5 milioni annui spesi per la squadra, gran parte dei quali arrivano dallo sponsor, il generoso “commendator” Carnaghi. Piccolo è bello e a volte che ricco.