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In sala . «Lo Hobbit», una sfida epica chiude la saga

Alessandra De Luca mercoledì 3 dicembre 2014
Sono trascorsi tredici anni da quando Peter Jackson ha iniziato sullo schermo il suo lungo viaggio nell’universo Tolkien con la saga de Il signore degli anelli (progettata però sin dal 1995), che dalla lontanissima Nuova Zelanda ha rivoluzionato le regole del fantasy diventando un fenomeno di costume oltre che cinematografico. E che ha trasformato la città di Wellington in una nuova Hollywood. Tredici anni costellati da 36 nomination, 17 Oscar, quasi 20 ore di avventura e 5 miliardi di dollari al botteghino. Il prossimo 17 dicembre si chiude anche la seconda trilogia, quella dedicata a Lo Hobbit: con La battaglia delle cinque armate, presentata ieri a Londra in una spettacolare anteprima mondiale che ha radunato tante star sul green carpet di Leicester Square, il regista dice addio a elfi e draghi, nani, maghi e Gollum. Era ora, penserà chi era convinto che realizzare tre film da uno smilzo romanzo fosse una pura e semplice operazione commerciale. Eppure l’abbandono della Terra di Mezzo lascerà orfani e sconsolati milioni di spettatori in tutto il mondo, che ora si attaccano a un’ultima speranza, quella di veder realizzata una nuova saga da Il Silmarillion, opera incompiuta da Tolkien e conclusa da suo figlio Christopher che lo pubblicò nel 1977, che ne detiene i diritti e che non ha mai nascosto la sua avversione per quello che Jackson ha fatto con i romanzi del padre.  Cosa racconta l’ultimo episodio di Lo Hobbit, anche questo realizzato in 3D e 48 fotogrammi al secondo e che vede nel cast tra gli altri Martin Freeman, Luke Evans, Richard Armitage, Evangeline Lilly, Cate Blanchett, Orlando Bloom, Ian McKellen? Mentre il drago Smaug, infuriato e assetato di vendetta, riversa la sua ira sulla popolazione indifesa di Pontelagolungo, che può contare solo su Bard l’arciere, Thorin Scudodiquercia è ossessionato dal recupero del tesoro, anche a costo di sacrificare il proprio onore e l’amicizia con Bilbo Baggins, che tenta di farlo tornare alla ragione rischiando scelte disperate e assai pericolose, ma che troverà se stesso proprio nel bel mezzo della battaglia, senza diventare un eroe, ma senza neppure fuggire e nascondersi. Nel frattempo Sauron manda in avanscoperta legioni di Orchi per un attacco alla Montagna Solitaria, mentre le razze di Nani, Elfi e Uomini devono fare una scelta: unirsi per sopravvivere oppure essere distrutti.  Ci sono volute ben tre settimane per dirigere la colossale battaglia finale tra Orchi e Mannari contro Uomini, Elfi e Nani (le cinque armate, appunto), quella destinata a decidere il futuro delle Terra di Mezzo e che si ricollega a La compagnia dell’anello.  Perché l’ambiziosa operazione di Jackson sta proprio in questo, espandere il materiale del romanzo dando non solo più spazio ad aventi ai quali lo scrittore dedica poche pagine o addirittura poche righe, ma andando in profondità nella psicologia dei personaggi che da figure marginali diventano eroi dalle molte sfaccettature. Come Bard l’arciere, leader dell’armata degli umani, che combatte non per la gloria ma per i suoi figli, personaggio chiave di questa ultima puntata, affidato alla emergente star gallese Luke Evans, da poco visto nei panni del nuovo Dracula. Questa è la fine, insomma. Ma siamo pronti a scommettere che chi non può fare a meno dell’epica al cinema si consolerà presto con la nuova trilogia di Guerre Stellari diretta da J.J. Abrams, al lavoro sul capitolo sette che si svolgerà una trentina d’anni dopo Il ritorno dello Jedi e che arriverà nelle sale tra dodici mesi. L’ultimo capitolo è previsto per il 2019.