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Calcio. Fabio Liverani: «La mia vita è un lungo derby»

Massimiliano Castellani martedì 4 aprile 2017

L’ex azzurro Fabio Liverani, 41 anni il prossimo 29 aprile, attualmente allenatore della Ternana in serie B

Il pallone, da sempre, fa dei rimbalzi strani nella vita di Fabio Liverani. Romano, classe 1976, è nato romanista, ha sognato di giocare con la maglia giallorossa e invece nel 2001 si è ritrovato a indossare quella della Lazio dove è rimasto fino al 2006. Anno in cui sarebbe stato il primo “africano” («papà era italiano e cristiano, ma mia mamma era una musulmana di Mogadiscio rifugiata in Italia») a giocare la fase finale dei campionati del mondo in Germania. Ma Lippi, «nonostante mi stimasse » alla fine non lo convocò. La sua carriera di calciatore rimane comunque di livello e impreziosita di piccoli primati: tipo, a 24 anni, l’essere passato dalla Viterbese, campionato di C1, al Perugia di Serse Cosmi che lo lanciò in Serie A. Debutto immediato in azzurro (a Perugia, il 25 aprile 2001, Italia-Sudafrica 1-0) e consacrazione popolare grazie anche all’imitazione di Maurizio Crozza che faceva gridare al suo Cosmi: «Se sbagli il “crosse” ti spezzo una gamba Liverani!»

Un gesto improbabile per il vero Serse, specie ai danni del pacifico Liverani, uno che calcisticamente è nato e cresciuto in oratorio.

«Infatti - sorride - Ho vissuto la mia infanzia all’oratorio Pio XI, quartiere Tuscolano, sotto la guida di don Duranti. Recuperare quella dimensione oratoriale, oggi che siamo un po’ tutti ostaggio delle tecnologie, sarebbe un modo per liberare la creatività e la fantasia dei ragazzini come mio figlio Matteo (12 anni, gioca mezzala nella Nuova Tor Tre Teste). La mia generazione ha appreso la tecnica grazie al campetto con la buca, dribblando il sasso e stoppando il pallone dopo un rimbalzo strano, per via del muretto a spigoli...».

A proposito di rimbalzi anomali: uno come lei che è esploso al Perugia ora allena l’acerrima rivale, la Ternana che sta tentando di portare in salvo nel campionato di serie B.

«Coincidenze ricorrenti nel mio destino. Di solito dove arrivo accolto tiepidamente riesco a fare anche bene. Alla Lazio dopo le difficoltà iniziali, compreso il “marchio” di tifoso romanista, sono stati cinque anni eccezionali. I ricordi di quel gruppo e di Formello li ho scolpiti nella mente e nel cuore».

Un lustro d’oro interrotto dall’avvento del nuovo padre patron laziale, Claudio Lotito.

«Per me si trattò del classico momento sbagliato. Lotito entrava in un mondo nuovo e per lui tutto ciò che rimandava al “vecchio”, Liverani incluso, lo considerava il male assoluto. Tentò anche di offrirmi un rinnovo di contratto, una proposta più di facciata per calmare la piazza, ero il capitano, avrei potuto prolungare per altri cinque anni e arrivare a dieci in biancoazzurro, ma il Presidente allora non aveva capito il Liverani uomo, prima che il giocatore. Però voglio “spezzare”... una lancia in favore di Lotito». E sarebbe a dire? «Che da uomo intelligente strada facendo ha saputo correggere molti errori frutto di inesperienza. La scelta di Simone Inzaghi allenatore e l’aver richiamato un pezzo di storia della Lazio come Angelo Peruzzi è il segno che Lotito sta vivendo una nuova fase in cui ha capito quanto sia importante il rispetto della tradizione per gestire una società di calcio».

Stasera mentre la sua Ternana gioca a Benevento, va in scena anche la semifinale di Coppa Italia: il derby Lazio-Roma. Per chi fa il tifo?

«Non tifo Roma e neppure Lazio, anche se ho sempre un occhio di riguardo per Simone Inzaghi che è stato mio compagno di squadra e per quel popolo laziale che mi ha voluto e mi vuole ancora tanto bene».

Un popolo, come quello romanista, che da tempo, per protesta, sta disertando lo stadio Olimpico...

«Però questa sera pare che ci sia il pieno... Gli stadi vuoti e le Curve in mano a minoranze a volte criminali sono la dimostrazione che i nostri club possono fare molto poco per cambiare la realtà. E purtroppo questo scenario, fatto di scandali ricorrenti, di violenze, di insulti e di “tifo contro” sono cattive usanze tutte italiane».

Lo dice da ex tecnico del Leyton Orient, dell’altrettanto ex patron Francesco Becchetti, uno che è stato anche arrestato a Londra...

«Lo dico sulla base di un’esperienza che è andata male per mancanza di organizzazione. Il Leyton nonostante la mia buona media punti da quando ero subentrato (a Kevin Nugent), è retrocesso nella C2 inglese, e come li avevo avvertiti, sta scivolando ancora: sono a un passo dal dilettantismo. Però in quegli stadi d’Inghilterra ho respirato il ve- ro fairplay, verso i calciatori avversari e nei confronti della tifoseria ospite. Da noi, non so quanto dovremo attendere prima di vedere degli stadi in cui si tifa solo a favore della propria squadra invece che contro gli altri».

In panchina lei ha cominciato con gli Allievi del Genoa, e come Montella (allenava gli Allievi della Roma) è subito “rimbalzato” alla guida del Grifone in Serie A. Ma un salto così grosso lo rifarebbe?

«Certo che lo rifarei, come tutte le esperienze, buone o cattive, che ho vissuto in campo. A me è mancato un po’ di fortuna, da parte del Genoa non c’è stato un pizzico di pazienza in più. Avevamo stravinto il derby con la Samp (3-0) e dopo l’iniziale ciclo terribile - Fiorentina, Inter, Napoli e Udinese in trasferta - , sarebbero arrivate Catania e Chievo e forse quella stagione avrebbe preso un’altra piega... Il presidente Preziosi? Fosse stato solo per lui sarei rimasto, ma lo ringrazio comunque per l’opportunità che mi ha dato».

Nel suo percorso oltre a Lotito e Preziosi ha incontrato presidenti vulcanici del calibro di Gaucci e Zamparini...

«A Luciano Gaucci e i suoi figli Riccardo e Alessandro sarò sempre grato, mi hanno seguito con affetto anche dopo aver lasciato il Perugia. Con Zamparini il rapporto è stato conflittuale, non mi piaceva già allora il suo modo di trattare gli allenatori. Però al Palermo sono stati tre anni stupendi, specie assieme a quel grande direttore sportivo che è Walter Sabatini, mi aveva portato con sé anche al Perugia e alla Lazio».

Visti i tanti giovani lanciati in questa stagione possiamo parlare di un “rinascimento” del calcio italiano?

«Lo spero tanto, anche se ci sono due aspetti da non trascurare. Il primo è che dobbiamo dare ai giovani il tempo necessario per crescere, lasciandoli liberi di commettere degli errori. Il secondo è che ci sia una progettualità vera, come hanno fatto in Spagna, Germania, Svizzera... perché al momento da noi è stata la crisi economica a far ripiegare, più che puntare, su una tribù di under 21».

L’effetto “linea verde” si avverte anche in B?

«In B lo svezzamento dei giovani è iniziato da tempo e con grandi risultati. Nella mia Ternana ci sono ragazzi come Palombi, Petriccione, La Gumina, Monachello e Germoni che assieme non arrivano a fare cento anni e di cui sentirete parlare».