Agorà

Il dibattito. L'italiano nella Messa? Elegante ma con qualche errore (concesso)

Giacomo Gambassi domenica 10 maggio 2015
In molti si commossero, cinquanta anni fa, per la prima Messa in italiano. Raccontò lo stupore anche Paolo VI che aveva presieduto quella storica Eucaristia nella lingua del popolo fra le navate della parrocchia di Ognissanti a Roma il 7 marzo 1965. «C’era chi disse: finalmente si può capire e seguire la complicata e misteriosa cerimonia; finalmente il sacerdote parla ai fedeli e si vede che agisce con loro e per loro». Fu una rivoluzione la Messa in italiano. Ed era figlia della riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II. In mezzo secolo il rito è già stato rivisto più volte: siamo già alla terza editio typica in latino che presto porterà alla terza traduzione italiana del Messale romano.

 

L’anniversario della prima Eucaristia in “volgare” diventa l’occasione per porsi una domanda: che tipo di italiano viene usato nelle celebrazioni eucaristiche? «Bisogna dire subito che non coincide precisamente con la lingua comune – spiega Vittorio Coletti, docente di storia della lingua italiana all’Università di Genova e consigliere dell’Accademia della Crusca che all’argomento ha dedicato una ricerca –. La Messa ha un suo vocabolario che talvolta è distante da quello contemporaneo. Poi ricorre a costruzioni ed espressioni inusuali o addirittura non ammesse dai manuali di grammatica». Quella di Coletti sembra una provocazione: intento di Paolo VI e dei padri conciliari era di favorire la partecipazione piena e consapevole dell’assemblea anche attraverso le lingue nazionali. «E l’obiettivo è stato centrato», ribatte monsignor Angelo Lameri, consultore dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice e titolare della cattedra di liturgia e sacramentaria generale alla Pontificia Università Lateranense. «La linea seguita in questi cinquanta anni – prosegue Lameri – è stata quella di trovare il giusto equilibrio fra una lingua che fosse comprensibile persino alla gente più semplice e una lingua che non scadesse nel banale. La costituzione conciliare sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium, ha coniato la definizione di “nobile semplicità” a proposito dell’arte. Questa intuizione può essere applicata anche alla lingua». Coletti preferisce chiamarla «lingua speciale». «Il linguista sa che esistono usi settoriali dell’italiano: è il caso della lingua medica o di quella informatica. Di tutto ciò lo studioso non si stupisce. Certo, va riconosciuta alla lingua della Messa una sua eleganza».

Allora entriamo in questa disputa linguistica fra l’accademico della Crusca e il liturgista lombardo. Cominciando dai vocaboli della celebrazione. «Pensiamo – pungola Coletti – al valore che assumono parole come “sacrificio” o “vittima”, usate con una valenza positiva che non hanno nella lingua comune, o “passione”, impiegato non come attrazione ma come sofferenza». Insomma, significati distanti dal comune sentire? «Nella Messa ci sono parole e immagini che vanno lette alla luce della Scrittura – precisa Lameri –. Quando si parla di “sacrificio”, si fa riferimento a quello di Cristo sulla Croce: quindi è il dono che il Signore fa di sé e della sua vita. Non solo. Nella liturgia il vocabolo “sacrificio” è spesso associato ad alcune specificazioni: sacrificio salvifico, ossia che dona la salvezza, o di amore. Esempi analoghi valgono per “vittima”».

Altra metamorfosi che nota Coletti è quella della locuzione “Deus Sabaoth”. «Letteralmente significa “Dio degli eserciti”, ma nella liturgia è diventato “Signore dell’universo”», afferma. Risponde il liturgista: «Nell’Antico Testamento, soprattutto dopo l’esilio, quando Israele non ha più eserciti propri, il titolo viene riferito alle schiere celesti. Le schiere del cielo e della terra sono tutte creature di Dio. Questo vale a maggior ragione nella liturgia eucaristica, quando al termine del Prefazio l’assemblea liturgica (le “schiere della terra”) è invitata a cantare la santità di Dio con l’assemblea del cielo (le “schiere” angeliche e i santi)».

Il j’accuse di Coletti include anche le eccezioni sintattico-grammaticali. «Il costrutto “per Cristo” con valore di mezzo e tramite non è previsto nella lingua ordinaria. O meglio, è contemplato per i nomi comuni, come nel caso “per posta”, mentre con i nomi propri ha un valore diverso: “per Marco” significa “a giudizio di Marco”». «In realtà – fa sapere Lameri – la principale funzione della preposizione “per” è di introdurre il tramite attraverso cui si svolge l’azione. Nella liturgia si richiama la preghiera che viene rivolta al Padre tramite Cristo. E si evidenzia che Gesù è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini». Altra espressione controversa è “nell’unità dello Spirito Santo. Sostiene il docente ligure: «La reggenza è, per la norma, incongrua. L’italiano accetta solo “in unità con”, tanto che il cardinale Tamburini aveva suggerito, già nel ‘700, “in unità di essenza collo Spirito santo”, chiarendo il senso e rispettando la grammatica». Replica il liturgista: «In italiano, se è più frequente l’espressione “in unità con”, si trova anche “in unità di”: siamo “in unità di intenti”. La formula liturgica ha natura teologica e guarda al mistero della Trinità. Nella Dossologia che conclude la Preghiera eucaristica vengono citate le tre Persone: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo…”. La Trinità è la comunione delle tre Persone che sono Dio. E proprio lo Spirito Santo esprime l’unità».

Poi Coletti pone l’accento su «espressioni molto particolari». «Al sacerdote che dice “Il Signore sia con voi”, si risponde “E con il tuo spirito”. La risposta non è affatto perspicua e sarebbe più chiara se fosse “e (anche) con te, come suggeriva Franco Fochi, se non “abiti egli ancora nel tuo spirito”, come proponeva Ludovico Muratori». «La locuzione adottata – spiega Lameri – rimanda a tutta la persona del sacerdote. In un’iniziale traduzione inglese era stata scelta l’espressione “E anche con te”. Evocare il “tuo spirito” vuol dire che il saluto nell’assemblea liturgica non è quello in un raduno di amici. Inoltre ha lo scopo di richiamare la presenza del Signore in mezzo a noi. E ha una radice biblica: “Il Signore sia con il tuo spirito” (2Tm 4,22)».

Coletti raccomanda anche di rivedere la preghiera del Padre Nostro. «La frase “Non ci indurre in tentazione” andrebbe corretta – consiglia – perché trasmette l’idea di un Dio che stimola al male». In realtà, con la traduzione Cei della Bibbia approvata nel 2008, si è già optato per “Non abbandonarci alla tentazione”. «La modifica – sottolinea Lameri – è avvenuta perché oggi il verbo “indurre” esprime una volontà positiva, ossia condurre verso, mentre l’originale greco ha una sfumatura concessiva, ossia non lasciare entrare. Con la nuova traduzione si palesa la richiesta di essere preservati dalla tentazione ma anche di essere soccorsi quando la tentazione giunge. E’ ancora sotto valutazione se trasportare questa variante nella liturgia».

Secondo Coletti, con l’apertura della Messa alle lingue nazionali «la Chiesa ha riconosciuto implicitamente di essere in un cantiere sempre aperto». Perché «la lingua cambia insieme con la cultura». Da qui un’indicazione. «Non sarebbe male evitare tensioni con le norme linguistiche, proporre costruzioni corrette, rendere più chiaro il significato di alcuni vocaboli». Lameri accetta la sfida. «La lingua conosce una sua evoluzione. E alcune revisioni sono necessarie. Però il concetto del cantiere sempre aperto è ambiguo: una caratteristica della lingua nella liturgia è di mantenere una certa stabilità. Si tratta di un elemento necessario alla liturgia stessa e alla preghiera. Per questo i vescovi italiani hanno ritenuto ad esempio di non variare le risposte del popolo nelle varie edizioni del Messale».