Agorà

Intervista. Il rabbino Sacks: la linea d'ombra delle religioni

Elena Molinari giovedì 17 dicembre 2015
Dio non è morto. Anzi. Al contrario di quanto predetto dalla maggiore parte dei pensatori occidentali negli ultimi tre secoli, le forze della secolarizzazione stanno arretrando sotto la pressione di una crescente adesione alle religioni organizzate. La predizione, illustrata e motivata nell’ultimo libro di Jonathan Sacks (fino al 2013 rabbino capo del Regno Unito e del Commonwealth) contiene però corollari preoccupanti. Porterà a un aumento degli estremismi? A un moltiplicarsi della violenza commessa in nome di Dio che ha segnato l’inizio del XXI secolo? Secondo Sacks, che ha da poco completato una serie di presentazioni del suo nuovo libro Not in God’s Name («Non nel nome di Dio») negli Stati Uniti, è possibile, ma non inevitabile.Un mondo più religioso è un mondo più violento?«Lo può essere, ma questo non significa che dobbiamo auspicare un mondo meno religioso, perché la religione può aiutarci a superare la violenza. Mi spiego. Gli esseri umani cercano naturalmente conferma, conforto e protezione all’interno di un gruppo. Giustamente, perché i membri di una comunità etnica, nazionale o di fede possono essere molto altruisti verso gli altri membri. Ma possono essere anche molto sospettosi e persino aggressivi verso l’esterno. Più un gruppo diverso è percepito come 'altro', più è deumanizzato e diventa oggetto di attacchi, anche violenti».Ma è un fenomeno che s’innesca anche con l’appartenenza a qualsiasi tipo di gruppo…«Sì, basta pensare che le più violente ideologie del secolo scorso, il nazismo e il comunismo, erano secolari. Ma la religione contiene il rischio intrinseco di dividere il mondo in santi e peccatori, in salvi e dannati, e questo è il primo passo verso la violenza in nome di Dio». Come evitarlo?«Ci sono stati tentativi nella storia di rimpiazzare la fedeltà al proprio gruppo religioso con ideologie universaliste e relativiste o con filosofie individualiste. Hanno sempre fallito, perché non hanno risposto al bisogno umano di appartenenza e di significato. Si può invece tentare una strada diversa: riconoscere la validità della religione dell’altro anche nel contesto della propria fede. E i testi sacri ci aiutano a farlo». In che modo?«A mio parere le apparenti rivalità che la Bibbia propone non demonizzano mai l’altro, quello che esce sconfitto. Anche se Isacco è scelto da Dio, e non Ismaele, Giacobbe e non Esaù, Giuseppe e non i suoi fratelli, il testo non implica mai un loro rifiuto da parte di Dio. Nella Genesi, la commovente descrizione del dolore di Ismaele, di cui Dio ascolta il lamento, ci insegna a riconoscere e a rispettare la sua umanità. Dio dice ad Abramo che manterrà l’alleanza attraverso la stirpe di Isacco, ma non disprezza Ismaele, promettendo che anche lui sarà benedetto. E l’episodio nel quale Hagar e Ismaele sono cacciati nel deserto è denso di emozioni e attira la compassione del lettore».Il dualismo dunque non è insito nei testi sacri ma nella loro interpretazione?«La teologia delle tre grandi religioni monoteiste può enfatizzare la pietà verso l’altro invece della paura e del dualismo patologico».Non è il fenomeno al quale stiamo assistendo in alcune parti del mondo, soprattutto in Medio oriente, dove il Daesh uccide nel nome di Dio.«Il Daesh è proprio un esempio del fallimento dei movimenti secolari e sedicenti democratici nel mondo islamico. Una larga parte della popolazione si è sentita tradita dai governi secolari che hanno preso il controllo del Medio Oriente dopo la prima guerra mondiale e può trovare risposte identitarie in una versione estrema della fede islamica, che promette l’ordine e la dignità dell’antico califfato ».Anche se l’aderenza al Daesh è determinata più da motivi economici e politici che religiosi, diffonde comunque una versione distruttiva dell’islam dalla quale anche giovani occidentali sono attratti. Come contrastarla? «Bisogna fare leva sui giovani musulmani istruiti in Occidente che cercano un ritorno alla fede in risposa al secolarismo e al consumismo, ma che non sono cresciuti in un’ideologia di violenza. Li turba vedere la loro religione accusata di violenza e vogliono avere l’opportunità di dimostrare che non lo deve necessariamente essere. Ripartire dalle scritture rispettate da giudaismo, islam e cristianesimo è un modo di dare a loro e a tanti altri un’alternativa alla lettura estremistica di 'noi contro di loro' che prevale in Medio oriente. Le scritture ci insegnano infatti che Dio è anche con l’altro e che senza rinunciare alla nostra fede possiamo trovare la riconciliazione».