Agorà

Il dolore. Fisichella-Capuozzo: l’incarnazione e la croce

Roberto I. Zanini sabato 11 febbraio 2012
Il dolore ripudiato, il dolore ri­mosso. Ripudiato dalla società contemporanea, ripudiato da o­gnuno di noi, nelle azioni quotidiane, anche in maniera inconscia, in quan­to uomini della contemporaneità. Eppure non c’è religione al mondo come quella cri­stiana che abbia fatto dell’accetta­zione del dolore il punto di parten­za per ogni per­corso di reden­zione. Non è un caso che spesso nei rapporti in­terreligiosi il sen­so stesso del do­lore e della sua accettazione separi nettamente i veri cristiani da chi cristiano non è. Un sentiero su un crinale, non sempre facile da percorrere, e sul quale ieri si sono incamminati i partecipanti al dibattito su «Gesù e il dolore degli uomini», che ha coinvolto monsi­gnor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la promozio­ne della nuova evangelizzazione, il teologo e psicoterapeuta tedesco Manfred Lütz e il giornalista Tony Ca­puozzo, moderati dal giurista esperto di bioetica Francesco D’Agostino. Non c’è religione al mondo che pre­veda una simile intimità del dolore, dicevamo, perché quella cristiana è la fede nel Dio incarnato. Un tema af­frontato con la forza delle cose 'vis­sute sul campo', anche se con acce­zioni diverse, sia da monsignor Fisi­chella che da Capuozzo. Vissute sul campo come le storie di guerra del giornalista, nel corso delle quali, ha raccontato, «mi sono trovato a ragio­nare di fede con amici e collaboratori islamici. Di loro ho a volte invidiato la docilità con la quale affrontavano le terribili incertezze della guerra affi­dandosi totalmente nell’espressione tipica dell’Islam: se Dio vuole». Un’ammirazione che cozzava con un certo modo di rapportarsi agli altri uomini e al loro dolore, soprattutto se infedeli. «Ho provato a spiegare che nel mondo in cui sono cresciuto Cristo ha il volto dell’uomo. Per que­sto in ogni uomo e nella sua sofferen­za riverbera l’idea di Dio. Se faccio del male a un uomo è come se facessi del male a Dio stesso.E non era facile far comprendere che per il cristiano è martire solo colui che offre la propria sofferenza e dona la propria vita per la salvezza degli altri». Sul campo, di­cevamo, come l’esperienza che mon­signor Fisichella ha tratto diretta­mente dai Vangeli, in particolare dal passo del primo capitolo di Marco in cui Gesù, nella sinagoga, viene inter­pellato dall’indemoniato col suo stesso nome: «Cosa c’entri tui con noi Gesù Nazareno, sei venuto a rovi­narci? Io so chi sei tu: il Santo di Dio?». Questo perché «il demonio, si­gnore di questo mondo, rifiuta l’in­carnazione di Dio. Dio non deve e non può mischiarsi con gli uomini, perché l’uomo è limitato, sofferente, mortale». La società che rifiuta Cristo rifiuta la sofferenza e se rifiuta la sof­ferenza rifiuta Cristo. E questo può avvenire in modi diversi, anche in quel «salutismo» che secondo Lütz si è «evoluto in una religione della salu­te (è vero uomo solo chi è in salute, chi non può guarire è uomo di terza classe), che pone il singolo individuo al centro del mondo, disinteressan­dolo da tutto il resto». Quel resto che è l’attenzione verso la sofferenza dell’altro, proprio il motivo per cui Gesù si è incarnato, scatenando l’ira del demonio.