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Dischi. L'eredità di Ezio Bosso, una vita per la musica

Angela Calvini venerdì 4 dicembre 2020

Il maestro Ezio Bosso è scomparso il 15 maggio scorso all'età di 49 anni

In questa fine d’anno così densa di preoccupazioni, ci manca ancora di più il sorriso di Ezio Bosso, l’infaticabile maestro scomparso all’improvviso il 15 maggio scorso a 49 anni. Ma per fortuna la sua musica vive ancora e potrà accompagnarci come una carezza verso il Natale. Questa è l’intenzione della famiglia del grande compositore e direttore d’orchestra, affetto dal 2011 da una malattia neurodegenerativa che non ne aveva fermato né l’entusiasmo né la produttività. «La musica è la mia terapia» soleva dire il maestro di cui oggi esce l’opera “quasi” omnia A life in music, un prezioso cofanetto (Sony Classical) che racchiude la produzione degli ultimi 16 anni di Ezio Bosso: sinfonie, dischi di piano solo, direzione di concerti e molto altro. Accompagnato da un libretto ricco di fotografie inedite di quel giovane Ezio Bosso celebre all’estero, che sorprenderà chi lo ha scoperto solo sul palco del Festival di Sanremo nel 2016.

«Da bambino per me zio Ezio era un personaggio mitologico: era quello che tornava a casa alle 7 del mattino, dormiva fino alle 3 del pomeriggio, aveva il capello lungo e fumava infinite sigarette: una sorta di rockstar» ricorda Tommaso Bosso, 35 anni, figlio del fratello maggiore di Bosso, Fabio, che è diventato curatore dell’eredità artistica dello zio. «Ezio per me è sempre stato fratello maggiore, avevamo solo 14 anni di differenza – ricorda Tommaso –. Io ho lavorato con lui come fonico dal 2012 al 2014. Fu dopo quello che lui chiamava “l’incidente”. Per la famiglia fu scioccante, confesso, ma al di là dei suoi problemi fisici, nello spirito e negli occhi è sempre stato lui, non c’è mai stato un prima e un dopo la malattia. Sul lavoro era profondamente esigente. E poi faceva tutto lui, anche a livello tecnico, ti assorbiva nel suo mondo ventiquattr’ore su ventiquattro. Ezio viveva un concetto di tempo che era molto particolare ».

Il lavoro che si è ritrovato per le mani Tommaso è imponente: «Io sono il referente in termini gestionali del patrimonio artistico di mio zio, ma partecipano la sua famiglia, i suoi musicisti, i suoi vecchi collaboratori. Il nostro obiettivo è valorizzare ciò che ci ha lasciato in musica. Questo è il primo tassello di un progetto molto più ampio». Il punto di partenza è quindi A life in music che raccoglie tutte le registrazioni esistenti tra il 2004 e il 2020, sono 15 album in 21 cd, che rappresentano bene l’evoluzione della sua carriera e della sua personalità. «Dai quartetti d’archi da lui composti al trio in cui suonava il pianoforte, dalle opere sinfoniche alle esecuzioni pianistiche che lo hanno reso popolare, sino all’ultima fase in cui si è dedicato alla direzione d’orchestra, chi lo ascolterà coglierà ancor meglio il senso delle sue parole » aggiunge il nipote che suggerisce un metodo di lettura della vita di Ezio Bosso. «Consiglio di ascoltare un disco al giorno in ordine cronologico, è un viaggio attraverso la musica che gli è stata compagna anche negli ultimi momenti della sua vita. Nella quale è come se fosse voluto tornare alle sue radici: papà Beethoven, Bach, Chopin…».

Il giovane Ezio Bosso quando era studente di violoncello - Famiglia Ezio Bosso

A guidarci, nel libretto, le testimonianze degli amici musicisti di una vita, come Giacomo Agozzini e Relja Lukic. Giacomo Agazzini, primo violino, fondatore del Quartetto d’Archi di Torino, nonché collaboratore decennale di Bosso, incontrò Ezio quando aveva solo 15 anni e un talento fuori dal comune già come studente di musica. Iniziano gli esaltanti anni ’80 in una Torino da bohème con Bosso violoncellista che elabora le sue prime personalissime creazioni, come quella che apre il cofanetto Quartet no. 3 The Way of 1000 and one comet . «Già allora diceva una frase chiave: “Devi permetterti di sbagliare, di perderti e sbagliando ritrovarti” », ricorda Agazzini.

Poi arrivano le composizioni per il teatro, la danza ed il cinema con la collaborazione con Gabriele Salvatores. Il violoncellista e membro fondatore del Quartetto Manuel Zigante racconta un aneddoto: «Lavoravamo moltissimo anche sulle sonorizzazioni di film muti al Museo del Cinema di Torino, ogni lunedì sera. Il risultato fu un approccio diverso: Io non ho paura ad esempio, fu registrato quasi senza tagli e montaggi, buttando via centinaia di takes perché ripetevalifico mo ogni brano dall’inizio alla fine per ogni sequenza del film, guardandolo e cercando la perfetta sincronia con le immagini». Nel 2006 poi Bosso si dedica al pianoforte quando entra nel Trio con Agazzini al violino e Relja Lukic al violoncello. Il quale racconta l’esaltante ritorno di Bosso dopo il difficile intervento al cervello.

«Nel 2011 il suo ritorno in scena dopo l’operazione ad Asti, subito prima di Natale, con Music for Weather Elements e Sea Songs in programma – ricorda Relja Lukic, primo violoncello del Teatro Regio di Torino –. Per un paio di mesi da Londra non ci era arrivato nulla, poi all’improvviso un fiume di musica a partire dalla prima versione di The Roots. Arrivò anche la Suite per violoncello solo e And The Things That Remains : era così pro- che alcune opere rimanevano su carta e ancora attendono di essere eseguite». Tutto questo ed altro è contenuto nel cofanetto, compreso il fortunatissimo album per piano solo The 12th Room e i Concerti Brandeburghesi di Bach alla guida dell’Orchestra Filarmonica delle Fenice di Venezia. «La musica è di tutti. Questa è la frase di Ezio che mi è rimasta nel cuore – riprende Tommaso Bosso –. E lo si capiva nei suoi programmi di tv divulgativa che erano perfetti». Nell’ultimo periodo Ezio Bosso stava lavorando per tornare nei teatri. «Dava la massima attenzione ai colleghi e ai lavoratori dello spettacolo in questo difficile periodo. A quello che sta avvenendo ora, con gli spettacoli teatrali e concerti in streaming, lui ci stava lavorando da subito con tutte le energie » aggiunge Tommaso. Da qualche giorno sono online sulla web tv della Fondazione Arena di Verona i Carmina Burana da lui diretti nel 2019 all’Arena di Verona: i proventi verranno devoluti all’associazione Aiam, in sostegno ai lavoratori del settore musicale.

«Purtroppo psicologicamente il lockdown lo ha piegato. Lui viveva per la direzione d’orchestra e senza si è spento» confessa con un sospiro Tommaso che ci tiene però a puntualizzare le volontà dello zio: «Lui era un professionista del suo settore, amava il suo lavoro e voleva che l’attenzione fosse su quello. Detestava quella parte di personaggio che gli era stata creata intorno. Un simbolo? L’adattamento è nella natura umana, e quello di Ezio è stato un grandissimo esempio: non si è fermato mai, il suo corpo mutava e lui si adattava. Ai giovani che tanto amava direi: guardate la sua vita, da dove è partito e dove è arrivato solo attraverso lo studio e l’impegno». Ancora una volta, quindi, Ezio Bosso ci accompagnerà con la sua musica verso il Natale. «Ci arricchirà, ci farà bene all’animo – conclude Tommaso Bosso –. La musica, come diceva Ezio, è una terapia che ci migliora la vita tutti i giorni. Io mi auguro che porti miglioramento a tutti».