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L'EVENTO. La leggenda del santo imperatore

Alessandro Beltrami giovedì 25 ottobre 2012
«Primus imperatorum credidit. Il primo tra gli imperatori a credere, e agli altri principi lasciò l’eredità della fede». È il ritratto che di Costantino fa Ambrogio mezzo secolo dopo la morte dell’imperatore. Un’immagine che si è amplificata nella storia, trasformata e persino cavalcata: sull’«eredità» materiale garantita dalla celebre Donazione, smentita filologicamente da Lorenzo Valla nel 1440 (e appena ripubblicata da La Vita Felice), la Chiesa aveva fondato il diritto del suo potere temporale. E proprio cercare di ricostruire e separare il Costantino della realtà e quello della leggenda è l’intento della mostra che si apre oggi a Palazzo Reale a Milano. Vorremmo scrivere nella città e nel settimo centenario del cosiddetto «Editto di tolleranza» che diede libertà di culto ai cristiani in tutto l’impero e costituì la base per la trasformazione del cristianesimo in religione ufficiale. Ma uno dei primi «miti» sfatati da Costantino 313 d.C., curata da Paolo Biscottini (e il Museo Diocesano di Milano è infatti ideatore e produttore della mostra. Catalogo Electa) e da Gemma Sena Chiesa, riguarda proprio quell’evento: che, dimostra Arnaldo Marcone in catalogo, non avvenne a Milano e nemmeno in quell’anno ma si trattò di una serie di «decreti attuativi» di Costantino di un editto promulgato da Galerio (che la vulgata vuole sanguinario persecutore) nel 311 a Tessalonica. Il percorso della mostra, splendidamente allestito in modo arioso, accattivante e didatticamente convincente, porta alla luce la centralità di un momento storico e del perché un documento burocratico diventò invece simbolo di una trasformazione sostanziale dell’Occidente. Gli oltre duecento oggetti esposti provenienti dai musei di tutto il mondo, comprendenti sculture, marmi, insegne imperiali, ceramiche ma anche straordinari pezzi di oreficeria, dipinti e rarissimi frammenti di tessuto, documentano un’Europa che assume la sua fisionomia moderna, in cui Mediterraneo e continente vivono in aperto dialogo e il cristianesimo diventa il collante di una struttura politica policentrica. La tolleranza costantiniana diventa la chiave di volta, l’innesco che consente lo sviluppo di un’età spiritualmente magmatica, in cui la coesistenza dei culti si incanala sempre più nella ricerca di un dio unico, identificato prima in Mitra e soprattutto in quel Sol invictus, così amato dalle classi militari e a cui lo stesso Costantino fu devoto, che un processo che oggi chiameremmo inculturazione darà veste e tempi liturgici (nella sua festa del 25 dicembre 326 Anastasia, sorellastra dell’imperatore, farà celebrare la prima Messa di Natale della storia nella cappella del Palatino) al cristianesimo. E non è un caso che il chrismon, il Cristogramma che incrocia le lettere greche X (chi) e P (ro), iniziali del nome di Cristo, così simile al simbolo del Sol invictus, sarà il segno del sogno che Costantino farà apporre al labaro vittorioso a Ponte Milvio nel 312. E che da allora in poi sarà elemento decorativo per eccellenza dell’ambiente imperiale. Intuizione comunicativa felicissima, tanto che la vittoria promessa dal sogno non sembra semplicemente quella della storica battaglia ma dell’intera fortuna politica e simbolica di Costantino nei secoli. Ma la mostra lascia aperta la domanda su quanto l’adozione formale del cristianesimo da parte dell’imperatore (il battesimo, infatti, secondo la tradizione lo richiese soltanto in fin di vita) sia stata strategia politica più che effettiva conversione. Un aspetto reso autentica zona grigia dal mito costantiniano, peraltro alimentato in vita dallo stesso imperatore attraverso la proclamazione di un personale rapporto con il divino (Costantino, ricorda Gemma Sena Chiesa in catalogo, fu il solo «imperatore cristiano a proclamarsi santo e ispirato direttamente da Dio come suo rappresentante in terra. Nessun altro dopo di lui osò tanto»). Mentre per Elena, la madre amatissima, non ci sono dubbi sulla sincerità della devozione. E la chiusura della mostra, che a lei dedica una sala apposita, sembra suggerire un ruolo centrale, quasi di occulto architetto, nella definizione della nuova fisionomia dell’impero: i chiodi della vera croce da lei ritrovati a Gerusalemme diventano struttura per l’elmo e il freno del cavallo del figlio, piegando lo strumento dell’infamante martirio di Cristo a instrumentum regni fisico prima ancora che simbolico. Un esito formidabile per una religione vitalissima ma costretta fino a poco tempo prima alla semiclandestinità.