Agorà

L'anniversario. Le tv locali, da 40 anni voce della gente

Giacomo Gambassi lunedì 20 giugno 2016

«Quaranta anni fa uno stuolo di pionieri ha creato un nuovo modo di fare informazione. E ha cambiato l’Italia». L’Aeranti-Corallo, associazione che raccoglie mille imprese radiotelevisive, celebra i 40 anni dell’emittenza locale nell’annuale Radio tv forum oggi martedì 21 giugno a Roma. Fra i relatori il presidente di Corallo Luigi Bardelli, il sottosegretario Antonello Giacomelli e il presidente nazionale Corecom Felice Blasi. Il coordinatore Marco Rossignoli spiega che l’anniversario è «l’occasione per ritrovare entusiasmo di fronte alle difficoltà attuali». E' previsto un seminario sugli scenari di sviluppo multimediale per l'emittenza radiofonica e televisiva locale (digitale radiofonico e televisivo terrestre; smart television; piattaforme online). Interverranno Marco Rossignoli, Enrico Menduni (Roma Tre), Gianni Celata (Roma Tre), Adriana Lotti (Servizio economico e statistico di Agcom), Nino Leuratti (direttore System Integration Syes), Stefano Ciccotti (amministratore delegato di Rai Way), Fabrizio Carnevalini (Radio Data Center), Stefano Gattinara (Samsung Italia).  Al termine l'associazione consegnerà un riconoscimento alle emittenti radiofoniche e televisive locali già attive nel 1976.

 

In principio era un’unica grande televisione, la Rai, che raccontava l’Italia ed educava il Paese. Poi arrivarono le tv libere, come vennero chiamate negli anni Settanta quando iniziarono a trasmettere con un piglio da “pirati” e al grido di pluralismo e partecipazione. Col passare del tempo diventarono i canali privati o commerciali. Oggi, con una definizione ben più consona, sono le televisioni locali. Voci dal basso, antenne sul territorio, specchio dell’Italia dei campanili. Festeggeranno i loro quaranta anni di “rivoluzione” sul piccolo schermo guardando a una data simbolica: il 28 luglio 1976. Quel giorno la Corte Costituzionale sancì la “libertà di antenna”. «Un verdetto che ha segnato un passaggio storico – spiega Anna Bisogno, docente di storia e linguaggi della televisione all’università Roma Tre –. Dopo la decisione del 1974 con cui la Consulta autorizzava le televisioni via cavo, quella fu la sentenza più importante in quanto consentì le trasmissioni in ambito locale e mise fine al monopolio Rai».

 

Oggi nella Penisola le stazioni della “gente” sono 600. Nel 1982 arrivarono a essere 1.394 in mezzo al Far West dell’etere che caratterizzò l’avvento delle emittenti private. Cifre che non hanno equivalenti in Europa. «Siamo il Paese dei mille Comuni. Ecco perché c’è stato e c’è bisogno di reti locali che narrino frammenti di identità lasciate ai margini dai grandi editori», afferma l’economista dei media Flavia Barca, già docente all’università di Teramo. Un suo volume che le racconta si intitola Le tv invisibili (Rai-Eri, pagine 533, euro 22). «C’è chi considera questa esperienza un’anomalia tutta italiana – prosegue la studiosa –. In realtà l’anomalia sta nella maniera con cui lo Stato le ha trattate. Le istituzioni non hanno fatto tesoro di questo patrimonio di talenti, idee, progetti tecnologici e anche di occupazione che ha inciso sulla nostra industria culturale. Anzi, all’inizio si è tentato di reprimerle; e quando è apparso evidente che il fenomeno non era cancellabile, si è aperta una stagione di consorteria, lunga trenta anni, che ha usato i canali locali anche a fini politici o commerciali».

Anna Bisogno si concentra sulle radici. «Le reti del territorio sono sempre state una grande ricchezza, anche per la tv nazionale. Da Telebiella, sorta via cavo grazie a una forzatura al codice postale, a Telesassuolo, nata nel 1974 in un fienile con un gruppo di amici, le tv private hanno mostrato l’Italia scossa dai movimenti operai e studenteschi anticipando spesso notizie e prevedendo forme di controprogrammazione». Era l’era dei pionieri, del volontariato, dei “cento fiori” che aveva contagiato anche le parrocchie: un trasmettitore sul campanile, una telecamera in canonica e subito in onda. «Si sono messe le basi perché la casa entrasse nella tv e non viceversa – sostiene la docente di Roma Tre –. La televisione scendeva dal piedistallo e si confrontava con il destinatario dei programmi, verificandone gusti ed esigenze».

 

Flavia Barca la definisce la fase dell’«illusione» da cui poi sarebbero germogliati anche i network commerciali nazionali, come Fininvest-Mediaset. Un “tradimento” dello spirito delle origini e un cedimento alle logiche del mercato? «Il periodo delle tv libere con i suoi pirati e marinai – osserva Bisogno – ha lasciato il posto a una nuova forma di programmazione basata su consigli per gli acquisti, televendite o tarocchi. Un’accelerazione portata avanti da Silvio Berlusconi che le reti locali hanno sofferto». Aggiunge Barca: «Nel momento in cui i Governi non sono riusciti a valorizzare il settore locale e a proporre un progetto di sistema, tutto è stato lasciato alle spietate leggi del business». E il duopolio Rai-Mediaset ne è ancora la testimonianza, ratificato dalla legge Mammì del 1990 e poi dalla Gasparri del 2004.

 

Oggi il comparto affronta numerose difficoltà. «Si fa i conti con la crisi economia – avverte Barca – ma anche con gravi criticità: dall’obbligo di abbandonare le frequenze che creano interferenze alla guerra del telecomando con cui si vuole scacciare le stazioni locali dai primi tasti». Da qui una proposta. «Sarebbe interessante mutuare il modello inglese di servizio pubblico che non è sinonimo solo di Bbc e nelle nostre regioni affidare alle tv locali il compito di riflettere sulle periferie secondo le indicazioni dell’Europa». Come a dire: per le “piccole” reti un futuro c’è. «E sarà glocal – conclude Bisogno –. Ciò significa che l’informazione di prossimità non può più prescindere dal confronto con il web e con i contenuti on demand o multimediali».

 

 IL PADRE DI TELEBIELLA: PENTITO E DELUSO, IL MIO SOGNO E' STATO TRADITO

«È stato un errore». Ma come? Si pente il “padre” della tv privata italiana, l’uomo che ha frantumato il monopolio Rai, il pioniere entrato nei libri di storia con la sua Telebiella, la prima emittente “libera”? «Più che pentito, sono deluso», confida Giuseppe Sacchi, per tutti Peppo. «Perché lo spirito delle origini è stato tradito». In che senso? «Quando nel 1971 con un gruppo di amici abbiamo iniziato la nostra esperienza di frontiera – spiega oggi che ha 83 anni –, volevamo dare voce alla provincia e alla gente che invocava partecipazione. Oggi l’emittenza privata è piegata alle logiche economiche. Da un’intuizione che aveva propositi nobili si è imposta la tv commerciale. I grandi hanno fagocitato i piccoli. Hanno vinto i più forti». Un sogno frantumato? «Avrei voluto che ci fosse una televisione di cortile in cui si respirasse un clima familiare. Invece ho aperto la strada al duopolio Rai-Mediaset: è una colpa involontaria. Invoco le attenuanti...».

Biella è stata lo spartiacque della storia nazionale del piccolo schermo. «Erano gli anni della contestazione – ricorda Sacchi –. E da qui è partita la nostra rivoluzione: una rivoluzione culturale nel segno della prossimità». Telebiella puntò sulle trasmissioni via cavo. «Entravamo in mille famiglie. Avevo scoperto questo sistema in Svizzera dove a Locarno i programmi della tv tedesca arrivavano con il cavo». Alle spalle un lavoro di regista Rai. «C’è chi ha scritto che ho lasciato la televisione pubblica. In realtà sono stato cacciato. Mi avevano accusato di farle concorrenza. Ridicolo... Telebiella non era un attacco alla Rai ma al monopolio che non dava spazio all’Italia minore».

Le reti locali si sono sviluppate in una sorta di Far West. «Tutto vero. Grazie a un amico ci siamo fatti anche denunciare. Volevamo scuotere il Paese. Ma il pretore Giuliano Grizi ci ha assolto». Su impulso di Telebiella arrivò nel 1974 dalla Corte Costituzionale il “sì” alle trasmissioni via cavo e nel 1976 a quelle via etere. La mancanza di regole contribuì a far proliferare a migliaia di stazioni. «Poi si è assistito all’invasione dei potenti che si sono impossessati di frequenze e bacini», sostiene Sacchi. In quattro decenni il legislatore non è mai venuto incontro alle tv del territorio. «Perché non possono essere controllate dall’alto», afferma l’ex regista.

Oggi Telebiella ha riscoperto le sue radici ed è una onlus. «Trasmettiamo col cavo, vale a dire su Internet. Portiamo la vita piemontese soprattutto ai nostri emigranti in America». E la sede è un “santuario” della tv. «Vengono qui universitari e studiosi per capire com’è nata una svolta che ha trasformato la società italiana». Sacchi sorride. «Mi consola che migliaia di persone lavorano grazie alla mia follia».