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Architettura. Le Corbusier: abitare bene in una cella

Leonardo Servadio sabato 23 maggio 2015
Sul tema «La cella e l’alveare. Abitare nelle architetture di Le Corbusier» Marida Talamona svolgerà una relazione nell’ambito della VI edizione di «Dialoghi sull’uomo. Festival di antropologia del contemporaneo» dedicata quest’anno a «Le case dell’uomo. Abitare il mondo». Al festival intervengono architetti, designer, filosofi, scienziati e naturalmente antropologi, tra cui Marco Aime, Marc Augé, Ugo Fabietti, Adriano Favole, Marco Belpoliti, Giuseppe Scaraffia, Ugo Fabietti, il cantante Vinicio Capossela, il fotografo Ferdinando Scianna, il missionario padre Renato Kizito Sesana, l’ex calciatore Lilian Thuram. Per informazioni: www.dialoghisulluomo.it
Machine à habiter
, la definizione data da Le Corbusier del luogo d’abitazione, evoca immagini meccaniche. Ma in realtà queste hanno solo in parte a che vedere con le idee del grande architetto razionalista. Lo spiega Marida Talamona, docente di Storia dell’architettura all’università Roma Tre: «Il concetto stesso dell’abitare è fondato da Le Corbusier sul modello monastico. Non a caso nel 1907, nel corso di un viaggio in Toscana molto importante per la sua formazione di progettista, seguendo le indicazioni di Ruskin si reca a visitare la Certosa del Galluzzo a Firenze. Da allora il modello monastico diviene per lui un riferimento per l’abitazione collettiva, perché unisce lo spazio privato, che nel monastero è la cella del monaco, con gli spazi comuni, che sono il chiostro grande, la sala del capitolo, il parlatorio, il refettorio…». Un concetto dell’abitare che Corbu trova coerente con le esigenze della città contemporanea, «une cité moderne» del XV secolo. «Dopo aver visitato la Certosa, Le Corbusier scrisse ai genitori e al suo maestro Charles L’Eplattenier di aver trovato la soluzione al problema della casa per gli operai, con un modello che metteva insieme le utopie comunitarie espresse da Fourier nel suo Falansterio, ma allo stesso tempo proponeva un sistema abitativo rispettoso della privacy delle singole famiglie». Le «unités d’habitation» lecorbusieriane derivano quindi dall’idea monastica? «Certamente, Le Corbusier lo ripete in più occasioni. Sono edifici che oltre ai singoli appartamenti ospitano sul tetto servizi comuni quali la scuola materna per i bambini, una piccola piscina, una sala di riunione, una scena di teatro, una pista per correre... E nelle strade interne alcuni servizi commerciali, una libreria, un piccolo hôtel-ristorante». Oltre a trarre ispirazione dai monasteri, Le Corbusier si trovò anche a progettarne uno: il convento di La Tourette nei pressi di Lione.«Gli fu commissionato da Marie-Alain Couturier, frate domenicano colto e versato nell’arte. I domenicani avevano chiamato Le Corbusier anche per la progettazione della famosa cappella di Ronchamp, tra i massimi esempi di architettura contemporanea per il culto. In entrambi i casi si tratta di progetti che hanno un rapporto molto stretto col luogo e con l’insieme del paesaggio. Le Corbusier progettò la cappella di Ronchamp considerandola un unicum con la collina, un’opera plastica che è parte del panorama». Questo vale anche per il monastero di La Tourette? «Durante la sua prima visita al sito, Le Corbusier schizzò il luogo preciso dove costruire il convento, un terreno con una vista magnifica sulla vallata dell’Arbresle, delineò i tratti emergenti del paesaggio – la foresta, i campi, i rilievi montuosi all’orizzonte, una secolare pianta di sequoia, il vecchio castello a nord – annotò l’orientamento del sole. Si trattava di un crinale con pendio relativamente scosceso che lo portò a un progetto costruito su diversi tipi di "palafitte" (i pilotis). La sua idea iniziale era di collocare il chiostro, spazio centrale del monastero, sulla copertura, in modo da lasciare l’avvallamento del terreno intatto, e prevedeva una lunga rampa o un sistema di rampe che avrebbero raggiunto il tetto. La proposta si scontrò con le perplessità dei domenicani e Le Corbusier si decise infine ad abbandonare questa idea. Il chiostro divenne un percorso a croce che attraversa il vuoto centrale dell’edificio, una promenade architecturale interna che collega la chiesa ai diversi spazi del monastero». Quanto fu rilevante padre Couturier nella definizione architettonica di La Tourette? «Fu fondamentale. Couturier chiese di costruire un edificio con materiali poveri: di qui la scelta del cemento brut. Ma Couturier fu specifico anche nelle indicazioni di carattere formale. Inviò all’architetto due lettere corredate da schizzi e lo invitò a prendere a modello l’abbazia cistercense di Le Thorenet in Provenza. Il monastero di La Tourette, scrisse Couturier, "secondo la pianta tradizionale dovrà prevedere tre grandi volumi: quello della chiesa, quello del refettorio e, sul terzo lato, il capitolo; infine, sul quarto lato, due grandi sale per le riunioni. Al primo piano, la grande biblioteca. Il resto della costruzione comprenderà le celle e alcune altre sale di media grandezza". Era un programma ampio e ambizioso, in piena sintonia con gli studi e i progetti lecorbuseriani sull’abitazione collettiva ispirati alla tipologia certosina». Alle superfici brutaliste si aggiunsero anche ampie campiture pittoriche... «All’interno vi sono pareti colorate, come sempre nelle sue opere. Non bisogna dimenticare che Le Corbusier è anche un pittore e che ha lavorato molto alla policromia dei muri. Dipingeva tutte le mattine. I colori scelti per la chiesa di La Tourette sono primari: il rosso, il giallo e l’azzurro, utilizzati in particolare nei grandi volumi che catturano la luce e la riflettono nel buio della spettacolare cripta». Sono queste le machines à habiter elaborate da La Corbusier: memorie di uno stile di vita monacale. Ma forse anche profezia di un modello nuovo di abitazione. Il convento di La Tourette: Le Corbusier volle inserirlo nel paesaggio della vallata.