Agorà

Teatro. Le "Confessioni" di mamma Monica

Angela Calvini domenica 30 giugno 2019

L’attrice Lorena Senestro protagonista, oltre che autrice, delle “Confessioni di Monica a sant’Agostino”

«Vieni Agostino, vieni dalla mamma, ancora un passo, bravo che hai imparato a camminare». Monica ha il volto rigato di lacrime rosse, ma spalanca un sorriso irresistibile e apre le braccia come tutte le mamme del mondo verso il figlioletto. Il “suo” bambino, continua a ripetere, destinato a diventare padre della cultura moderna e santo. Lei stessa, la madre di sant’Agostino di Ippona, diventerà santa per la costanza e l’amore con cui riuscirà a ricondurre alla fede cristiana quel ragazzo tanto intelligente quanto scapestrato. Ma Monica è anche una madre, con tutti i pregi e i difetti di molte madri, forse una donna possessiva per troppo amore come lo stesso Agostino pare lasciare intendere in un passaggio delle sue Confessioni, il capolavoro scritto nel 389 dopo Cristo, rivolgendosi a Dio: «Amava la mia presenza al suo fianco come tutte le madri, ma molto più di molte madri, e non immaginava quante gioie invece le avresti procurato con la mia assenza».

Da questo spunto parte l’intenso e inconsueto monologo, scritto e interpretato da Lorena Senestro, Le confessioni di Monica a sant’Agostino, che ha debuttato in prima assoluta alla cinquecentesca Chiesa del Gesù di Asti, nell’ambito della 41esima edizione di Asti Teatro. La kermesse chiude oggi dopo un fine settimana variegato, compresa una specialissima Lisistrata nei quartieri spagnoli di Mimmo Sorrentino in scena nella Casa di reclusione di Quarto d’Asti interpretato da 13 detenuti del reparto di alta sicurezza. Ben otto le prime nazionali, nella patria di Alfieri, per il direttore Emiliano Bronzino intenzionato a valorizzare la nuova drammaturgia contemporanea italiana. Opere che affrontano con sguardo inaspettato i dilemmi morali di oggi, come L’uomo più crudele del mondo, un avvincente e snello meccanismo a orologeria scritto e diretto da Davide Sacco e prodotto dal Teatro Vascello e dal Teatro di Tato Russo.

Un serrato “duello” verbale fra il più importante produttore di armi d’Europa dalla pessima reputazione e un giovane giornalista dall’aria da bravo ragazzo (occhio agli astri nascenti Mauro Lamanna e Gianmarco Saurino, solidi teatranti prima che divi delle fiction). Ma basta un attimo di tentazione per scivolare sempre più in basso, dimenticando l’umanità. Per uscire da quell’Inferno dell’anima ha lottato e vinto, invece, sant’Agostino che ci conduce direttamente in Paradiso. Tutt’altro che un “santino” queste Confessioni al femminile che aveva concorso per “I teatri del sacro”, prodotte dall’autrice insieme al marito regista Massimo Betti Merlin il loro Teatro della Caduta, una realtà teatrale pioniera nella rinascita del quartiere Vanchiglia di Torino, un teatro d’avanguardia da 50 posti dove fino a pochi anni fa c’era un deposito di damigiane. Mentre il Padreterno osserva dall’alto della volta della chiesa sconsacrata, tra le luminose nubi del Giudizio universale affrescato da Gian Carlo Aliberti, Monica ormai in Paradiso, cerca di ricomporre i frammenti del proprio passato che non riesce a ricordare, tranne due episodi: i primi passi del suo amato bambino e l’estasi di Ostia, il momento in cui madre e figlio, discorrendo sulla vita dei santi dopo la morte, riescono a sfiorare la Luce divina. Santi come ormai sono diventati Monica e Agostino, che si reincontrano proprio in Paradiso.

Ma ci sono ancora nodi da sciogliere. La santa, inizia a “confessare” al figlio i peccati di una madre, appunto, come tante: egocentrica e gelosa, lei che vorrebbe che il figlio che tanto ama fosse solo suo e di nessun’altra, è preoccupata delle sue dissolutezze ed è pronta a intervenire in tutti modi certo, per il suo bene e per la salvezza della sua anima, ma anche per “l’ambizione” di essere lei l’artefice di una creatura capace di eccellere in tutto. La Senestro cuce questo inquieto ordito contemporaneo sulla trama originaria scritta da sant’Agostino, riprendendo le parole, i temi e la forma delle Confessioni del santo, dall’angolazione di una donna che usa il linguaggio di oggi e che vede crescere un bambino prodigio, investe sulla sua educazione, che soffre per la sua deriva nel peccato, si dispera e impreca contro l’ingrato che la abbandona da sola di notte con l’inganno per partire per l’Italia. C’è molto nello spettacolo dell’esperienza dell’autrice, mamma di tre bambini piccoli, due gemelli di 10 anni e Agostino di 2 che è stato la scintilla per il lavoro. «Tutto nasce dal fatto che volevo chiamare mio figlio Agostino perché mi piaceva il nome – ci racconta l’autrice e attrice –. Ma siccome ne sapevo davvero poco, sono andata a informarmi su sant’Agostino. Un personaggio straordinario. Ho letto le Confessioni, che non sono per nulla facili, una, poi due e tre volte e mi sono tanto appassionata che non posso più farne a meno».

Già, ma come mai rendere santa Monica così piena di difetti? «Credo che esaltare i difetti di una persona sia darle importanza. Perché idealizzarla e appiattirla sull’immaginetta della santa o pietirla come una madre che piange e basta, sia riduttivo. Lei doveva essere una donna tenace e io voglio divulgare il messaggio di Agostino che lei comunque ha indirizzato. Lui, che era un grande peccatore, ha appassionato tutti, credenti, laici». Un ritratto che preferisce i chiaroscuri alla luce netta, con qualche licenza specie nel travagliato percorso spirituale della Monica teatrale (molto diverso dalla incrollabile e convinta fede della vera santa Monica). In realtà, la protagonista in scena è alla ricerca di una fede come tanti di noi oggi: «Io non credo che tu esista, ma sono certa che se ci sei mi verrai a cercare – dice a Dio Monica – . Ma grida forte perché ho paura di non sentirti». «Io sono una praticante non credente – racconta l’attrice – . Come dice sant’Agostino, per chi ha studiato il lavoro per avvicinarsi a Dio è più complesso, ti fai più domande, sei più presuntuoso e superbo. Uno dei motivi per cui ho messo in scena Le Confessioni è perché ce n’è un gran bisogno. Hanno tutti bisogno di andare oltre e capire il Mistero. E io spero che Agostino illumini anche me». Nel commovente finale, al ricordo della quieta estasi di Monica e Agostino («giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo») segue il momento della morte della donna, trasformata dalla Senestre in una anziana non più autosufficiente accudita con tenerezza dal figlio . Perché l’amore è riflesso dello Spirito anche nella vita di tutti i giorni.