Agorà

Letteratura. La verità in cammino tra il bambino e l'orso

Fulvio Panzeri venerdì 9 luglio 2021

Paola Mastrocola torna in libreria con la favola-romanzo “Se non fossi vero. Storia dell’orso che scappa” (Guanda)

Paola Mastrocola è una scrittrice che affronta vari generi letterari, dal romanzo al saggio, dalla poesia alla favola, utilizzando sempre una voce controcorrente che predilige il paradosso, l’invettiva brillante, per mettere in evidenza lo sconcerto di fronte ad un tempo di 'decadenza' soprattutto per quanto riguarda quei valori etici che stanno alla base della convivenza e di un rapporto con la realtà che la scrittrice indica come forma di un’educazione personale, ma anche collettiva. Così spesso predilige osservare il mondo attraverso una surrealtà quotidiana, che non diventa mai apocalittica e distruttiva, ma si nutre di quella ingenuità che porta a mostrare ciò che si tende, per comodità e per pigrizia a far diventare routine e lento disastro e disagio morale. Agisce un po’ come avviene in una delle fiabe più celebri di Andersen , I vestiti nuovi dell’imperatore, ponendosi dalla parte 'innocente' e vera del bambino che ad un certo punto dice la verità, vale a dire che il re è nudo. E forse proprio seguendo proprio questa direttiva, una sorta di 'metodo' o di prospettiva visuale dello sguardo, che Paola Mastrocola ha potuto diventare uno dei pochi scrittori italiani che sanno scrivere favole, non riferendosi semplicemente ai bambini ma adottando il genere, nelle sue forme canoniche, tenendo presente la doppia possibilità di poter rivolgersi agli adulti. Se nei primi testi era più marcata, a livello strutturale, questa indicazione, dove le fiabe diventavano un modo per fustigare in modo ironico, spesso tagliente, aspetti del reale, via via che il suo viaggio attraverso la forma della fiaba è diventato più assiduo, man mano il divario è diventato meno evidente, al punto che ora il suo itinerario favolistico si compone di libri che adottano le strutture classiche del genere, con digressioni che hanno una funzione ben precisa, quella di mettere in mostra il ridicolo di molte 'convenzioni' moderne o politicamente corrette, che se accettate passivamente, non generano crescita, ma involuzione, non educano, ma riportano ad uno stato di primordiale confusione collettiva.

Sono riflessioni che vengono alla mente dopo la lettura dell’ultima favola-romanzo della scrittrice ​Se tu fossi vero. Storia dell’orso che scappa (Guanda, pagine 204, euro 15,00), che ha per protagonista un orso, ma anche un bambino, che è giocata sui toni felici di un’ambientazione iniziale che dal punto di vista topografico di «un paese di mare che s’inerpica verso la montagna o di un paese di montagna che digrada verso il mare», è un ideale e felice scenario per ambientare la vicenda iniziale, quella di un bambino, sensibile, che deve fare i conti con i suoi sentimenti, con la realtà vera della vita, senza preconcetti, vivendo la semplicità esemplare della sua famiglia, gente che si guadagna da vivere con ciò che regala il mare o offre la terra. Con un desiderio, uno di quelli che hanno tutti i bambini. Vuole un orso e un giorno ha il coraggio di chiederlo ai genitori, che restano un po’ sorpresi, ma capiscono quanto lui tenga a quel regalo, tanto che si recano nel negozio di giocattoli e gli fanno trovare, quando tornano, un bel pacchetto. Il bambino lo scarta, ma ci trova solo un orsacchiotto di peluche, che non è propriamente quello che vuole. Lui l’orso lo voleva vero, un amico con cui stare insieme, con cui parlare, con cui condividere emozioni, anche se espresse in modo diverse da un bambino e da un orso. Qui la Mastrocola introduce uno dei temi morali importanti di questa favola, una questione centrale anche per la nostra contemporaneità, quello del vero e del falso, dell’autentico e del riprodotto e di quanto la differenza crei delle barriere, ponga dei conflitti che il bambino vive a suo modo, perché se ha cercato di instaurare un rapporto con il suo orso di peluche, capisce che le risposte che questi gli può dare sono solo illusiorie, frammentarie, mai definitive. Lo capisce anche l’orso di peluche che andrà in cerca di un modo, una magia che si potrebbe trovare nel fitto del bosco, che potrebbe cambiare la situazione. Diventato finalmente un orso vero, non riuscirà a ritornare dal suo piccolo amico, perché lo attende una lungo viaggio e tanto tempo, costellato da fughe e inseguimenti, per non essere catturato e messo in gabbia, per rivendicare il diritto ad una vita libera, per capire qual è il suo posto. Qui entra in scena l’altro aspetto della favola, quello della consapevolezza della propria identità, senza sovrastrutture che possano limitare l’espressione di sé, tanto che la Mastrocola dedica il libro a tutti coloro che scappano e hanno il coraggio di scappare, quando adattarsi a prospettive che non sono adatte, diventa non una forma di vita, ma una sorta di condanna interiore. Su tutto c’è anche il valore dell’amicizia, quella che istituisce il finale che non riveliamo e che la Mastrocola riesce a esprimere con grande espressività anche attraverso i suoi sorprendenti disegni che raccontano la storia da un’altra prospettiva parallela.