Agorà

Il libro. Antinazismo, la resistenza di padre Jacques

Lorenzo Fazzini giovedì 23 luglio 2015
«È un rischio che ci prendiamo. Una vita senza rischio è una vita che non vale la pena di essere vissuta». Il pericolo per lui è stato fatale: padre Jacques de Jésus, religioso carmelitano, colpevole di aver nascosto 5 ragazzi ebrei nel suo collegio, deve pagare. Nel 1944 gli si spalancano le porte di Mauthausen, il lager nazista per l’eliminazione dei nemici del Terzo Reich: era stato classificato Nacht und Nebel dalla Gestapo, ovvero un pericolo per l’esercito tedesco. E per questo doveva essere trasferito in Germania e sparire nel più assoluto silenzio. E se Lucien Bunel - questo il nome secolare del religioso francese - riesce a sopravvivere alla durezza della vita nel campo di concentramento, la sua salute ne resta così traumatizzata (gli ultimi giorni pesava 30 chili) che l’alba della libertà dopo oltre un anno di prigionia lo trova pronto per l’ultimo viaggio: muore il 2 giugno 1945. «Arrivederci, ragazzi» sono le parole di padre Jacques rese immortali dal film di Louis Malle, tre premi Césars (gli Oscar di Francia) nel 1988 - miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura - e, l’anno precedente, il Leone d’oro al Festival di Venezia. Ora, grazie ad un approfondito lavoro di scavo archivistico, è disponibile in francese la miglior biografia dell’eroe di Malle, Le père Jacques. Carme, èducateur, résistant (Tallandier, pp. 408, euro 22,90), opera dello scrittore e storico Alexis Neviaski. Che ha il merito di raccontare la vita di Bunel mostrando il suo lavoro educativo fecondo e stimolante nel Petit Collège di Avon, vicino a Fontainebleau. Già negli anni Trenta era capace - scrive Neviaski - di «usare dei metodi atipici, che cercavano di sviluppare la responsabilità e l’autodisciplina dei ragazzi dando loro fiducia. Era visceralmente convinto che è tirando verso l’alto i bambini, dando loro delle ragioni per essere responsabili e fieri, che li si rende uomini liberi». Lo slogan di Avon era d’altra parte quanto mai eloquente, "cultura e volontà". E padre Jacques era interessatissimo - e per osmosi contagiava i suoi alunni - alle correnti più moderne della cultura a lui contemporanea: «Cercava di saperne di più sul surrealismo, dadaismo e cubismo». Ad Avon vennero invitati, per esempio, il gesuita paleontologo Teilhard de Chardin e l’abbé Daniel, autore di quel profetico Francia, paese di missione, che ispirò i preti operai. L’inchiesta biografica di Neviaski mette anche in risalto il rapporto di dialogo e stima di padre Jacques con i comunisti del tempo. Dell’ideologia falce e martello il religioso carmelitano (entrato nell’Ordine, ironia della sorte, dopo vari anni e tentativi di domanda, sempre respinti) conosceva bene la deriva tirannica e violenta: 35 dei 45 confratelli in Catalogna vennero uccisi in odio alla fede, i sopravvissuti ripararono in Francia raccontando la mattanza subita. Ma padre Jacques sa anche il Vangelo si annuncia persona a persona. All’inizio della guerra si mette a disposizione come cappellano, alle sue messe vengono due o tre persone, ma «presta un’attenzione particolare agli animi in rivolta e assetati di giustizia - scrive Neviaski -. Due comunisti lo interrogano con regolarità sulle loro opinioni e sui loro dubbi. Il padre ascolta, asseconda, comprende. Quel male di cui essi hanno coscienza e che li rode, spiega loro, è la sede insaziabile di Dio». L’ammirazione di padre Jacques per alcuni "rossi" era ricambiata. Il comandante Andrè, Albert Ouzoulias, capo dell’ufficio nazionale delle operazioni nel Comitato dei Franchi tiratori partigiani (Ftpf), si reca al suo collegio: «Padre Jacques mi ha fatto una profonda impressione. Ci si sente di fronte a un uomo dalla fede molto pura, quella di un vero cristiano. Rispetta l’uomo, ogni uomo, con le sue opinioni, ateo o credente». E lo stesso padre Jacques affidò ai comunisti resistenti un orfano allevato nel suo convento, Andrè Levavasseur: «È come un nostro figlio, lo amiamo tanto. Voi siete comunisti, lo so, ma è proprio per questo che ve lo affidiamo. Rischia molto ma so che con voi si batterà». Con l’arrivo dei nazisti ad Avon, il 16 giugno 1940 (usano il collegio come base militare, per poi lasciarlo libero a dicembre), padre Jacques, vista la notorietà che aveva nel circondario per la sua impostazione educativa, venne contattato dalla rete della Resistenza. Per prima cosa prende come insegnante nella sua scuola un professore ebreo, Lucien Weil; il tutto, clandestinamente. In seguito accoglie 5 ragazzi ebrei - glieli mandano i padri di Sion di Parigi -, Jacques-France Halpern, Maurice Schlosser, Hans Helmut Michel, i due fratelli Bas. Memorabili le istruzioni che padre Jacques consegna ai suoi ragazzi, conscio del rischio che si assumeva di nascondere ragazzi ebrei quando in tutta la Francia vigevano le leggi antisemite emanate dal generale Pétain a favore della caccia all’ebreo scatenata da Hitler: «Questi ragazzi appartengono a famiglie i cui genitori sono stati arrestati. Chiedo a ciascuno di voi di mantenere un silenzio assoluto». Non c’era bisogno di dire altro. E infatti il giorno in cui la Gestapo fa irruzione nel collegio per arrestare padre Jacques e i suoi protetti (15 gennaio 1944), alla domanda del comandante «Oltre ai tre arrestati, vi sono altri ebrei tra di voi?», un ragazzo, Germain de Montauzan, risponde con fermezza: «Questi compagni per noi sono come gli altri». Due di loro così non furono identificati e poterono salvarsi. Questa la lezione di umanità che padre Jacques ha dato ai suoi ragazzi, ai quali ha dato solo un "arrivederci".