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IL CASO. E «la Pasionaria» morì cattolica

Michela Coricelli sabato 13 aprile 2013
«No pasarán!». La frase divenuta celebre grazie a Dolores Ibárruri, meglio conosciuta come "la Pasionaria" (1895-1989), era già stata pronunciata in realtà dal generale Philippe Pétain nel pieno della Prima Guerra Mondiale. Ma "la Pasionaria" - fortemente carismatica - la rese così popolare da farne il simbolo della resistenza della Madrid repubblicana contro le truppe di Francisco Franco. Di lei - presidentessa del Partito comunista spagnolo ed emblema di una cultura atea, marxista e spiccatamente anticlericale - è già stato scritto tanto. Ma gli specialisti e gli appassionati di storia, i lettori comuni e perfino i nostalgici repubblicani spagnoli non immaginavano che "la Pasionaria" avesse custodito un segreto finale, una conversione profonda che la accompagnò fino alla morte. Negli ultimi anni della sua vita, Dolores Ibárruri si riavvicinò alla fede cattolica, si confessò e ricevette la comunione. Ad accompagnarla in questo percorso spirituale fu il celebre padre gesuita José Maria Llanos, che dopo un primo periodo molto vicino al franchismo (era stato cappellano della Falange) si allontanò dal Caudillo e si ritirò a vivere in un quartiere molto povero di Madrid, «El Pozo del Tio Raimundo», lavorando instancabilmente per i più umili. Lo definirono allora il "cura rojo", il prete rosso, ma il dittatore Franco continuò a rispettarlo, inserendolo nella sua lista degli "intoccabili". La storia della riconversione cattolica della "Pasionaria" emerge dal libro che a padre Llanos ha dedicato un altro gesuita, lo scrittore Pedro Miguel Lamet. Azzurro e Rosso: biografia del gesuita che militò nelle due Spagne e scelse il suburbio arriva in questi giorni nelle librerie iberiche, arricchito dalla vicenda spirituale di una donna che - durante la Guerra Civile - veniva considerata spietata nei confronti della Chiesa, dei sacerdoti e dei religiosi. Nata nel Paese Basco nel seno di una famiglia di minatori, si sposò a 21 anni con un operaio socialista e partecipò alla fondazione del Partito Comunista Spagnolo, conquistata dalla Rivoluzione bolscevica del 1917. Il soprannome di "Pasionaria" nacque dopo la pubblicazione di un suo articolo su "Il minatore della Vizcaya" nel 1918. Dal marito ebbe sei figli, ma divorziò e mantenne una relazione sentimentale con un uomo più giovane di 17 anni: tutti particolari che in qualche modo contribuirono alla nascita di una sorta di "mito" ateo e marxista. «Quando si scinde il Partito Comunista, "la Pasionaria" rimane isolata nella sua formazione. I suoi non andarono più a trovarla, ma il padre Llanos rimase con lei fino alla fine», racconta lo scrittore nel libro. «Llanos la visitava ogni 15 giorni», e quando ormai la donna era prossima alla morte arrivò a «cantare perfino degli inni religiosi dell’epoca, come Cantiamo all’amore degli amori», ha detto l’autore in un’intervista a "Religion Digital". Alcune lettere, pubblicate nel libro, confermano quanto accadde. Ma perché il suo ritorno alla fede cattolica è rimasto segreto per tanto tempo? Afferma Lamet: «Llanos non voleva propagandare una conversione come questa», non nascose mai la sua amicizia con "la Pasionaria", ma non volle svelare l’iter intimo della donna. In una lettera scritta al gesuita, l’ex presidentessa del Partito Comunista ammetteva: «Vediamo se vecchietti come siamo, trasformiamo ciò che resta della nostra vita in un canto di lode e grazie al Dio-amore, come prova del nostro eterno dovere». «Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio», diceva "la Pasionaria", citando Emiliano Zapata. Quella stessa donna - che dopo la fine della Guerra Civile si autoesiliò nell’Urss e tornò in Spagna solo nel 1977, dopo la morte di Franco - «fu sensibile e dal primo momento si aprì con Llanos». Da anni la Guerra Civile spagnola è una presenza costante nelle librerie del paese iberico: biografie, ricostruzioni o romanzi ambientati durante gli anni più bui della storia moderna della penisola si moltiplicano sugli scaffali. Sintomo di un Paese che poco a poco - fra uno strappo e l’altro - si guarda allo specchio, per fare i conti con le proprie ferite. Non del tutto rimarginate.