Agorà

ANTICIPAZIONE. La mezzanotte dentro il gulag

Goffredo Fofi giovedì 15 novembre 2012
​Al Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura tenutosi a Parigi nel giugno del 1935, quando il Fronte Popolare stava per annunciarsi e il Partito Comunista Francese se ne faceva partecipe e propagandista su pressione sovietica, dopo che Mosca l’aveva osteggiato in Germania con la conseguente vittoria del nazismo, erano presenti delegazioni internazionali soprattutto europee e “compagni di strada” di mezzo mondo. Lo promossero tra gli altri, tra i più attivi e convinti, André Malraux, André Gide, che più tardi, visitata l’Urss, ne sarebbe tornato amaramente deluso e avrebbe scritto coraggiosamente il suo celebre Ritorno dall’Urss, e gli ormai retorici e imbalsamati Romain Rolland e Henri Barbusse.Vi parlarono, tra i tanti famosi, gli ancora poco noti Brecht e Musil, e vi fu qualche grave imprevisto. Il maggiore, il suicidio di uno degli organizzatori, il giovane scrittore surrealista di grande talento René Crevel, conquistato a forme di impegno vicine ai comunisti e per questo vituperato da Breton, anche se fu Crevel ad aver permesso che l’intervento di quest’ultimo venisse pronunciato, letto però non da lui ma da un Éluard già conquistato all’engagement. Vi fu anche, ad agitare l’idillio dei difensori internazionali della cultura, il vibrante intervento del nostro Salvemini che, accogliendo l’invito degli amici di Victor Serge e soprattutto di Magdeleine Paz, straordinaria giornalista e militante d’area trotskista, rimproverò ai sovietici – la delegazione russa comprendeva alcuni fedelissimi del regime stalinista come Kol’cov, Kirson ed Ehrenburg e un malmesso e spaventato Pasternak (che se la cavò con un intervento estemporaneo su poesia e malattia) – di parlare ipocritamente di difesa della cultura mentre uno scrittore come Victor Serge, peraltro di lingua francese e di nascita e nazionalità belga, figlio di un esule dalla Russia zarista, era, come tanti altri, deportato negli Urali. Kol’cov e Kirson, stalinisti a oltranza, finirono per perdere la vita nelle “purghe” di pochi anni dopo.Quando il vecchio Rolland andò in Urss poche settimane dopo, diventato da leader pacifista e scrittore umanista con propensioni gandhiane un sostenitore accanito del regime sovietico visto come prima difesa dalla prepotenza nazista e disposto per questo a prender per buona la sua propaganda, vi venne accolto entusiasticamente e fece presente a Stalin che la detenzione di Serge non favoriva la simpatia degli intellettuali francesi per l’Urss. Così Stalin fece liberare Serge e suo figlio, che aveva allora intorno ai dieci anni, e lo scrittore, pur con tutte le immaginabili difficoltà (si mantenne lavorando a Parigi come correttore di bozze nelle tipografie dei giornali, là dove la forza del sindacato era più grande di quella del Partito Comunista), pubblicò i suoi saggi sulla storia della rivoluzione russa vista davvero dal suo interno, i suoi pamphlet straordinariamente lucidi sulla politica staliniana, e anche, presso Grasset, il romanzo Se è mezzanotte nel secolo.C’era stata l’uccisione di Kirov (si legga Il caso Tulaev, che è il migliore e il piu ambizioso tra i romanzi di Serge, dove tra i personaggi compare lo stesso Stalin) ed era servita al regime per far partire a Mosca i grandi processi contro gli oppositori, di un’evidenza dittatoriale che ovviamente non venne colta da coloro che non volevano vedere, come le migliaia di intellettuali conquistati in tutto il mondo alla causa sovietica. Il nemico principale era diventato non più il capitalismo ma il nazismo, e Stalin arrivò a trattare perfino con quello (l’atroce patto Molotov-Ribbentrop) per avere più tempo nella preparazione della guerra a tutto danno della Polonia e di altri Paesi collocati geograficamente in mezzo alle due nefaste potenze. E il mondo assistette al paradosso che gli imputati confessavano cose che non avevano mai fatto e pensato.La letteratura critica nei confronti del tradimento della rivoluzione era ampia a destra ma estremamente scarsa a sinistra. Cerchiamo di ricordare le poche opere significative, sottoposte alle invettive o al disprezzo dell’esaltata intellighenzia dell’impegno. Onore al merito, il primo libro importante venne da Panait Istrati, grande appassionato vagabondo e scrittore romeno di lingua francese, che nel 1929 osò mettere in piazza con Verso l’altra fiamma le sue brucianti disillusioni dopo una lunga visita “ufficiale” in Unione Sovietica. Venne poi Gide, il più odiato perché il più noto: 1936, Ritorno dall’Urss. Nel 1941 Koestler dette alle stampe Buio a mezzogiorno, che disse dei processi quello che fuori dell’Urss sembrava inconcepibile. Ascoltiamo Serge, nelle Memorie di un rivoluzionario: «I vecchi bolscevichi erano compenetrati da un tale fanatismo di partito, da un tale patriottismo sovietico, che diventavano capaci di accettare i peggiori supplizi, e per ciò stesso erano incapaci di un tradimento. Le loro stesse confessioni provano cosi la loro innocenza. [...] L’immensa maggioranza dei bolscevichi si sono del resto lasciati fucilare nella notte senza prestarsi al gioco abominevole delle confessioni per compiacenza politica».Altri capisaldi: 1945, La fattoria degli animali di Orwell; 1951, Un mondo a parte di Gustaw Herling, il primo grande libro a raccontare il gulag dall’interno, nello stesso anno in cui Serge pubblicava le sue Memorie; 1957, Il dio che è fallito, sei testimonianze di chi era stato comunista, Koestler, Orwell (il titolo del libro era suo), Gide, ma anche Ignazio Silone, Richard Wright, Louis Fischer e Stephen Spender. Con la destalinizzazione le testimonianze e le memorie si moltiplicarono, ma a scriverle non si correva piu alcun rischio. Ricordo le piu forti: Aleksandr Solzenicyn, Evgenija Ginzburg, Nadezda Mandel’stam, Vasilij Grossman e naturalmente Varlam Shalamov, dalla Kolyma. «Che fare, se è mezzanotte nel secolo?», si chiede, dal gulag, uno dei personaggi del romanzo di Serge dietro il quale si nasconde certamente qualche individuo reale, qualche vero perseguitato. Tema del romanzo è l’implacabile meccanismo del sospetto e della repressione “preventiva” che Stalin ha messo a punto con la sua polizia politica, la Gpu, in anni in cui l’opposizione, pur divisa al suo interno, era tuttavia ancora attiva e Trotskij non era stato ancora mandato in esilio (la condanna a morte del secondo dei massimi leader e artefici della vittoria del bolscevismo era stata solo procrastinata, dal boia del Kremlino, per i soliti motivi di credibilità internazionale). I vecchi bolscevichi sanno di avere ben poco da sperare dal regime e dalla “nuova classe”, i comunisti dell’ultima ora, che Stalin ha saputo lusingare e conquistare assai facilmente. Sanno che prima o poi toccherà anche a loro, che prima o poi verranno arrestati, che gli verrà fatto confessare il falso con il ricatto del “destino della rivoluzione” o più brutalmente, con la tortura, sanno che potrebbero trasformarsi in delatori a loro volta, e che alla fine di questo calvario li aspetta o la morte o il confino, la Siberia, il gulag. In anni di deportazioni di massa, di carestia, e anche di accerchiamento internazionale, di piani quinquennali a tappe forzate.Il quadro che Serge ci trasmette di quest’epoca di lupi è bensì attento a raccontarci anche i non politici, non solo i repressi e i repressori, anche ciò che c’è intorno: la vita quotidiana e la fame quotidiana delle popolazioni (poco convinte, a parte i funzionari, delle idee propagate dal regime), i piccoli eroismi e le piccole viltà di una quotidianità angosciante, in una feroce scarsità di beni e sotto un ramificato controllo sociale, poliziesco. Ciò nonostante, nel carcere e nel gulag i vecchi rivoluzionari cercano di resistere, di incontrarsi, di sopravvivere senza doversi vergognare delle proprie azioni, e cercano perfino di cospirare, incrociando altre storie, altre vite: come le loro, diverse dalle loro. Le loro esistenze si confrontano con quelle di chi in quei luoghi ci è nato e di chi vi è  stato deportato prima di loro, nell’immenso Paese scelto per far da prigione collettiva e di massa e come luogo di accoglienza e di lavoro forzato per intere popolazioni trasferite da lontanissimi altrove. Finché non si muore, si ha nientemeno che il compito di edificare il socialismo in quella parte dell’impero e di contribuire all’affermazione di un sistema economico decisamente schiavista. I personaggi di Serge non sono mai degli sprovveduti, sono soprattutto dei militanti, sono dei rivoluzionari, quasi sempre dei bolscevichi, e il loro tormento è quello di chi non ha altro scampo se non insistere, non arrendersi, non cedere fino all’ultimo respiro alle menzogne e alle violenze del nemico.Quello che Serge ci mostra è il vero volto del gulag, sperimentato dal di dentro, dal punto di vista di chi è stato costretto a conoscerlo bene ed è riuscito a sopravvivere, è riuscito perfino a uscirne in grazia di strane circostanze internazionali, nella provvisorietà di un momento storico preciso e irripetibile. Ma Se è mezzanotte nel secolo non è solo questo, non è solo il possente affresco di un’epoca tragica, del cui significato per la storia del Novecento e del cui valore di testimonianza il suo autore era ben cosciente. È anche un romanzo ed è un vero romanzo.