Agorà

Musica. La luce di Springsteen puntata sull'uomo

Luca Miele venerdì 13 settembre 2019

Springsteen in concerto al Madison Square Garden di New York

L’ultimo omaggio, in ordine di tempo, è Blinded by the light, film firmato da Gurinder Chadha che racconta la storia di un ragazzino pachistano folgorato sulla via del rock. “Abbagliato dalla luce” appunto, come suggerisce la canzone/titolo saltata fuori dal cilindro del primissimo repertorio di Bruce Springsteen. Perché quello che continua a sgorgare attorno al “Boss” della canzone americana è un vero profluvio di parole e immagini; un fiume per intensità e costanza pari solo a quello scatenato da un altro grande vecchio (e premio Nobel) della canzone rock, Bob Dylan. Il carisma di questo cantore dell’America più disperata e allo stesso tempo resistente, ormai vicinissimo a spegnere le settanta candeline (si festeggia il 23 settembre), è tracimato ovunque: libri, saggi, testi letterari e teatrali. E film. Il rapporto del cantante con il cinema è emblematico: testimonia la capacità della sua arte di espandersi, di ispirare, di contaminarsi. Non solo Springsteen è stato influenzato dalla settima arte – basti pensare alla fascinazione per il personaggio di Tom Joad, saltato fuori dalle pagine di Furore di Steinbeck, rimbalzato dall’omonima pellicola di John Ford, ritrovato nelle note della ballata di Woody Guthrie – ma si è cimentato in prima persona con la scrittura per il cinema, si pensi a canzoni come Streets of Philadelphia, Missing, Dead man Walking, The Wrestler, composte per altrettanti film. Fino a un nuovo passo: l’imminente Western stars, firmato dallo stesso Springsteen e da Thom Zimmy, che invaderà il grande schermo da ottobre e che cattura la creazione del suo ultimo album in studio. Il cinema ha, a sua volta, saccheggiato (e a piene mani) il repertorio dell’artista americano.

Un caso su tutti: Sean Penn prende una canzone di Springsteen ( Highway patrolman) e la trasforma in un film ( Lupo solitario- The indian runner). La storia di due fratelli, il poliziotto e il “poco di buono”, chi rispetta la legge e chi la viola, diventa il pretesto per scandagliare il “pozzo” conficcato nel cuore dell’America: il rapporto tra ordine e violenza, tra politica e violenza, tra comunità e isolamento. A 70 anni suonati (in giro per il mondo), Springsteen continua insomma a essere amato, citato, emulato. Qual è la chiave del successo di quest’uomo nato e cresciuto nel 'periferico' New Jersey? Cosa ha fatto di un mingherlino timido e provinciale il più fascinoso cantore di quel sortilegio che continua a stregare il nostro inconscio collettivo e che chiamiamo America? Perché il Boss ipnotizza in ogni angolo del pianeta? Cosa ha fatto della sua narrazione americana una delle più studiate, amate e rilanciate? Perché la sua canzone continua a gemmare altra arte? «Gran parte del rock è lirico, la produzione di Springsteen è invece prevalentemente narrativa », spiega Alessandro Portelli, americanista e autore di Badlands (Donzelli). «Springsteen ha una straordinaria capacità di racchiudere, nei tre-quattro minuti di una canzone, un’intera storia, con psicologie definite, sviluppo narrativo, esito drammatico. Storie che sono sempre capaci di espandersi perché piene di possibilità». Questa capacità narrativa si sposa, secondo Portelli, a un altro grande merito dell’artista americano: «aver riportato la musica rock alle sue origini sociali, di averle restituito l’ambiente operaio che lo ha generato. Ma con una particolarità: Springsteen parla di quel mondo, pur non appartenendovi. Canta, ad esempio la vita di suo padre e dei suoi amici, la vita della fabbrica, con una distanza che gli permette di avere uno sguardo “altro” rispetto a quella realtà».

Nel momento in cui canta la disillusione, la caduta, il disincanto di quel mondo, nel momento in cui la promessa viene delusa, Springsteen «dà però cittadinanza ai desideri, ospitando fortissimo il richiamo ai diritti». Non ci si può avvicinarsi al mito Springsteen senza accostarsi a una dimensione essenziale, rituale, comunitaria che passa attraverso una fisicità esorbitante e concerti lunghi anche quattro ore: «È il rapporto con il pubblico – spiega il filosofo Luca Giudici, autore di Abbagliati dalla luce (Zona) –. Springsteen ha sfondato la “quarta parete” quella che separa l’artista e chi lo ascolta: il pubblico è parte della band, è parte integrante dello spettacolo. Altri artisti, mostri sacri come Bob Dylan o Miles Davis, potrebbero suonare anche senza un pubblico. Springsteen no, la sua musica respira nella dimensione corale che solo il suo pubblico gli restituisce. Il Boss non mantiene una distanza ma letteralmente si tuffa, si immerge nella sua gente. Il suo corpo, la sua musica il suo linguaggio dicono all’unisono la stessa cosa: che lui, l’artista è uno di noi».

«Se dovessi usare una parola per descrivere l’universo Springsteen e provare a spiegare la chiave del suo successo – argomenta Andrea Monda, direttore dell’“Osservatore Romano” e autore di Springsteen in classe (Emi) – userei questa: autenticità. Pensiamo a Broadway, quando il Boss è salito, sera dopo sera, per mesi su un palco disadorno mettendosi a nudo davanti al suo pubblico: nessuna stravaganza ma il normale compimento di un percorso coerente lungo 40 anni». Quaranta anni di carriera; un’eternità. Come è cambiato Springsteen in questi anni nei quali la musica rock sembra aver perso la sua centralità? «È la cifra dei grandi artisti – spiega Monda – : il Boss è sempre rimasto lo stesso, la sua arte è immediatamente riconoscibile. L’artista ha custodito una sorta di segreto, un talento che non è venuto mai meno: ha saputo raccontare l’oscurità, in maniera spesso spietata, ha cantato la disperazione, senza fare sconti. Eppure a chi lo ascolta succede qualcosa di prezioso: è afferrato dalla speranza».