Agorà

Protagonisti. La “folle” logica di pace di Raoul Follereau

Lucia Bellaspiga mercoledì 27 dicembre 2023

Raoul Follereau tra due malati di lebbra in India

“Emersero dalla foresta alcuni visi spauriti, poi alcuni corpi famelici. Gridai loro di avvicinarsi. Al contrario, alcuni fuggirono e gli altri, i più coraggiosi, rimasero immobili senza smettere di fissarmi con gli occhi fissi e dolorosi. Ho detto alla guida: chi sono questi uomini? Lebbrosi, mi ha risposto. E perché stanno là? Perché sono lebbrosi. Ma starebbero meglio al villaggio, cos’hanno fatto per esserne esclusi? Sono lebbrosi, rispose cocciuto”. Avviene così, nel 1936, l’incontro tra Raoul Follereau e i primi malati del morbo di Hansen della sua vita.

Un incontro “casuale” durante un viaggio in Africa come giornalista di La Nacion, a causa della sua jeep in panne. Quei fantasmi moderni ma così antichi, reietti nel XX secolo come millenni fa, lo sconvolgono al punto che da quell’episodio Follereau diventerà il rivoluzionario geniale, l’“apostolo dei lebbrosi”, l’utopista capace di cambiare il mondo. “Quel giorno compresi che esisteva un delitto imperdonabile, degno di qualsiasi castigo, un delitto senza appelli e senza amnistie: la lebbra”, scrive nei suoi libri, benzina sul fuoco della passione per intere generazioni di giovani, “allora ho deciso di perorare una sola causa per tutta la mia vita: quella di 15 milioni di uomini dei quali solo la nostra ignoranza e la nostra vigliaccheria hanno fatto dei lebbrosi”.

Sì, perché la prima impressionante “scoperta” di Follereau, di cui quest’anno ricorrono i 120 anni dalla nascita, è che la lebbra, nonostante la fama da piaga biblica e castigo di Dio, è perfettamente guaribile con poche pasticche e non più contagiosa. Basta assumerle prima che il morbo di Hansen corroda labbra, naso, piedi, “mani senza dita, braccia senza mani”. A uccidere non è dunque il batterio, definitivamente sconfitto dalla scienza, ma lo stigma, che poi è la vera “lebbra”: quei malati sono osceni, vanno nascosti, puniti senza colpe.

Una realtà che perdura ancora oggi in molte zone del pianeta, come denuncia Aifo, l’Associazione Italiana Amici di Follereau che da oltre 60 anni porta avanti nel mondo i progetti del pacifista francese contro discriminazioni, povertà e malattie dimenticate: «Non solo la lebbra esiste ancora, ma i dati dell’Oms ci dicono che nel 2022 sono stati diagnosticati oltre 174mila casi, con un aumento del 23,8% rispetto al 2021, e il 5,1% dei nuovi casi sono bambini». India (104mila), Brasile (20mila) e Indonesia (12mila) raccolgono il 78% del totale, ma anche zone impensabili come la Florida contano casi autoctoni con trasmissione interumana, e le irreversibili mutilazioni dimostrano che tuttora l’abbandono colpisce questi malati in modo più grave della malattia stessa.

Se è già insopportabile che esseri umani debbano soffrire tanto, lo è molto di più quando l’unica causa sono le nostre inerzie. Conscio di questo, Follereau si getta con fervore nella sua rivoluzione, e lo slancio con cui scuote le coscienze e affronta i potenti del mondo deriva dall’intensa fede cristiana che traduce in azioni. Rimasto orfano di padre durante la prima Guerra mondiale e costretto agli studi professionali, il giovane Raoul, che ha animo di poeta e letterato, completa gli studi la sera e poi si laurea alla Sorbona di Parigi in diritto e filosofia, i due pilastri della sua battaglia.

Spirito libero, sotto il sorriso clownesco che lo immortala in tante foto indosserà per sempre l’eccentrica cravatta nera a farfalla, simbolo di rifiuto di tutti i conformismi (“una protesta contro la schiavitù della moda alla quale, fra tante altre, ci assoggettiamo”, scrive). È la stessa libertà di pensiero che lo porterà nel ’68 a discostarsi da certa contestazione apparentemente rivoluzionaria, in realtà omologante, ma anche dai modelli di vita americani e dal dilagante consumismo. Devoto alla Chiesa (incontra Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI), ma fedele più ai valori cristiani che ai dogmi, affascinerà anche i credenti di altre religioni e i non credenti, diventando presto il leader di un ecumenismo senza frontiere.

In tutto questo, compagna indissolubile è l’amatissima moglie Madeleine, conosciuta nel 1918 nel giorno dell’Armistizio in Francia (entrambi vendono per le strade mazzi di fiori tricolori per i feriti in guerra) e rimasta al suo fianco fino al 6 dicembre 1977, giorno della morte di Follereau (Madeleine morirà nel 1991): in mezzo, decenni di idee “folli” portate avanti insieme, convinti che ciò che è logico è anche possibile. Celebre ad esempio è la campagna del 1944 intitolata “Il costo di un giorno di guerra per la ricostruzione”: un appello al presidente americano Roosevelt perché il budget di un solo giorno di guerra sia devoluto a progetti di pace.

Prima ancora di iniziare, Follereau sa che la richiesta resterà inascoltata, ma sa anche che è la richiesta stessa ad infiammare gli animi dei giovani, i quali infatti lo seguiranno a milioni: “Un giorno questa guerra finirà – la sua logica è schiacciante, la fantasia geniale –. Io propongo a tutti, alleati e nemici, di prolungare di un giorno le ostilità. Voglio dire, di fare finta! Il denaro che vi permette di uccidere da tanti anni, voi lo avreste trovato per uccidere un giorno in più, vero? Dunque, che i bilanci della guerra siano chiusi ventiquattr’ore dopo aver deposto le armi: le centinaia di miliardi così recuperati sulla morte metteteli insieme, per ricostruire”. È solo il primo di tanti appelli rivolti nei decenni alle potenze, tutti espressi con la stessa arguta ironia e la consapevolezza che “nessun sogno è troppo grande”: tra tante utopie, si calcola che nella sua vita abbia guarito oltre un milione di lebbrosi.

Nel 1943 si inventa l’“Ora dei poveri”, ovvero la donazione una volta all’anno dell’equivalente di un’ora del proprio lavoro, qualunque esso sia, idea semplice e straordinaria che consente a tutti di dare, in proporzione alle proprie possibilità: “E’ un atto fraterno in cui i ricchi non si distinguono dai poveri – scrive disarmante –. Ogni uomo, anche il meno abbiente, compie il medesimo gesto, ed il suo merito è uguale a quello del più fortunato”. Allo scopo di “rifare l’uomo” e dargli uno spirito universale, propone poi di inserire nei programmi scolastici la Storia dell’umanità, cioè delle vere conquiste, “liberazione della donna, abolizione della schiavitù, diminuzione della mortalità infantile, regolamentazione umana del lavoro…”, perché il bambino capisca che “è parte di una comunità umana verso la quale ha dei doveri”.

Per primo immagina anche “campi di vacanze all’estero con scambi tra giovani, affinché i ragazzi si accorgano per esperienza personale che il mondo non si ferma alle frontiere del loro paese, ma che «dall’altra parte del ponte» si vive, si soffre, si ama”. Chiede pure di “sostituire in parte il servizio militare, in attesa di sopprimerlo un giorno – nel ’48 quando lo scrive è pura fantascienza – per un periodo di lavoro detto servizio civile”.

È del 1954 la prima lettera al generale Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, e a Malenkov, presidente del Consiglio dell’Unione Sovietica: “Voi siete, signori, i due uomini più potenti del mondo. So bene che ciò non significa granché: gli uomini più potenti, salvo il male non sono affatto liberi di fare qualsiasi cosa”, li cimenta con stile inconfondibile, per poi chiedere in dono un aereo da guerra a testa (costo 10 miliardi di franchi, sufficienti a risanare tutti i lebbrosi del mondo): “Un aereo in meno a ciascuno non modificherà l’equilibrio delle vostre forze…”.

Passano i decenni e Follereau, ormai malato, ancora ai giovani affida il futuro del pianeta. Non vuole offerte in denaro, ma un cambio di mentalità: “Non si tratta di asciugare una lacrima: è subito fatto. Neppure d’avere un attimo di pietà: troppo facile. Si tratta di prendere coscienza e di non accontentarsi più…”. Rifiutino dunque la “soave siesta benpensante, quando tutto urla e si dispera intorno a noi”, scrive nel “Messaggio alla gioventù fortunata del mondo”. In un’altra pagina memorabile li avverte: la più grande disgrazia che possa accadervi “è di non essere utili a nessuno, che la vostra vita non serva a nulla. Fintanto che ci sarà sulla terra un innocente che avrà fame o sarà perseguitato, fintanto che vi sarà una carestia che si può evitare o una prigione dispotica, né voi né io avremo il diritto di tacere o di riposarci”.

L’ultimo addio alla gioventù lo dà in Italia, sua seconda patria, nel novembre del 1976. “Guardatemi bene perché forse non mi rivedrete più – sorride a una folla gigantesca, a Bologna –. Mia moglie e io abbiamo fatto 32 volte il giro del mondo e ora non posso fare cinquanta metri a piedi… Voi non avrete bisogno di girare il mondo senza sosta per trovare la felicità, che è nelle lacrime che avrete asciugato attorno a voi. Siate seminatori d’amore, il mondo vi reclama”. Poi li incendia: “Organizzate l’epidemia del bene e che essa contamini il mondo”.

Ogni anno il pianeta celebra la Giornata Mondiale dei Malati di lebbra, istituita da Follereau nel ’54 (il 28 gennaio 2024 la 71esima edizione), «perché la visione della centralità della persona che Follereau ci ha lasciato, assolutamente moderna e attuale, resta il fondamento delle nostre azioni contro tutti gli emarginati – spiega Antonio Lissoni, presidente Aifo –. Lavoriamo non per i deboli ma con i deboli, soggetti protagonisti della propria dignità e autonomia, non oggetti di un’azione che risolve il problema».

Follereau è infatti convinto che “amare non è dare qualcosa del nostro superfluo ma ammettere il povero, il malato, l’infelice nella nostra vita”, “non accontentarsi di lasciargli cadere nella mano l’offerta, ma condividere la sua sofferenza, la sua ira, il suo desiderio o la sua gioia ed ammetterlo alla conoscenza dei nostri sentimenti”. Tanto più se si tratta del lebbroso, che è l’ultimo tra gli ultimi: allora usa il solo modo convincente per sconfiggere l’altrui disgusto e la paura immotivata del contagio, stringe le loro mani e bacia i loro volti.

Di centinaia di incontri, la più toccante è “una lebbrosa che risponde al nome, un po’ crudele, di Stella. Io le tendo la mano, ma lei nasconde ambedue le sue dietro la schiena: è proibito, mi dice con tono indefinibile. Il direttore è piuttosto imbarazzato e poiché questa mattina non sono affatto di buon umore gli dico schiettamente quel che penso di questa proibizione e insisto: il regolamento proibisce pure di abbracciarli? Vittoria! Il Regolamento non ha osato nemmeno prevedere il caso! Allora stringo al collo Stella. Tutto il campo ora mi accompagna e i lebbrosi si spingono per riuscire ad avvicinarmi nella speranza che a uno tiri l’orecchio e all’altro stringa il naso… Mio Dio, è così facile donare la felicità!”.