Agorà

IL CASO. L’Italia allo stadio stregata dal rugby

Ivo Romano mercoledì 11 novembre 2009
Ottantamila, o giù di lì. A San Siro, la scala del calcio. Ma per il rugby, che a Milano ha vissuto dei pochi anni d’oro dell’Amatori, prima di finire nel dimenticatoio. Roba che pure nel football, lo sport nazionale, si vede rare volte in una stagione. E che nel rugby dell’emisfero nord possono permettersi in pochi: giusto gli inglesi, ma solo dopo l’ultimo ampliamento di Twickenham, e i francesi, ma solo dopo aver abbandonato il Parco dei Principi per lo Stade de France. Saranno ottantamila sabato a San Siro, per gli All Blacks, un autentico mito. E prevendita galoppante a Udine, in attesa degli Springboks sudafricani, i re del mondo, il 21 novembre. Il fascino dei grandi, certo. Ma pure una febbre che sale, malgrado tutto. L’Italia vince poco o nulla, in termini di risultati sul campo: vaso di coccio tra quelli di ferro nella prestigiosa vetrina del “Sei Nazioni”. Eppure calamita attenzioni, investimenti, passione. S’è lasciata dietro le protagoniste dell’altro rugby, quello senza ambizioni. Ma non riesce a chiudere il gap con quello migliore, che rimane lontano, per qualità e quantità di materiale umano. Malgrado tutto, è divenuta un polo d’attrazione. Di gente e quattrini. Gli ottantamila di San Siro sono la punta di un icerberg. Il resto è nei 5-6mila tifosi che gli azzurri si portano dietro a ogni trasferta del Sei Nazioni e nei puntuali "tutto esaurito" del Flaminio in occasione di ogni sfida del torneo più importante d’Europa. Incassi da favola garantiti, ma nulla al confronto del lievitare infinito del budget federale. Il Sei Nazioni ha portato soldi, direttamente o indirettamente. Solo la partecipazione garantisce 10 milioni annui, senza contare il botteghino. E poi ci sono gli sponsor, a cominciare da Cariparma (il cui marchio fa bella mostra sulle maglie azzurre per 1 milione all’anno), per passare a Kappa, Edison e Iveco, quest’ultimo condiviso con gli All Blacks neozelandesi, fino all’ultima del lotto, per un totale di una ventina di aziende che hanno investito sulla Nazionale ovale. Azionata la calcolatrice e fatte le dovute somme, la cifra del budget federale arriva fino ai 28 milioni, che diventeranno 40 il giorno in cui l’Italia potrà dividere alla pari con le rivali la quota dei diritti tv del Sei Nazioni. Magari nulla al confronto dei grandi, comunque tanto rispetto a un decennio fa. La visibilità, poi, fa il resto: in tv, ascolti alla grande: fino al 14% di share e 1 milione e 800mila telespettatori incollati agli schermi per seguire su La7 le sfide del Sei Nazioni (dalla prossima edizione, diritti a Sky). E se il campo dà emozioni, la tv stimola l’emulazione. Chi guarda, s’appassiona. E magari vuol provarci. Così il movimento ovale cresce, anno dopo anno: nel 2000 i tesserati erano circa 30mila, nel 2006 erano 47mila, ora ci si avvicina a quota 70mila. Per dirla con parole del presidente federale, Giancarlo Dondi: «Sembra di vivere un sogno, dal quale non vogliamo svegliarci, anzi che vogliamo far diventare sempre più bello». Senza dimenticare l’altra faccia della medaglia, quella degli aspetti negativi. Il campionato, non certo il massimo. Sotto il profilo economico e qualitativo. Così i migliori vanno all’estero, attratti dal livello più elevato e dai maggiori guadagni (i migliori in Italia guadagnano 100mila euro o poco più, in Inghilterra e Francia si superano i 300mila). Non sempre facile andare avanti, anche per i club: il Calvisano, due scudetti e una solida storia alle spalle, ha abbandonato la scena. Per addizionare competitività è partito il progetto “Celtic League”: due selezioni italiane parteciperanno al campionato che vede in lizza squadre irlandesi, gallesi e scozzesi. Ci si è messa in mezzo la politica, tra pasticci e polemiche. Ci andranno gli Aironi (Viadana e Parma) e Treviso. I progetti sono pronti, gli sponsor latitano. Perché una cosa è la Nazionale, altra cosa sono i club. Il rugby a due velocità.