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Letteratura. È la Bibbia il segreto degli scrittori italiani

Alessandro Zaccuri venerdì 15 febbraio 2019

Carlo Goldoni, perfino lui. Non contento della prolificità dimostrata sulle scene profane (sedici «commedie nuove in un solo anno, il fatidico 1750), l’autore della Locandiera trovò il tempo per allestire un paio di oratori sacri, uno sulla conversione della Maddalena e l’altro sull’unzione regale di Davide, ma anche di mettere mano a una serie di operette di argomento religioso, tra le quali spicca La Settimana Santa del 1760, un poemetto in veneziano che si segnala come «testo di lettura deliziosa, pieno di immagini legate alla devozione popolare». Così assicura Javier Gutiérrez Carou nella voce dedicata a Goldoni nel Dizionario biblico della letteratura italiana (Istituto di Propaganda Libraria, pagine 1.056, euro 90,00).

È una scoperta, una delle tante che si possono fare consultando o anche solo sfogliando quest’opera imponente, diretta dal prefetto della Biblioteca Ambrosiana, monsignor Marco Ballarini, con l’ausilio di un comitato scientifico composto da una squadra di italianisti dell’Università Cattolica di Milano: Pierantonio Frare, Giuseppe Frasso e Giuseppe Langella. Insieme, i quattro responsabili del Dizionario firmano una breve e densa prefazione, che non si limita a dare conto delle caratteristiche del copioso volume, nel quale si trovano 270 voci, diverse delle quali collettive (gli autori coinvolti sono circa 150, coordinati da Edoardo Buroni con la collaborazione di Simona Brambilla).

C’è un pregiudizio da sfatare, anzitutto, quello per cui la letteratura italiana sarebbe una letteratura senza Bibbia. A differenza di quella tedesca, il cui atto di nascita coincide con la traduzione della Scrittura da parte di Lutero, o di quella inglese e angloamericana, nella quale l’elemento biblico è sempre riconoscibile e talvolta incombente: la lingua usata da Melville in Moby Dick, nella fattispecie, è impastata lessico della cosiddetta Bibbia di Re Giacomo non meno che di quello shakespeariano. Il nodo, secondo la convinzione dominante, starebbe proprio qui, tra Cinque e Seicento, nel passaggio dalla Riforma al Concilio di Trento: disponibile alla lettura corrente in area protestante, la Bibbia diventerebbe inaccessibile in ambito cattolico, e in particolar modo in Italia.

La ricostruzione ha una sua validità dal punto di vista ecclesiale e più ancora delle pratiche pastorali, ma non è immediatamente applicabile al contesto letterario. Al contrario, anche in quel periodo le diverse riscritture attraverso le quali la Bibbia viene sottoposta finiscono per contraddire l’interdetto, in un processo che la stessa Chiesa favorisce in modo consapevole. Si tratta di un accesso mediato, d’accordo, e per certi aspetti semplificato, ma i cui esiti non vanno sottovalutati.

Lo confermano, all’interno del Dizionario, le voci relative a generi letterari oggi pressoché dimenticati, dall’oratoria sacra di cui fu campione il gesuita Paolo Segneri alla rielaborazione dei Salmi alla quale si applicarono Loreto Mattei e numerosi altri, fino alla ricca messe di "esameroni" (i sei giorni sono quelli della creazione). Il titolo da riscoprire è Sulla creazione del mondo di Gasparo Murtola, un poema che a sua volta si ispira al Mondo Creato di Torquato Tasso, apparso postumo nel 1607 e destinato a influenzare John Milton nella stesura del Paradiso Perduto.

Anche prima che si consumi la frattura con la modernità, la Bibbia è tutt’altro che assente dal panorama letterario italiano. Al contrario, come ribadiscono i curatori sulla scorta di una celebre annotazione di Gianfranco Contini, la stessa Divina Commedia «si propone esplicitamente come scrittura sacra, come una seconda Bibbia».

Dante è un fuoriclasse, non un isolato. Gli autori delle origini, dall’eterodosso Cecco d’Ascoli a Iacopone da Todi, sono imbevuti di cultura biblica, come lo è del resto tutta la letteratura francescana, a partire dai Fioretti . E c’è Bibbia nel Petrarca del Canzoniere non meno che nel Petrarca delle Familiares (la voce, redatta da Marco Baglio, è tra le più ricche del Dizionario), così come c’è Bibbia nelle prove più erudite di Boccaccio e nelle pieghe stesse del Decameron (quello di Griselda è uno molti i casi segnalati da Marco Petoletti, con il richiamo specifico alla profezia di Simeone nel Vangelo di Luca e, in forma più estesa, alle peripezie di Giobbe).

Non sempre il ricorso alla Bibbia muove da presupposti edificanti. In pieno Quattrocento il Morgante di Luigi Pulci è l’attestazione più evidente di un’attitudine intemperante che troverà poi espressione polemica nelle opere di Giordano Bruno, su su fino al Novecento, forse il secolo al quale – per diretta ammissione dei curatori – il Dizionario finisce per dedicare maggior attenzione. Per due buone ragioni, si spiega sempre in sede di prefazione: perché il canone della contemporaneità è ancora in fase di ridefinizione e allargamento (pur includendo molti autori, lo stesso Dizionario finisce per escluderne parecchi), ma anche perché il processo di secolarizzazione «obbliga a una verifica dell’eventuale tenuta del codice biblico».

In questa prospettiva, l’apporto più sorprendente viene proprio dagli scrittori solitamente ritenuti “laici”, primo fra tutti Franco Fortini («tra gli autori del Novecento italiano forse il più intriso di linguaggio biblico», segnala Pietro Montorfani), ma altrettanto illuminante è la rassegna dei «Vangeli apocrifi moderni» affidata a Silvia Cavalli, nella quale si danno convegno Giovanni Papini e Curzio Malaparte, Roberto Pazzi e Ferruccio Parazzoli, Erri De Luca e Mario Pomilio (la voce sull’autore del Quinto Evangelio è una delle pochissime firmate dall’estensore di questo articolo).

Quello delle voci collettive è, come già accennato, uno degli elementi più interessanti del Dizionario. A volte è un singolo autore a inglobare un’intera galassia, come accade nella riflessione sulla letteratura concetrazionaria che Elena Rondena pone sotto il segno di Primo Levi. In altre occasioni il quadro è da subito più ampio, come conferma l’excursus sui romanzi cortesi stilato da Marco Giola o l’analisi dei poeti della neoavanguardia – Edoardo Sanguineti in primis – condotta da Lorenzo Babini.

Specie per il Novecento, il Dizionario può fare affidamento sugli esiti di un dibattito molto vivace (uno dei collaboratori è Francesco Diego Tosto, già curatore di un’importante opera in più volumi su La letteratura e il sacro), oltre che su diversi “casi critici” ormai consolidati (si pensi alla figura di Elena Bono, tratteggiata con esattezza da Stefania Segatori).

Al di là delle premesse, facilmente ricostruibili attraverso le puntuali schede bibliografiche, il Dizionario resta dotato di un’innegabile originalità e autonomia. Lo si può percorrere in trasversale, magari per riscontrare il ruolo che il sottotesto biblico ha rivestito nella grande prosa saggistica italiana (la formazione patristica, afferma Vincenzo Barra, è fondamentale per comprendere il pensiero dell’economista-filosofo Antonio Genovesi), ma spesso si è tentati di passare al setaccio una singola voce. Quella di Vincenza Perdichizzi su Vittorio Alfieri, per esempio, rende conto con intelligenza del carattere eccezionale e insieme sintomatico del Saul: una tragedia che, da sola, basterebbe a sfatare il mito della letteratura italiana senza Bibbia.