Agorà

Calcio. L'infinita battaglia di wembley tra Scozia e Inghilterra

Nicola Sbetti sabato 3 giugno 2017

Era il 1977. La Scozia batte l'Inghilterra 2-1 ed esplode la gioia dei tifosi del Nord del Regno Unito

Per gli scozzesi quella contro l’Inghilterra non è mai stata una semplice partita di calcio. Fin dal 1872 battere l’Auld enemy era un’occasione per rovesciare, seppur in modo effimero, i secolari rapporti di forza. Del resto il calcio era, al pari della chiesa o dei reggimenti militari, una delle poche istituzioni in cui l’identità scozzese si poteva distinguere da quella inglese. Ciononostante fino agli anni ’60, per quanto aspra, la rivalità degenerò raramente dall’ambito sportivo.

Nel corso degli anni ’70, tuttavia, anche il calcio si fece portatore dell’ascesa del nazionalismo politico scozzese, dovuto soprattutto allo sgretolamento dell’Impero e al declino dell’industria pesante. Peraltro la crescita dello Scottish National Party (Snp) nella politica britannica andò di pari passo all’emergere di una generazione d’oro, in cui spiccavano campioni come Law e Dalglish. Nel 1974 il coro «noi odiamo gli inglesi», cantato a squarcia gola ad Hampden Park, quasi preannunciò il trionfo elettorale dello Snp che ottenne ben undici parlamentari a Westminster. Negli anni successivi, in un climax crescente, l’inno britannico God Save the Queen venne spesso preso di mira, mentre Flower of Scotland divenne l’inno ufficioso cantato dai tifosi prima e durante le partite. L’apice del nazionalismo sportivo si raggiunse però il 4 giugno del 1977, in occasione Inghilterra-Scozia valida per l’Home Championship, il torneo in cui annualmente si sfidavano le quattro federazioni britanniche. Londra venne letteralmente invasa da una marea di tifosi scozzesi che, armati di birre e bandiere si impossessò festosamente di Trafalgar Square, prima di occupare buona parte dello stadio di Wembley. Come ricordò il terzino inglese Mick Mills: «Sembrava di giocare in trasferta».

Trascinati dal pubblico e grazie alle reti di McQueen e Dalglish gli scozzesi tornarono a vincere in Inghilterra dopo un’astinenza di dieci anni e al fischio finale dell’arbitro in migliaia invasero il campo celebrando l’impresa. A causa dell’elevato tasso alcolico, nonostante il carattere non violento, i festeggiamenti degenerarono. Il prato venne razziato dai molti che volevano portare a casa un ricordo dell’impresa e una traversa collassò sotto il peso dei tifosi più invasati. Anche se il giorno successivo i giornali britannici sorvolarono sulle rivendicazioni politiche, limitandosi a criticare severamente il comportamento da teppisti, uno degli slogan più cantati dagli scozzesi sul prato di Wembley fu: «Dateci il Parlamento e vi restituiremo Wembley». Questa rivendicazione, a metà fra il nazionalismo e la goliardia, contribuì a convincere i laburisti che un referendum per una maggiore autonomia della Scozia potesse essere un buon deterrente contro i gruppi più estremi.

Alcuni osservatori si sono addirittura spinti a sostenere che la deludente performance della Scozia al Mondiale 1978 contribuì alla sconfitta nel referendum del 1979. In ogni caso, nonostante il declino del calcio scozzese, il pallone ha continuato fino ad oggi ad avere un carattere politico-identitario ambivalente. Se da un lato ha permesso di rafforzare l’identità di una Nazione priva di Stato, dall’altro ha agito anche da surrogato del nazionalismo, al punto che nel 1992, dopo una disfatta elettorale, l’allora leader dello Snp Jim Sillars, coniando la felice espressione «90 minutes patriots», accusò i suoi conterranei di essere dei patrioti solo in occasione delle partite della nazionale.

Anche se il divario fra le due selezioni sembra incolmabile e la tradizione degli «happy hooligans of Wembley» si è ormai esaurita, la volontà dello Snp di promuovere un nuovo referendum per l’indipendenza e la sfida fra Scozia e Inghilterra prevista il 10 giugno potrebbero riaccendere la più antica rivalità calcistica al mondo.