Agorà

Idee. L’Occidente e la globalizzazione nel segno di Mefistofele

Franco Cardini mercoledì 11 ottobre 2023

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Pubblichiamo un estratto dal capitolo conclusivo del volume dello storico Franco Cardini La deriva dell’Occidente, in uscita per Laterza (pagine 162, euro 17,00).

La globalizzazione è – fra le molte cose che, si dice, essa sia – il punto d’arrivo dell’“eccezione occidentale”: una splendida, gloriosa eccezione, che ospita però al suo interno anche un inquietante nucleo di schizofrenia. Credo che il discorso possa essere impostato attraverso una breve meditazione sui tre eroi archetipici fondatori della cultura occidentale: il viaggiatore Ulisse, che affronta ogni tipo di sofferenza pur di tornare in patria ma che al tempo stesso non perde occasione per conoscere qualunque sorta di novità e di sensazioni e che – come gli fa dire Dante – enunzia con decisione il principio secondo il quale lo specifico della natura umana è il conseguire “virtute e canoscenza”; il titano Prometeo, che affronta l’ira degli dèi pur di beneficare l’uomo trasmettendogli il segreto della conoscenza e la chiave del progresso; infine Faust, che accetta di mettere a rischio l’anima pur di recuperare un’esistenza che gli consenta di raggiungere sapienza e godimento perfetti, e che insegue – sia pur invano – l’istante tanto perfetto da potergli far desiderare di fermarlo per sempre, di renderlo eterno nella sua bellezza.

La figura di Prometeo, in particolare, è una chiave per uno dei grandi enigmi che l’identità europea e moderna comporta sotto l’aspetto politico: quello della scelta tra “essere di destra” ed “essere di sinistra” da un punto di vista, direi, metastorico e metafisico. Letto “da sinistra”, quello di Prometeo potrebbe essere l’atto della ribellione liberatrice, il gesto che inaugura il cammino non solo del progresso e del sapere umano, ma soprattutto dell’uguaglianza nel senso del diritto di tutti e di ciascuno a qualunque cosa, dell’eritis sicut dei; letto “da destra” risulta invece il gesto magari pieno di struggente filantropia e di splendido coraggio, tuttavia sacrilego nella sostanza e destabilizzatore negli effetti. Il gesto di chi varca il limite del ganz Anderes abbattendo le barriere tra Divino e Umano e avviando quella desacralizzazione del mondo al termine della quale c’è la negazione di ogni valore che non sia individuale o collettivo, l’impossibilità di stabilire una gerarchia nelle idee e nelle cose, quindi il caos.

Da questo punto di vista – che, lo ribadiamo, poco ha a che vedere con istituzioni o strutture politiche o economiche –, la sinistra si caratterizza in ultima analisi come antropocentrismo, la destra come mitocentrismo o teocentrismo. È anche evidente, ma su quest’ultimo cammino non è qui il caso di addentrarsi, come alcune forme assunte negli ultimi anni dall’ambientalismo sfuggano anche a questi tentativi di categorizzazione, in quanto, fondandosi sulla proposta della “estensione dell’etica a tutto il vivente”, da una parte sembrano recuperare elementi cari al pensiero etico-religioso di culture comunque extraoccidentali, dall’altra condannano, come “specismo”, proprio quell’istanza antropocentrica dalla quale la filantro- pia di radice illuministica che ha aperto il cammino alla sensibilità e al pensiero di sinistra è a suo tempo partita. Su questo sarebbe necessario riflettere: in quanto taluni esiti dell’ambientalismo spiazzano in effetti il dialogo fra destra e sinistra e gli impongono di ridefinirsi su valori nuovi e sui più ampi orizzonti già del resto avvistati allorché ci si addentra negli spazi aperti ad esempio dalla bioetica, dall’ingegneria biologica, dall’intelligenza artificiale. Rispetto a tutte queste cose confessiamoci che il dibattito destra-sinistra, almeno come si è fino ad oggi configurato, risulta singolarmente arcaico e privo del necessario aggiornamento concettuale, soprattutto alla luce della complessa ridefinizione delle categorie esegetiche tradizionali di cui abbiamo parlato.

C’è infine da far notare come la natura dell’Occidente – che potremmo in semplificata sintesi definire “dialettica” – sia ben qualificata dalla celebre risposta di Mefistofele qui citata all’inizio di queste pagine. Nell’Occidente capitalistico moderno ci si è imbattuti fin troppo spesso in questo spirito, “antimefistofelico” nella forma e nelle superbe e ottimistiche pretese nonché magari – concediamolo – persino nelle intenzioni, ma profondamente “mefistofelico” nella sostanza, quindi tragico e contraddittorio, animato da forti valori etici e da un’illimitata Volontà di Potenza; esso ha prima trionfato e quindi fallito nei grandi totalitarismi del Novecento, ovviamente rifiutati e rinnegati ma pur usciti dal suo stesso ventre; oggi rivive, mutato e rinnovato, all’interno della globalizzazione che, divenuta ormai parte di altre “Modernità”, di altri “Occidenti”, attraverso nuove crisi va tuttavia rinnovandosi. La sostanza dello spirito occidentale stava come or ora si è detto, e tuttora risiede, nell’obiettiva contraddizione tra una forte vocazione umanitaria e una non meno forte volontà d’assoggettamento e di modificazione del mondo, della natura, della storia.

Riprendere quindi ab imis il discorso di un’“invenzione dell’Occidente” come correlativa all’“invenzione dell’Altro”, se per un verso richiama immediatamente il titolo di un celebre scritto di Tzvetan Todorov (e non solo di quello, del resto), per un altro parrà volersi inserire – non senza una qualche vis polemica – in una problematica attuale vasta e per più versi drammatica: quella originata dall’incontro, dal confronto e dallo scontro tra culture diverse, all’insegna del dibattito sulla possibilità o meno della costruzione d’una società multiculturale, ma soprattutto del disagio che investe sia i popoli del cosiddetto Occidente – vale a dire dell’area dell’ecumène gestrice e detentrice della ricchezza e di un alto livello di sviluppo tecnologico –, che vedono il loro mondo oggetto di un’immigrazione tanto numericamente densa ed etnicamente eterogenea quanto professionalmente e civicamente poco qualificata, sia le genti dalle quali provengono i flussi “extracomunitari”. Gli eventi degli ultimi anni hanno sembrato rimettere tutto in discussione: dal bisogno d’identità e di radicamento, diciamo pure di tradizione, alle prospettive invece di costruzione di una società iperindividualistica e omologata nella quale l’uguaglianza si realizzi anzitutto come koinè culturale e rifiuto della specificità; dai concetti di “progresso” e di “sviluppo”, dei quali si sono da più parti denunziati i caratteri deterministici e ideologici, sino al dibattito relativo al senso della storia e quindi alla “necessità” che strutture, processi ed eventi si propongano così come li registriamo.

Notava il già fin troppo citato Oswald Spengler come la mentalità storica occidentale, usa a pensar se stessa come la misura di atteggiamenti mentali normali, naturali e universali, sia invece un’eccezione piuttosto che una regola. Un’identificazione assoluta con un tale modo di pensare è estremamente pericolosa: essa rischia di condurre a quel che Massimo Cacciari ha definito (ironicamente rispondendo alle ridicole identificazioni alla Ronald Reagan o alla George Bush jr. di un supposto “Male assoluto” nel comunismo sovietico o nell’Iran fondamentalista) il “Male radicale”: la convinzione cioè che alla civiltà occidentale sia intrinseca un’“obiettiva” (!) superio- rità morale che rende tout court universale i suoi valori, e che costituisce il vero pericolo spirituale che noi stiamo correndo ora che a quel che sembra la convinzione di una superiorità intellettiva e fisiologica d’un Occidente identificabile con una “razza superiore” (ariana, caucasica, comunque “bianca”...) è stata del tutto abbandonata e rifiutata (ma c’è voluta la tragedia del nazismo per obbligarci ad esorcizzarla del tutto, per quan- to essa si sia poi più volte ripresentata in vari travestimenti, sia pur in forme più circoscritte e culturalmente meno pericolose).

Ma la convinzione – esplicita o strisciante che sia – di una “superiorità” occidentale è storicamente parlando decodificabile: ed è ciò che abbiamo cercato di fare nelle pagine precedenti. Ciò ha determinato un paradosso storico-antropologico: tra le culture, l’occidentale è la sola che non proponga se stessa come centrale, normativa, unica, che non pretenda di situarsi al centro del mondo ma che anzi, con la sua stessa denominazione, scelga di identificarsi con una parte (l’Occidente, appunto). Né è un caso, infatti, che dimensioni culturalmente parlando tipiche dell’Occidente siano, appunto, il concetto di tolleranza e l’antropologia culturale intesa appunto come “scienza dell’Altro”. Solo che quella occidentale è anche l’unica cultura che, nella pratica, sia riuscita a imporre – con una forza che sarebbe roseo eufemismo definire solo “della ragione” – se stessa alle altre in modo sistematico, insieme con l’idea di un senso della storia universale che coincidesse con una pluralità di dinamiche tutte però convergenti nell’accettazione, da parte delle altre culture, della nostra.

Al fondo di questa contraddizione tra supposte o addirittura esibite intenzioni e realtà pratica sta probabilmente l’autentico dramma della schizofrenia di quella che definiamo civiltà occidentale: la sua Weltanschauung fondata sulla dignità e la libertà della persona umana, sulla tolleranza, sui diritti dell’uomo, sulla ricerca della felicità, e la sua prassi politica, economico-finanziaria e tecnologica radicata invece nei principii della produzione, del consumo, del profitto e in ultima analisi su una dura e illimitata Volontà di Potenza. Dulcis in fundo; o, se preferite, in cauda venenum.

Nel 1904, mentre si stavano pur spegnendo i fuochi di ostilità del Great Game per la corsa all’egemonia asiatica tra Gran Bretagna e Russia, il geografo britannico sir Halford Mackinder parlava tuttavia di un perenne confronto fra le potenze continentali del continente eurasiatico (Germania e Russia) e le potenze marittime degli Stati oceanici (Inghilterra e Stati Uniti d’America). Erano appunto quelle che negli anni Cinquanta Carl Schmitt avrebbe identificato, rispettivamente, nel mostro terrestre Behemoth e nel mostro marino Leviathan. In un libro edito a Mosca verso la fine del secolo scorso il più discusso tra i fondatori del movimento eurasiatista, Aleksandr Dugin, tornava sul medesimo argomento. Saranno questi i protagonisti dell’Apocalisse prossima ventura, quod Deus avertat? Ebbene: giunti all’epilogo di questa cavalcata orientale-occidentale, spero sarà possibile e accettabile concedersi la libertà di sperare, forse di sognare. Dal canto mio, da toscano, italiano, mediterraneo che da oltre sei decenni spera ardentemente di potersi dire non solo dal punto di vista storico e spirituale, bensì anche da quello politico e istituzionale – nel senso migliore di entrambi questi aggettivi – un cittadino europeo (civis Europaeus sum), e che ormai avverte tristemente come una beffa la solenne e inconcludente formula “Unione Europea” impressa in oro sul suo vecchio passaporto con la sua malinconica corona di dodici stelle che ogni anno impallidiscono perdendo colore, vorrei che mi fosse lecito almeno esprimermi ancora una volta con una parafrasi di sapore poundiano che mi è cara: «Io credo nella Resurrezione dell’Europa, quia impossibile est».

La rinascita di un’Europa politicamente sempre sull’orlo di nascere come realtà unitaria, come autentica patria: e mai nata, quindi mai stata in grado di generare un sereno, consapevole, auspicabile patriottismo europeista, che molti di noi hanno sognato e che forse vedranno i nostri figli o i nostri nipoti; ma, temo, solo dopo durissime prove. Un’Europa che, come la Luce di Dio evocata nel Corano, «non è né orientale né occidentale». L’Europa di san Benedetto, delle cattedrali, delle università; l’Europa che ha scelto come suo inno l’Ode alla gioia di Schiller vestita dalle note della Nona di Beethoven. L’Europa libera e unita per la quale sarebbe valsa la pena di morire: e, soprattutto, nella quale sarebbe stato tanto bello vivere. La mia, la nostra dolce, carissima Europa.