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ECONOMIA. E Bob Kennedy disse: «Il Pil non basta»

Marco Girardo sabato 17 marzo 2012
​Gli anni Sessanta, la decade del sogno americano, erano ai titoli di coda. Fissati sulla tela della Storia dal "piccolo passo" lunare di Neil Amstrong il 21 luglio 1969. Un "grande balzo per l’umanità" che, dopo averlo intensamente immaginato e perseguito, John Fitzgerald Kennedy non fece in tempo ad ammirare. Ma nei dieci anni della corsa allo Spazio, gli Stati Uniti avevano comunque gettato le basi di una rivoluzione in grado di proiettare il Paese verso l’egemonia planetaria. Un processo accompagnato dalla "grande narrazione" di JFK che il fratello Bob provò in qualche modo a trapiantare sul terreno dell’economia. Il 18 marzo 1968 - lo stesso giorno in cui, a Milano, gli operai della Pirelli-Bicocca davano vita al primo Comitato Unitario di Base - Robert Kennedy condivise all’Università del Kansas il suo "sogno" per una nuovo modo di concepire la ricchezza delle nazioni: «Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».Tre mesi dopo, il 5 giugno, trovò la morte durante la campagna elettorale che lo avrebbe probabilmente portato alla Casa Bianca. E insieme a Bob perì forse anche l’ambizione di includere le felicità nel Prodotto interno lordo e riplasmare l’ "american dream".Bob Kennedy non è diventato presidente ma, come ministro della Giustizia per JFK, ha contribuito a guidare gli Usa attraverso tempi turbolenti e rigogliosi scanditi dalla crisi missilistica a Cuba e dalle battaglie per i diritti civili; anni segnati da un conflitto nel Sudest asiatico e, ancor più, dall’incubo di un’escalation nucleare nella Guerra fredda con il blocco sovietico. Riuscì in ogni caso a guadagnarsi un ruolo di primissimo piano in quella che fu per molti aspetti l’ultima svolta americana. Con la forza delle idee e soprattutto l’intensità dei suoi discorsi, il più celebre dei quali resta proprio quello sul Pil. Bob si ispirava spesso alla fonte greca. Era uno scrittore prolifico e un oratore intenso. Per alcuni mesi ebbe fra i suoi ghost writer anche il romanziere Richard Yates, l’autore di Revolutionary Road. Le sue parole sono state accostate, per intensità, a quelle di monumenti come Jefferson, Adams e Lincoln. E condividevano la stessa forza mitopoietica di quelle ancor più famose pronunciate dell’amico Martin Luther King - I have a dream - assassinato il 4 aprile di quello stesso anno. Ma nella tensione catartica a destrutturare e ricostruire la simbologia del ben-essere, il richiamo più forte è a Ralph Waldo Emerson, scrittore e filosofo di fine Ottocento, autore di The american scholar, testo definito «la dichiarazione di indipendenza intellettuale americana» (dal Vecchio Continente). All’epoca in cui Bob Kennedy tenne il suo discorso, il Pil americano viaggiava sugli 800 miliardi di dollari. Oggi vale venti volte tanto. Ma la "ricchezza" negli Stati Uniti - e nel resto del mondo, con l’eccezione del Buthan - è ancora calcolata come «valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo Paese in intervallo di tempo», in cui i prezzi sono l’unità di misura. Il Pil, appunto. Quasi sempre, è dimostrabile, un incremento di Pil pro capite si associa a un’aspettativa di vita più lunga, a un tasso di alfabetizzazione più alto e, quindi, a un maggior benessere. Ma come ai tempi di Kennedy c’è qualcosa che resta fuori. D’altra parte fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, a sostenere nel 1934 davanti al Congresso Usa che «il benessere di un Paese non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale». E dopo Kennedy non sono mancati i tentativi di cambiare paradigma. Nel 1973 William Nordhaus e il Nobel James Tobin si chiedevano, nel celebre articolo Is growth obsolete?, se il Pil non fosse ormai datato. Domanda riformulata ai giorni nostri dalla commissione francese composta da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi o dal Genuine Progress Indicator.Anche Barack Obama, nella prima campagna elettorale, ha tentato di suonare le note di <+corsivo>The american Scholar<+tondo>, citando a più riprese Bob Kennedy negli affondi sui valori economici. Non ha mai ripreso, però, il famoso discorso sul Pil. Eppure, Obama aveva l’ambizione di rifondare l’economia dopo la crisi più grave dalla Grande depressione degli anni Trenta. Ma il proposito si è infranto contro gli scogli di Wall Street. Perché a mutare negli ultimi vent’anni è stato lo stesso Pil: questa è l’epoca dello spread. Il valore degli attivi finanziari globali è aumentato di 9 volte dal 1980 al 2007, passando da 27 a 241 trilioni di dollari. Arco temporale in cui il Pil del mondo, sempre in termini reali, è appena raddoppiato da 27 a 54 trilioni. La ricchezza finanziaria, oggi, conta più dell’economia reale. L’accelerazione digitale delle transazioni e il processo cannibalico di finanziarizzazione hanno trasformato il sottostante che l’indicatore vorrebbe misurare. La differenza fra l’attuale crisi e quella del 1929 è lampante: Roosevelt aveva davanti a sé la "sfida keynesiana", quella cioè di rimettere in forze e far ripartire l’industria, principale fonte di occupazione. Bob Kennedy navigava nel medesimo mare. E sognava: «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni». Oggi sono invece i mercati finanziari i principali responsabili della tendenza inguaribile del capitalismo a produrre e riprodurre la propria instabilità e vulnerabilità, assicurando pochi posti di lavoro. Certo, come ricorda lo storico britannico Niall Ferguson, le banche e i mercati obbligazionari hanno fornito la base materiale dello splendore del rinascimento italiano, la finanza aziendale è stata il fondamento indispensabile degli imperi olandese e britannico, così come il trionfo degli Stati Uniti nel Novecento è inseparabile dai progressi nel campo delle assicurazioni dei mutui casa (anche i subprime!) e del credito al consumo. Ma «sarà forse proprio una crisi finanziaria a dare l’annuncio del crepuscolo del primato globale americano». E a seppellire definitivamente l’I have a dream di Bob Kennedy.