Agorà

Musica. Il futuro del jazz si chiama Kamasi Washington

Andrea Pedrinelli domenica 25 febbraio 2018

Dove sta andando il jazz, superato il primo secolo di vita? Alla domanda sembra rispondere oggi soprattutto Kamasi Washington, sassofonista e compositore di Los Angeles classe ’81 che col triplo The epic, 172 minuti di musica che hanno sconvolto la critica e centrato le classifiche, in fondo traccia la strada al futuro del genere.

Washington (con cui oggi, nel giorno del 101° compleanno, si conclude il viaggio nel “centenario del jazz” compiuto da Avvenire) parte da musica classica, storia del jazz e persino hip hop, anziché puntare a sperimentazioni più o meno virtuosistiche o mirare alla popolarità di massa avvicinando i jazzisti all’estetica dei rocker come aveva dovuto fare Miles Davis: ma non sembri strano che Washington rinnovi il jazz venendo da studi di Hindemith o citando Debussy, o che abbia appreso come comunicare coi rapper Snoop Dogg e Kendrick Lamar. Ancor meno poi ci si meravigli che indichi nuove vie con un jazz spirituale alla Coltrane, per intenti etici, e capace nel sublime The epic di rimandare a tutta la storia della black music: il jazz in toto, Duke Ellington, Louis Armstrong, Ornette Coleman, Weather Report, lo stesso Miles, big band, fusion, sperimentazione; e poi pure funk, soul, gospel, Motowon, Stax, Prince, hip hop, elettronica. Senza dimenticare afflati spiritual e citazioni di Malcolm X.

Anche nel recente Ep Harmony of difference, anticipatore di un nuovo disco atteso a pietra miliare del jazz del 2000 (è previsto entro pochi mesi), Washington ispirandosi esplicitamente a Ellington ha realizzato una suite sul contrappunto che riattraversa Wayne Shorter, bebop, r’n’b e bossajazz.

La critica ha subito indicato in Kamasi il futuro del jazz, in un periodo nel quale vendono più i capolavori del passato che non le avanguardie (per pochi) di oggi: c’è chi ha scritto di «idra della musica che con rispetto e cultura dona al jazz un domani di speranza», chi ha sottolineato come con lui «il jazz torna capace di incidere sulla realtà e arrivare ai giovanissimi». E quando Kamasi spiega i suoi intenti, pare davvero di essere davanti a un padre della patria come Ellington, Miles e pochi altri; ed era dal free di Coleman o dall’impegno contro la segregazione di Max Roach che non si assisteva a un rinnovamento jazz tanto squassante eppure rispettoso.

«Il jazz deve lanciare messaggi, far pensare, esprimere chi siamo per entrare in connessione con gli altri: per questo rifuggo il jazz dell’industria che vuole prodotti uguali. Il futuro? È mettersi in gioco, rinnovarsi senza ripetersi né sottovalutare altri stili: dal rap ho imparato cose utili. Jazz è musica contemporanea, che dobbiamo scrivere guardando a chi come Stravinskij ha dato lezioni importanti. Del resto a lui guardava già Parker, Prokof'ev ammirava Ellington: tornando a questi capisaldi rielaborandoli torneremo alla gente»

Negli Usa oggi molti musicisti vorrebbero si cassasse la parola jazz in favore di “Bam”, "black american music", sottolineando la necessità di un ritorno alle basi per riportare il jazz al pubblico e in fondo a se stesso, sganciandolo dai limiti ormai impostigli dal mainstream. Ma forse potrà bastare l’esempio di questo 37enne, in concerto a Milano il 16 maggio, perché il jazz all’inizio del suo secondo secolo di vita torni musica vera, con la stessa energia dell’anno 1917.

Kamasi Washington in concerto a Londra (Alan D West/PA Wire)