Agorà

Calcio. Il lato umano dell'altra Juve

Furio Zara martedì 27 novembre 2018

I ragazzi della Juventus Under 23 agli ultimi posti del girone A della serie C

C’è una squadra che vince, domina, impera e non divide nulla, solo briciole per gli altri. E c’è una squadra che perde, inciampa, balbetta e ora si trova inguaiata e meno male che - da regolamento - non può retrocedere. Fermi tutti: è la stessa squadra. Le due facce della Juventus. Quella che ha il ghigno dei vincitori e sta volando verso lo scudetto, l’ottava meraviglia da quando la serie A si è consegnata in ostaggio al potere bianconero. E l’altra, la Juventus in do minore, quella dell’Under 23 che annaspa in serie C, ha preso uno schiaffo dalla Pro Vercelli, ristagna al terzultimo posto e ha messo in discussione il suo tecnico, Mauro Zironelli. Vincere è l’unica cosa che (non) conta, per questa Juventus “sgarruppata”, che infatti ha perso otto partite su tredici e ha scoperto la banalità della mediocrità.

Se la prima Juventus - quella di Allegri - raccoglie consensi, invidia e veleni in egual misura; questa Juventus composta da ragazzi calamita invece compassione, tenerezza, forse pure umana pietà, sentimento in disuso anche nei territori sportivi che frequentiamo. La Signora, la Signorina. Fantozzi direbbe: com’è umana lei, Signorina Juventus. L’Under 23 nasce da una precisa volontà della Figc. Doveva essere una rivoluzione, una nuova ripartenza. Doveva segnare - l’introduzione delle seconde squadre - una svolta epocale. Parola magica usata come sempre a casaccio: vivai. Ricostruire i vivai, farli tornare il serbatoio - com’era una volta - della nostra nazionale. Alla Figc, quando in estate il progetto venne approvato, salutarono la novità con un comunicato che tra qualche anno - ma anche meno - rischia di venir letto tra le risate. E dunque: «L’obiettivo delle seconde squadre sarà quello di valorizzare i giovani calciatori selezionabili per le Nazionali giovanili e contribuire alla crescita complessiva del nostro movimento calcistico». Bello, come no. Tutti in fila - i club di serie A - con il numerino in mano, come al panificio. Peccato che sia stata una mezza farsa. Milan e Inter, ma anche Bologna e Fiorentina, Napoli e Cagliari e via via tutte le altre; fecero la più clamorosa delle inversioni ad U: niente seconde squadre, sarà per la prossima volta. Un solo club aderì al progetto. La Juventus, appunto. Partenza in pompa magna, grandi aspettative. Ma la realtà parla spesso una lingua che non vogliamo sentire. La Juventus Under 23 - composta da giovani promesse ancora tutte da formare - si è trovata a fare i conti con avversarie tignose, abituate ai gironi infernali delle nostre serie minori; parliamo di squadre come Carrarese e Novara, Pro Patria e Gozzano, Pisa e Arezzo. Pozzebon e Cristiano Ronaldo vestono la stessa maglia, ma non è la stessa cosa.

La Juventus quella dei campioni - si muove in un contesto familiare e di settimana in settimana alimenta la frustrazione degli avversari. lo fa nell’unico modo che conosce: vincendo. E vincendo ancora. In serie A la squadra di Allegri viaggia a ritmi mai visti, ha vinto 12 partite, una l’ha pareggiata, non conosce ancora l’onta - ma anche il dolce sapore lenitivo - della sconfitta. È superiore a tutto e a tutti, ha marcato una distanza che ad ogni giornata diventa meno colmabile. L’altra Juventus - quella dei ragazzi - diventa invece - per gli onesti mestieranti del Pontedera e/o del Cuneo - la bambolina vodoo da infilzare, non tanto e non solo per quello che è ma per quello che rappresenta. Battere la Juventus è una medaglia al valore, una foto che resterà nell’album del club, un buon motivo per entrare negli articoli più “googlati” del giorno. È tutto il progetto ad essere andato in tilt. Infatti - l’abbiamo detto prima - la Juventus Under 23 che milita in serie C, a fronte di un piazzamento da retrocessione, non rischia di scivolare in serie D, tra i dilettanti, ma andrebbe incontro all’esclusione perché - nel caso in cui i bianconeri non riuscissero a salvarsi - verrebbe annullato il diritto di iscrizione al campionato per la prossima stagione. E così lo slogan con cui Boniperti marchiava la juventinità - «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» diventa il boomerang che va a sbattere sulla testa di questi ragazzi che avrebbero invece bisogno di tempo per crescere, sbagliare, ripartire. Ma la Juventus - per dna e filosofia di vita - certi lussi non se li può permettere. E il mantra ripetuto per decenni da chi indossava quella maglia ora rischia di diventare una filastrocca mal recitata e poco credibile.

La Juventus è una, tutti gli altri son nessuno. Ma anche no. La Juventus è più di una. Lo dimostra il fatto che anche in campo femminile lo scudetto non arriva per inerzia. L’anno scorso la squadra di Sara Gama e Barbara Bonansea trionfò sulle ali dell’entusiasmo, facendo maturare (negli altri) una sorta di rassegnazione. Della serie: eccoci, qui comincia la dittatura. Le premesse c’erano tutte. La squadra femminile aveva arruolato le migliori calciatrici in circolazione, virando verso il professionismo sia per strutture che per gratificazioni economiche. Piace a tutti vincere facile. Ma non funziona sempre così. Quest’anno la Juventus Femminile è seconda in classifica, dietro al Milan allenato da Carolina Morace. È una Juventus che non conosciamo, una Juve col fiato corto, costretta ad inseguire dopo essere uscita scornata dallo scontro diretto di inizio novembre contro le “diavolesse” del Milan. Under 23 e Juventus Femminile unite dallo stesso destino cinico e baro, che le vuole più perdenti e quindi più umane. E per Zironelli - zavorrato da cinque sconfitte consecutive - si parla ora di ultima spiaggia, con un bivio già fissato: vincere domenica a Pistoia per salvare la pelle, la faccia e la storia di famiglia. Eppure: sapere di una Juventus che perde in fondo consola chi pensa che il calcio sia il più democratico degli sport. Vincere è l’unica cosa che conta? No, perdere è l’unica cosa che (nella vita) si sconta.