Agorà

La storia. Junior Cup, un altro calcio è possibile

Vincenzo R. Spagnolo mercoledì 26 aprile 2023

Un piccolo attaccante della Asd Di Roberto evita il tackle di un difensore dell'Audace Galluzzo

Il sole picchia forte mentre Vito, ala arancio-nero della pugliese Dimateam, dribbla sulla fascia. Tenta un lancio verso il centravanti Peppe e il 13 biancazzurro dell’Entella sfiora la palla prima che vada fuori. Un tocco impercettibile, che nessuno nota. Ma è lo stesso difensore ligure ad alzare il braccio: «L’ho sfiorata io». Così, la rimessa cambia di mano e Vito ringrazia, pronto a battere il fallo laterale. Prima però, il suo allenatore Giuseppe gli consegna un cartellino verde da dare all’avversario, che si è dimostrato corretto e sportivo. Poco dopo, su un ribaltamento di fronte, è il portiere della Dimateam Domenico a fermare in tuffo, una dopo l’altra, due conclusioni ravvicinate di un mediano ricciolino dell’Entella che corre come il vento. E riceve dal mister avversario un cartellino blu, che premia il suo gesto tecnico. Al triplice fischio dell’arbitro, la somma dei gol dice che l’Entella è stata nettamente superiore. « Ma ciò che conta ai fini del torneo è il numero di cartellini verdi e blu assegnati a ogni squadra. Reti e risultati li annotiamo, ma non fanno classifica», spiega Luca Milocco, dell’Associazione italiana calciatori.

Courtesy of Aic


Il torneo dell'Aic, nel segno del fair play

Siamo a Firenze, ai piedi delle colline di Fiesole. Si gioca sull’erba verdissima dei campi del centro federale di Coverciano, tempio del calcio azzurro, affollato lo scorso fine settimana da 380 bambini e bambine, accompagnati da 700 adulti fra allenatori e genitori. Insieme hanno dato vita alla seconda edizione della Junior Cup, organizzata dall’Aic per le categorie Primi calci e Pulcini. Per due giorni, in un turbinio di maglie colorate, 16 società giunte da tutta Italia, da Bolzano a Cosenza, hanno schierato sul mitico campo Enzo Bearzot e sugli altri del centro Figc una quarantina di squadre di baby-calciatori fra 9 e 11 anni, che si sono sfidate in match serrati, all’insegna della tecnica, del fair play e dei valori dello sport: sacrificio, lealtà, tenacia, coraggio, altruismo, umiltà. Già perché questo è un torneo davvero speciale, in cui il paradigma del calcio dei grandi - in cui spesso ci si insulta e conta solo vincere, talvolta sbeffeggiando lo sconfitto - viene ribaltato. Non a chiacchiere, con la logora retorica dei discorsi ufficiali, ma proprio sul campo, dove ci si intende con lo sguardo, a dispetto della mescola di dialetti e idiomi diversi. Come quando ai piccoli calabresi della Xerox Pianello, giunti in Toscana con la panchina corta, mancano i rincalzi e gli avversari altoatesini fanno un beau geste: «Alcuni nostri ragazzi hanno volontariamente dato una mano – racconta Rupert Ausserer, responsabile delle giovanili della bolzanese Ssv Leifers -, indossando i loro colori e giocando contro i propri compagni. In segno di ringraziamento, il mister avversario ha regalato loro le magliette della sua squadra».

I "pulcini" della Dimateam in attesa di entrare in campo - Vincenzo R. Spagnolo

Il "sogno" di Totò: da noi, tutti i bimbi sono uguali

Dagli spalti, non arrivano fischi, sfottò o ululati. I genitori-tifosi esultano per le reti, ma in un clima di festa e condivisione, in cui il cinismo del calcio professionistico adulto viene surclassato dalla sportività del calcio bambino. «Mi sto divertendo, sto giocando e facendo amicizia con altri giocatori», dice David. È uno dei più piccoli del torneo, ma punta con garra e inventiva difensori di due anni più grandi. Viene da Roma ed è aggregato ai pulcini della Dimateam di Totò Dimatera, che dopo anni da mezzala girovaga fra Pistoiese, Viterbese e Casertana, è tornato a Santeramo in Colle, per fondare una scuola calcio dallo stile differente: «Quando abbiamo aperto, siamo partiti dal sogno di dare a bambini e bambine, a prescindere dalle loro possibilità economiche e sociali, un’opportunità di divertirsi, socializzare e giocare. Ricordo ancora con fastidio, quando io ero nelle giovanili, certe preferenze per i figli di “qualcuno”, rispetto a quelli di “nessuno”. Da noi, tutti sono uguali. E chi sarà più bravo sul campo, ne raccoglierà i frutti». In squadra c’è sua figlia Aura, coda di cavallo sul numero 10. Entra a turno, come tutti gli altri, perché la rosa è ampia: «Il calcio mi piace - sorride sbarazzina - perché mi sento libera di esprimermi insieme ai compagni di squadra».



Le due squadre di pulcini dell'Entella e della Dimateam, insieme ai loro allenatori, dopo il match - Vincenzo R. Spagnolo



Con Perrotta nella "casa" della nazionale

Fra una partita e l’altra, nel centro si può visitare il Museo della Nazionale, dove con gli occhi sognanti i piccoli passano accanto alle maglie azzurre entrate nella storia, osservano ammirati la coppe mondiali ed europee e compongono la loro formazione all time, scegliendo fra Zoff e Donnarumma, Tardelli e Barella, Pablito Rossi e Bobo Vieri. Tutti hanno un campione preferito: Messi, Cr7, Mbappé, Osimhen, Chiesa, Immobile... E, a vederli giocare, alcuni bambini sfoggiano già doti che potrebbero portarli, fra una decina d’anni, in serie A. Ma la logica da campionificio qui non è di casa: se le statistiche dicono che solo uno su quarantamila ci arriverà, su questi campi si pensa anche agli altri 39.999, cercando di favorire «la crescita sportiva e umana del bambino, in linea con le indicazioni del settore giovanile scolastico della Figc», considera Fabio Poli, direttore organizzativo dell’Aic. E così, in un faccia a faccia fra ex giocatori e genitori, quando una mamma domanda a Simone Perrotta, campione del mondo 2006 e responsabile del Dipartimento Junior dell’associazione, come può consolare il suo bimbo quando perde, la risposta è senza fronzoli: «Le sconfitte servono. Nella mia carriera sportiva ne ho avute tante, accanto alle vittorie, e mi hanno fatto crescere come persona».

Una giovanissima "portiera" - Courtesy of Aic

Cartellini verdi e blu
Sull’erba, intanto, le partite vanno avanti. Di cartellini gialli e rossi, manco l’ombra. I blu e i verdi invece, fra gol da antologia e gesti di sportività, fioccano. Alla fine, ne accumula di più l’Esperia football club di Cassano delle Murge, che alza il trofeo col simbolo di una tartaruga verde fra gli applausi. Ma ci sono medaglie, diplomi e battimano per tutti i bambini. Perché, si legge su uno striscione sventolato dai genitori veneti del Castel d’Azzano, «chi gioca vince». E se un altro calcio, più fedele allo spirito autentico del football, è davvero possibile, forse può ripartire da qui.



Courtesy of Aic