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Musica. Joe Barbieri: «Il mio jazz per Billie Holiday»

Andrea Pedrinelli martedì 21 maggio 2019

Il chitarrista napoletano Joe Barbieri. È appena uscito il suo album-tributo a Billie Holiday, “Dear Billie” - Angelo Orefice

Sessant’anni orsono a New York si spegneva appena 44enne Billie Holiday, cantante immensa quanto sfortunata, segnata tragicamente dalla vita in più modi e perciò divenuta presto alfiere della triste categoria di artisti definibili «maledetti». E fa un po’ specie, dunque, che oggi a omaggiarla sia un album elegantissimo, raffinato, in punta di piedi firmato da quel Joe Barbieri che un bel giorno chissà il nostro Paese si deciderà, a riconoscere fra i pochissimi artisti tra i quaranta e i cinquant’anni davvero degni di attenzione: per qualità, profondità e intelligenza di scelte, scrittura e repertorio. Frattanto Barbieri, che comunque spopola tra Germania e Giappone, l’Olympia di Parigi e i palchi di Rio de Janeiro, prosegue imperterrito la propria fiera e garbata strada. Una strada che con Dear Billie, cara Billie, lo riporta sulle vie del jazz dopo un analogo omaggio a Chet Baker del 2013: qui affiancato dalla classe di Gabriele Mirabassi (clarinetto), Luca Bulgarelli (contrabbasso) e Pietro Lussu (pianoforte) il napoletano classe ’73 rilegge pagine strepitose del catalogo di Lady Day, mostrandosi interprete vocale notevole in I’m a fool to want you, capace di miscelare spleen d’eco Usa a sprazzi di saudade nella propria, inedita lettera aperta Dear Billie, protagonista pudico di un’elegia swing quasi senza canto in What a little moonlight can do. Ma il top del suo eccellente lavoro, ora in tour sempre in veste jazz, pare Don’t explain. Lì la chitarra di Barbieri s’addentra magistralmente in un’allure emozionale dolente e nuda in cui Billie davvero sembra rivivere, nell’inattesa, delicata, intensa voce di questo outsider napoletano la cui cifra personale e artistica è una faccenda oggi tanto fuori moda quanto forse necessaria: la gentilezza.

«Ascoltare Billie Holiday mi faceva sentire compreso, curato, perdonato»: nelle note stampa lei presenta il disco così. Che cosa voleva dire con queste parole?

L’ho ascoltata per la prima volta a dodici, tredici anni, e da subito ho avvertito corrispondenza fra noi. Non saprei definirla bene, visto che per fortuna io non ho avuto una vicenda esistenziale tragica: però ho condiviso da subito la dolenza del vivere che lei cantando trasmetteva, e soprattutto ascoltandola non mi sentivo solo. Billie Holiday per me non è stata solo insegnamento tecnico, ma anche un accesso al sentire la vita e a come trasferirla in musica.

Sta in questo vissuto la necessità di omaggiarla?

Sì. Con Chet Baker, è stata il cardine da me usato per apprendere e comprendere la musica. Loro, più Pino Daniele (che scoprì e lanciò Barbieri nel 2004, ndr). Avevo con Billie un debito morale che onoravo solo in privato cantandone i brani a mia moglie e far- le ora omaggio pubblico è stato per gratitudine, senza calcoli né pensieri filologici: libero.

Infatti gli otto brani che ha scelto non sono i più noti dell’artista, da Strange fruit in giù…

Non sono quelli politici, certo. Ma perché per me gentilezza ed eleganza sono valori più politici, e anche più rivoluzionari, di tanti altri.

Ma come fa un uomo a cantare una donna? Non si perde qualcosa, dell’eredità che si vuole trasmettere?

Non so come ho fatto, in realtà… Però ho sempre pensato la “mia” Billie Holiday come una figura fragile, di purezza assoluta, capace di restare sempre giovane e vincente pur avendo subito sgarbi tremendi e combattuto battaglie pesanti. E questa Billie Holiday, ho cantato nel mio omaggio. Non saprei neanche dirle se ci sono state difficoltà tecniche nell’affrontarne le linee di canto: perché il mio approccio è stato istintuale. Questo disco è una carezza: è dirle grazie per quanto mi ha dato».

Con la sua chitarra che appare solo in pochi brani: Don’t explain e i due pezzi suoi, Dear Billie e la ripresa di Facendo i conti del 2015 in cui già la cantava, nel disco Cosmonauta da appartamento.

Volevo concentrarmi sul suono della voce, dato che lei vi costruì la propria strada. Certo ha significato mettermi ancora più a nudo, anche se con jazzisti così al fianco non potevo temere molto.

Che eredità lascia, 60 anni dopo, Billie Holiday?

È uno dei pochissimi artisti capaci di fare da ponte fra il jazz e il resto della musica: come Chet, sa tenere accesa la luce verso una musica “altra”.

La critica americana, nel bel cofanetto su Lady in satin, sosteneva pure che sapesse conquistare anche quando per le sue vicissitudini cantava male: che abbia dunque dimostrato che la musica è verità e non mero sfoggio di tecnica…

È vero. Lo diciamo anche a Napoli, che conta più “’nu soldo ’e core che ’na lira ’e voce”!. Anche nelle sue imperfezioni c’era autenticità, e direi anche fiducia nel mondo. Insisto a vedere questa cosa, la sua grazia nel perfetto come nell’imperfetto.

Ma ci sono oggi in giro icone come lei o Chet Baker?

Penso di sì. A volte noi siamo nostalgici, e certo ci vuole tempo per capire chi rimane. Ma il futuro darà il giusto peso ai grandi che ci sono pure oggi.

Come si sente Joe Barbieri eterno outsider, noto nel mondo, ottimo artista ma fuori da ogni giro italico?

Ci ho fatto pace, sa? Mai al Club Tenco, mai in altri appuntamenti nostri che certificano la bontà di un lavoro artistico… Però ho avuto il privilegio di battere strade nuove: ora tutti si producono da soli, io lo faccio da vent’anni. E così ho creato un nucleo solido di fan-amici con cui mi confronto sempre.

Appoggia ancora alla musica iniziative solidali, come l’aiuto all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che aveva legato al suo cd del 2015?

Sono sempre molto propenso a queste cose, sì. Con le Nazioni Unite periodicamente riprendiamo i contatti, sono disponibile per iniziative simili e da più di dieci anni sostengo Genitin, piccola Onlus che aiuta i bambini nati prematuri e le loro famiglie. L’anno sabbatico che ho scelto di fare nel 2016 mi ha permesso di dare alle cose della vita priorità e proporzioni adeguate. Mi sono pure sposato…

E ora va in tour, da Salerno a Washington: sul palco quanto jazz ci sarà, e quanto Joe Barbieri?

Il concerto è come il disco per Billie ma amplificato, con più improvvisazione. E di Joe spero ce ne sia tanto: è bello liberarmi dalle convenzioni più del solito. Anzi, è pure performante.