Agorà

INTERVISTA. Italia, sprecona «scientifica»

Roberto I. Zanini giovedì 7 aprile 2011
Enrico Mattei, che col «cane a sei zampe» in pochi anni conquista il mondo; Adriano Olivetti, capace di portare l’Italia ai vertici dell’industria elettronica costruendo con 16 anni di anticipo il primo computer da tavolo. Edoardo Amaldi e Felice Ippolito, che ridanno alla fisica italiana il primato nel nucleare. Domenico Marotta, che fa dell’Istituto superiore di sanità un centro d’attrazione per i migliori chimici e biologi del mondo. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia giocava un ruolo di primo piano in quelli che sarebbero stati i settori trainanti dello sviluppo mondiale. Un enorme vantaggio scientifico, che però viene disperso in poco tempo, a causa di miopi scontri politici, di strategie internazionali fagocitanti, di feroci campagne mediatiche. A Marco Pivato, giornalista scientifico, va il merito di aver raccolto queste vicende in un libro (Il miracolo scippato, Donzelli, pp. 198, euro 18), «col preciso intento di mettere in guardia dal rischio che si corre non considerando la ricerca scientifica un bene pubblico da valorizzare, perché quanto più ne restiamo fuori tanto più si rimane esclusi dallo sviluppo internazionale». Leggere queste storie in sequenza, constatando che nascono e muoiono in uno strettissimo arco di tempo, fa una certa impressione. Tutto comincia il 2 maggio 1945, quando Wernher von Braun emigra armi e bagagli negli Stati Uniti. È l’uomo che ha consentito alla Germania di caricare 800 chili di esplosivo su un missile, la V2, scagliandoli a velocità impensabile per l’epoca su obiettivi britannici a centinaia di chilometri di distanza. Finisce l’epoca della scienza pionieristica e inizia quella della ricerca su scala industriale, che fa lavorare insieme i migliori cervelli garantendo loro alti investimenti: da von Braun nasce quel progetto Apollo capace di concentrare quantità di risorse fin allora mai viste, che si traducono in guadagni commerciali con ritorni più che triplicati dell’investimento iniziale. È la prova pratica di quanto teorizzato a inizio secolo dall’economista austriaco Joseph Schumpeter, che pone in stretta relazione la capacità di ricerca scientifica con la creazione di ricchezza. Ma anche il frutto di una illuminata relazione del matematico Vannevar Bush, consigliere scientifico della Casa Bianca, che nel 1945 spiega al presidente Truman la necessità che lo Stato divenga committente della ricerca. Bush porta come esempio la produttività del «Progetto Manhattan» per l’energia atomica, alla cui guida c’è Robert Oppenheimer col fondamentale apporto di Enrico Fermi. Ed ecco che entra in ballo l’Italia, con la lunga teoria delle occasioni mancate nel XX secolo, dovute a circostanze storiche, ma soprattutto a una fallace concezione della ricerca scientifica, della quale adesso si continuano a perpetuare gli errori. Dopo aver buttato il vantaggio tecnologico ottenuto negli anni Venti nella scienza aeronautica, l’Italia aveva già pagato a caro prezzo le leggi razziali anche in campo scientifico. Enrico Fermi è infatti costretto a fuggire nel ’38: dopo aver ritirato il Nobel emigra negli Usa. Così negli anni Cinquanta Amaldi è costretto a lavorare duramente per il rilancio della fisica nucleare di casa nostra e trova una valida sponda in Felice Ippolito. Grazie a loro l’Italia promuove la fondazione del Cern di Ginevra e nasce il Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen). Nel ’62 con la nazionalizzazione dell’energia elettrica prende vita l’Enel e il Cnen sviluppa tutte le sue potenzialità. In due anni nascono tre centrali nucleari a Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese. L’Italia diventa il terzo Paese occidentale per produzione di elettricità dal nucleare: il primo è la Gran Bretagna, noi seguiamo di poco gli Usa. I due enti, però, invece di collaborare si contrastano, sobillati da opposte fazioni politiche. L’ambizioso progetto di sviluppo salta quando Ippolito finisce in carcere in seguito a un’inchiesta su banali illeciti amministrativi, nata da una nota dell’agenzia di stampa del Psdi di Saragat. Un mese dopo, sempre nel ’64, la stessa sorte capita a Domenico Marotta, chimico e direttore dell’Iss, presso il quale nel ’48 aveva creato il «Centro internazionale di chimica e biologia», facendo dell’Italia un Paese leader nella produzione di antibiotici, tanto da suscitare l’attenzione di famosi scienziati: cervelli in arrivo invece che in fuga. Viene a studiare in Italia il Nobel Ernst Boris Chain. Per gli studi compiuti nei laboratori dell’Iss, lo svizzero Daniel Bovet riceve il Nobel per la medicina nel ’57. Marotta finisce nella stessa faida politica che ha cancellato Ippolito. La campagna di stampa contro di lui la monta L’Unità, in una sorta di rivalsa ideologica comunista. In appello è assolto (Ippolito viene graziato da Saragat quando diventa capo dello Stato), ma il suo progetto è irrimediabilmente depotenziato. Così come il misterioso incidente all’aereo di Enrico Mattei, il 27 ottobre 1962, aveva tagliato le gambe all’idea di fare dell’Agip una grande e autonoma potenza del petrolio. «Anche Mattei – sottolinea Pivato – ragionava da tecnico e da imprenditore e si opponeva al collo di bottiglia nel quale la politica costringeva l’industria. Non tollerava le regole imposte dalle Sette Sorelle e dalla Guerra Fredda. Aveva collezionato successi portando all’esasperazione una politica di commerci e relazioni internazionali contraria a quelle disposizioni». Il fatto che sui rottami del suo aereo, caduto nel pieno della crisi di Cuba, siano state trovate tracce di esplosivo, se non è una prova certa è quanto meno un chiaro indizio. «In ogni caso, se l’Italia diventa qualche anno dopo il sesto Paese industrializzato il merito è in gran parte di Mattei». E la Olivetti? Alla stregua dei casi precedenti. Con gli americani che non possono permettere che un settore strategico come l’elettronica si sviluppi in un Paese col più forte partito comunista d’Occidente. Fatto sta che nel ’60 muore improvvisamente Adriano Olivetti, che ha imposto il suo marchio in 117 Paesi e – primo caso in Italia – per aprirsi il mercato degli Usa ha acquistato il 30% dello storica azienda Underwood. L’anno dopo muore in un incidente Mario Tchou, capo della Divisione elettronica. Qualche tempo prima aveva pubblicamente criticato il governo italiano: «La Olivetti è allo stesso livello qualitativo dei concorrenti, ma gli altri hanno un futuro sicuro essendo aiutati dallo Stato». Orfana dei suoi leader l’azienda entra nell’orbita di un gruppo d’intervento formato da Fiat, Pirelli, Imi e Mediobanca che con la scusa del risanamento finiscono col cedere il settore elettronico (definito dal presidente di Fiat, Valletta, «un neo da estirpare») alla General Electric. Nel ’65, ricorda Pivato, l’ultimo colpo di coda: «Alla Fiera dell’Innovazione di New York l’azienda presenta un piccolo calcolatore chiamato P101. I giornali americani parlano del primo computer da tavolo. Sedici anni prima di Ibm e Apple».