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SCEINZE. ​Invenzioni, 150 anni di ingegno Made in Italy

Elena Molinari lunedì 17 ottobre 2011

​«La storia dei brevetti nel nostro paese è complessa, e vanta nobili origini. Il 19 marzo 1474, nella Repubblica di Venezia, venne proposto lo Statuto dei brevetti, appoggiato da queste parole: “Abbiamo fra noi uomini di grande ingegno, atti ad inventare e scoprire dispositivi ingegnosi: ed è in vista della grandezza e della virtù della nostra città che cercheremo di far arrivare qui sempre più uomini di tale specie ogni giorno”. Lo statuto fu approvato con 116 voti favorevoli, 10 contrari e 3 astenuti.Per avere una più stabile regolamentazione dei brevetti bisogna però attendere la istituzione delle grandi accademie “reali” delle scienze, in Inghilterra la Royal Society (1662) e a Parigi l’Académie Royale des Sciences (1666) dove la vigilanza sull’innovazione tecnologica e sulle “invenzioni” divenne finalmente un “affare pubblico” e l’approvazione delle “machines et inventions” fu gestita da apposite commissioni di scienziati. Anche l’Accademia delle Scienze di Torino nata un secolo più tardi, fu attenta sin dalle sue origini a procurare qualche reale vantaggio alla “Comune Società”, nominando apposite commissioni di valutazione delle invenzioni ma solo dopo la parentesi del “periodo francese” nel 1815 si iniziò nuovamente e con maggiore sistematicità ad analizzare le invenzioni e a valutarne l’importanza strategica “per lo sviluppo delle arti e delle industrie”. Ma i tempi correvano. La rivoluzione industriale, e con essa uno sviluppo importante delle nuove tecnologie, arrivò anche in Italia. Nel 1855 Camillo Benso conte di Cavour, vista l’evoluzione della realtà economica e industriale del paese, e soprattutto capita la reale difficoltà di entrare nel merito di una valutazione effettiva della singola invenzione, promulgò una nuova legge sulle privative industriali. Intanto le industrie si moltiplicavano, le esposizioni dei nuovi “prodotti” si facevano sempre più internazionali, e la competizione nata intorno all’innovazione sempre più dura.

Brevettare in Italia, insomma, era necessario, ma con l’allargamento dei mercati si sentì sempre più l’esigenza di brevettare anche all’estero: in Francia, in Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti d’America. Visti i costi maggiori, i brevetti all’estero diventano così frutto di una scelta che premia, per molti versi la loro qualità e così la scelta di analizzare le presenze di italiani in questo deposito di oltre sette milioni di “patent” può diventare al tempo stesso una sfida ma anche un nuovo modo di fare storia.

Il primo United States Patent Act, datato 1790, è un documento costituito da solo sette paragrafi (An Act to Promote the Progress of Useful Arts), in virtù del quale il <+NA_TesOFCors>Secretary of state, il secretary of war e l’attorney general erano investiti dell’autorità di concedere grant patents> per un periodo sino a 14 anni per le invenzioni che risultassero “sufficiently useful and important”, posto che l’inventore presentasse un documento descrittivo del trovato al secretary of state. Il 31 luglio 1790 Samuel Hopkins depositò il primo “patent” per un processo di produzione della potassa, allora usata come fertilizzante. Il brevetto fu firmato dal presidente George Washington. Nel 1793 il primo “Act” fu rinnovato da Thomas Jefferson, allora secretary of state, e questo “Act” definì la materia in maniera così precisa che i suoi principi sono attuali ancora oggi. I “patent” potevano però essere rilasciati solo ai cittadini degli Stati Uniti; solo nel 1800 si aggiunse un emendamento con cui si permetteva l’accesso al “patent office” anche agli stranieri che risiedessero negli Stati Uniti da almeno due anni, e solo nel 1832 con un nuovo “Act” si allargò la categoria dei richiedenti stranieri che dichiarassero l’intenzione di diventare “citizens of the United States”. Infine, nel 1836, un nuovo “Act” rimosse tutte le limitazioni alla nazionalità di appartenenza, mantenendo comunque un elemento discriminante: la tassa da depositare per la richiesta di brevetto era di 30 dollari per i cittadini statunitensi, di 500 dollari per i sudditi dell’impero britannico e di 300 dollari per tutti gli altri. Ma è necessario lasciare scorrere ancora alcuni anni per arrivare a quello che presumibilmente è il primo brevetto depositato in America da un italiano: il 7 ottobre del 1851 venne concesso il “patent n. 8417”, che inaugura la nostra raccolta.
L’inventore di una strana locomotiva mossa da alcuni cavalli che camminavano su una sorta di tapis roulant era tal Clemente Masserano, che compariva nel testo come “of Turin, France, a subject of the King of Sardinia”. Lingua ufficiale del Regno di Sardegna oltre all’italiano era anche il francese, parlato in Savoia.
 
Così incomincia una storia in cui macchine e strumenti si concretizzano nelle righe di una descrizione in cui il disegno è parte fondamentale ed è testimonianza di una cultura che giorno dopo giorno sempre più si identifica con la natura “politecnica” di una società industriale. Ma questi brevetti, documenti e fonti primarie per la storia degli Italiani, sono anche importanti indicatori dell’evoluzione sociale e culturale di una società che si affranca da un passato vetusto e faticosamente vuole guadagnarsi una nuova credibilità, sul piano produttivo e scientifico.
 
E proprio di questi “passaggi” i brevetti sono lo specchio e svelano come cambiano le regole del gioco. Fino alla fine dell’Ottocento nelle pratiche di richiesta di brevetto emergeva la figura dell’inventore, mentre l’impresa (o meglio avremmo detto, con le parole di allora, l’“intrapresa”) rimaneva per lo più dietro le quinte, anonima.
 
A partire dall’inizio del Novecento si assiste invece a un progressivo ribaltamento: gli inventori pian piano scompaiono nell’ombra di un sistema in cui il marchio di fabbrica, il brand, si propone con sempre maggior veemenza, e nella burocrazia della pratica brevettuale colui che inventa scompare dietro il direttore tecnico e l’amministratore delegato (come Vittorio Ghidella, indimenticata guida della Fiat degli anni Ottanta del Novecento). Nella filosofia industriale non si può (e non si vuole) più individuare l’artigiano inventore; esiste invece un team di tecnici progettisti dove il “direttore d’orchestra” è generalmente colui che “sa far fare le cose”.
I brevetti si susseguono affiancando a nomi illustri come Antonio Meucci, Guglielmo Marconi, Camillo Olivetti, Vincenzo Lancia, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Piergiorgio Perotto, Renzo Piano anche altri assolutamente sconosciuti ai più come Onofrio Abruzzo, Antonio Cesare Gatti, Caterina Pino, Francesco Sajno, Giuseppe Marzio e Tullio Gavagnin e tantissimi altri.
 
Quello che ne esce è un mosaico in cui non si può né si deve esaminare ogni singola tessera, ma se ne deve osservare l’insieme; dove sono gli accostamenti o i contrasti a delineare un mondo in cui la complessità regna sovrana. C’è il Pantelegrafo dell’abate Castelli, il progenitore del moderno fax, ma c’è anche l’Aerial Car di Onofrio Abruzzo oppure il Table Knife a lame multiple di Giovanni Garda. C’è la Vespa e la scatoletta delle mentine Tic-Tac, la lavatrice e l’ombrello ad apertura automatica, una boa salvagente e la Olivetti M1. Non mancano neppure i giocattoli.