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IL RICORDO. Mennea e l'arte della “Resistenza”

Massimiliano Castellani giovedì 21 marzo 2013
«Pietro Mennea era un inno alla sofferenza, alla tenacia, al sacrificio per arrivare alla vittoria». Sono le parole di Livio Berruti, oro nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960, l’antesignano di Mennea, che a soli 61 anni ci saluta e se ne va, per sempre. Un fine corsa precoce quello del campione olimpico di Mosca 1980. Per la generazione di chi è nato negli anni ’60, quelli che se la ricordano bene (in diretta tv) la finale dei 200 di una Mosca eterea e boicottata, Mennea era (e rimane) un mito. «Ma chi sei Mennea?», ci si chiedeva divertiti e ironici davanti al più veloce del gruppo. E le ragazze del muretto rispondevano all’amica "salterina": «Ma chi sei la Simeoni?». Erano loro i piccoli eroi esemplari dello sport italiano di quegli anni '80. Anni in cui Mennea alzava il dito sotto un cielo di un mondo diviso da un muro e dalla paura di un’atomica sempre pronta a riesplodere. E, invece, la vera bomba fu lui, la “Freccia del Sud”. Quel ragazzo dal volto scavato, dalla muscolatura nervosa e un fisico normalissimo (un “Tersite” del XXI secolo ), ma veloce come un treno partito da Barletta per fermarsi in cima al mondo. Con Mennea sognavamo di andare di corsa a prendere la luna e magari di farlo a tempo di record o, almeno, avvicinarci a quello stellare 19’’ e 72 centesimi che ha resistito per quasi 17 anni. L'ultimo atleta bianco che è riuscito a battere i potenti corridori di colore.Ecco il verbo che racchiude l’esistenza e l’impegno sportivo e civile di Pietro il grande: «Resistere». Ha resistito alla tentazione del doping, dei maneggi e delle pratiche assurde che troppo spesso hanno distrutto l’immagine dello sport, denunciandole puntualmente e con coraggio, anche dai banchi del Parlamento europeo, dove ha continuato a far correre le idee e i valori veri del «ragazzo arrivato dal profondo Sud». In un tempo in cui vivere e provare ad emergere al Meridione era ancora più difficile di adesso, Mennea ha mandato il suo messaggio di speranza che «con l’impegno e il sacrificio si raggiungono i traguardi». È uno slogan che gli abbiamo sentito ripetere, con convinzione, fino all’ultimo. L’ha gridato e scritto a caratteri d’oro in ogni libro che ha pubblicato. Saggi in cui invitava alla necessità di un ritorno a uno sport più umano, fatto di atleti puri e non di fenomeni da baraccone e ancor meno da creature progettate in laboratorio. Ma soprattutto invitava i Governi e la politica a non arricchirsi o a indebitarsi inseguendo il miraggio olimpico: «Perché - ci ricordava alla vigilia di Londra 2012 - ogni Paese che ha organizzato i Giochi, dopo è subito sprofondato in una paurosa crisi economica. Vedi la Grecia...». Idee chiare, rapide come il suo passo di uomo che dentro ad ogni sua vittoria prima della gioia liberava la sofferenza. La sua e quella del mondo intero.