Agorà

L'INTERVISTA. Paoli: «Questi miei 50 anni tra cieli e cadute»

Andrea Pedrinelli lunedì 23 novembre 2009
In questo 2009 in cui Gino Paoli compie cinquant’anni di carriera, avremmo potuto chiedergli di parlarne a distesa. Mica è poco. Basta curiosare nel nuovo cofanetto (due cd e dvd) con cui la celebra. Tra Il cielo in una stanza con Carla Bruni, un film e il regalo, nel dvd, dell’audio del primo lp. La gatta, Senza fine, Sassi… Ma Paoli non è solo questo. E nemmeno solo i capolavori meno noti, nel cofanetto testardamente riletti. Paoli è uno che la vita l’ha guardata in faccia: rischiando di sprecarla, spesso in modo discutibile, sempre da indipendente. Paoli sa di guerra e lutti, è stato alcol e droga, è alfiere del dubbio, ma anche portavoce di parole come onore e pietà. Certo, se bofonchia «sono un lupo solitario, parlo nelle canzoni», si rischia di scoraggiarsi. Ma se sbotta, ridendo, «mannaggia a lei, mi costringe a parlare di certe cose…», forse ci siamo. Forse stavolta Gino Paoli si racconta: oltre la sua, pur immensa, poesia. La raccolta Senza fine inizia con la dichiarazione d’intenti, datata 1977, de Il mio mestiereEcco, ce lo spiega cos’è il suo mestiere, Paoli?«Io scrivo per dare. Non insegnamenti, piuttosto stimoli: a pensare con la propria testa. Ma un artista è anche uno che non riesce ad aprirsi. Io nelle canzoni vado verso gli altri, nella vita no. L’arte è bisogno».Anche con un compito "politico" in senso alto?«Sì, la vera politica la si fa tutti con il proprio mestiere. Non in parlamento: ne so qualcosa. E se l’artista è onesto, aggiunge a quanto tutti vivono una prospettiva nuova, una prospettiva in più».E viene capito? Per dire, il suo ultimo cd, Storie, forma essenziale per temi profondi, è stato capito?«Mah, oggi si accettano pacchetti di pensiero. È dura evidenziare mancanze e domande. In Storie c’è chi ha scambiato un parlare di pietà col perdonare crimini. Invece ci serve la pietas: oggi uno fuori dal coro è subito mostro, mentre siamo tutti uomini».Quindi c’è un’etica, nell’anarchico Paoli?«Non della proibizione. C’è il valore dell’onore. Di agire per potersi sempre guardare allo specchio».Il documentario lei lo apre dicendo: «Sono il prodotto di questi anni». Compresi quelli di alcol e droga?«Il paradiso si vede passando dall’inferno. E io sono anche il prodotto del negativo: perché l’ho compreso. Condannare e basta implica che possa ripetersi».C’è stato un punto di non ritorno, qualcosa che l’ha spinta a crearsi davvero quel «mondo interiore» che nel film indica necessario per un «domani migliore»?«Lei mi chiede delle cose… Quando morì mio padre. Lì capii che dovevo prendermi le mie responsabilità. Litigavamo: ma quando è venuto meno, ho svoltato».E quanto l’ha segnata suo fratello, ucciso dal bere?«Un lutto incide sempre. Però sa, il guaio è che da bimbo ho visto la guerra. Riconosco la morte, ci ho convissuto. E non ne ho paura: è una partenza».In effetti lei canta spesso gioia di vivere, non solo in amore. Ma non canta Dio. Ci pensa, l’ha scartato?«Dubito, ergo sum… Non credo, ma non sono ateo. E cerco di essere onesto con tale modo di essere: se un Dio mi giudicherà, penso dirà che mi comporto bene».Ma cosa vede "dopo"? Io vado con l’anima ne canta…«Il dopo è mio figlio. Anzi, chi ci sarà dopo di me. Non credo affatto che tutto finisca con me. Perciò, mi batto per un mondo migliore di come l’ho trovato».E la musica, che la celebra ma non le ristampa i dischi decisivi, oggi aiuta a migliorare il mondo?«Manca cultura. Ma la cultura è investire a lunga scadenza, l’industria invece ha bisogno di vendere oggi. La cultura crea individui, l’industria vuole la massa».È valsa la pena lasciare la pittura per la musica?«Rimpianti non ne ho: nella musica ho avuto fortuna. E potevo esprimervi le stesse cose che esprimevo nei quadri. Però ci penso alla pittura, sa? E oggi a volte mi ritrovo a disegnare: cinquant’anni dopo».