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L'intervista. Tortorella: «Così è nato il Sanremo dei piccoli»

Angela Calvini giovedì 23 marzo 2017

È morto a Milano Cino Tortorella, l'ex mago Zurlì che per tanti anni ha legato il proprio volto e la propria attività allo Zecchino d'oro. A giugno avrebbe compiuto 90 anni. Riportiamo un'intervista concessa ad Avvenire il 9 gennaio del 2004.

«Sono autore di decine di trasmissioni, ma resto quello dello Zecchino d'Oro. E non mi dispiace affatto». Cino Tortorella per tutti resta Mago Zurlì, nonostante sia stato autore e regista di altri successi della tv dei ragazzi come Chissà chi lo sa condotto da Febo Conti e di molte trasmissioni per gli adulti. E pensare che tutto iniziò con Strehler...

Scusi, Tortorella, ma come è passato da Strehler al Mago Zurlì?

«Ho frequentato nel '52 la Scuola d'Arte Drammatica del Piccolo diretta da Strehler col sogno di fare il regista. Nel '55 fui preso da Enzo Ferrieri come attore e aiuto regista al Teatro del Convegno. Per questa compagnia scrissi nel '56 una pièce teatrale per bambini, Zurlì, mago lì per lì. Giancarlo Dettori era il Mago Zurlì e insieme recitavano Giancarlo Cobelli, Nino Castelnuovo, Ferruccio Soleri. Fu un successo, tanto che un giovane funzionario Rai ci chiese di portarlo in tv. Era Umberto Eco. Ma Dettori rifiutò e in extremis indossai io i panni del Mago Zurlì. Il 3 gennaio del '57 Zurlì il mago del giovedì fu la prima trasmissione a coprire tutto il territorio nazionale».

Con lei nasceva la tv dei ragazzi?

«Esattamente. Ci rendemmo conto del successo nei giorni seguenti. I ragazzi da casa dovevano mandare una cartolina per partecipare al gioco: ne arrivarono subito 50mila, un numero enorme. Era la prima volta che si vedevano dei bambini in tv che non recitavano ma ridevano, scherzavano, giocavano. Io li coinvolgevo come fosse una festa all'asilo o alle elementari, senza nulla di finto».

E allo Zecchino d'Oro come si arrivò?

«Nel '59 alla Triennale di Milano si organizzò il Salone del bambino. Mi inventai per l'occasione una specie di Festival di Sanremo per i bambini e siccome il tema del salone era Pinocchio lo intitolai Lo Zecchino d'Oro. Arrivò una valanga di lettere che ci chiedevano i dischi: ma lo sa che non ci avevamo neanche pensato? Quando il salone chiuse, per fortuna conobbi a Bologna i frati dell'Antoniano che raccolsero con entusiasmo l'iniziativa. Chiamarono per lo Zecchino una ragazzina diplomata in pianoforte, Mariele Ventre».

Qual è il segreto che dopo 45 anni fa dello «Zecchino d'Oro» un programma sempreverde?

«Tutto cambia, ma i bambini non cambiano, non vivono di solo computer, ma fino a una certa età tutti amano le stesse favole. Io ho sempre seguito tre regole. Non offendere i bambini, interessarli e coinvolgerli. Quello che mi spiace è che in questo cinquantenario non si è quasi parlato della tv dei ragazzi. Ma Topo Gigio è il nostro personaggio televisivo più famoso nel mondo». Forse il fatto è che la tv dei ragazzi latita anche nei palinsesti di oggi. «È vero. La mia figlia più piccola ha 11 anni e sono preoccupato. Noi parliamo tanto di bambini, ma poco con i bambini e loro parlano poco con noi. La tv di oggi fa crescere troppo in fretta, e spesso con trasmissioni inadatte ai minori. Io sono appena diventato direttore di una piccola emittente locale lombarda che si propone di essere una tv per famiglie, rispettando 24 ore su 24 il codice di autoregolamentazione».

Ma ci sono delle trasmissioni per ragazzi che lei salverebbe?

«C'è la Melevisione, che però è la foglia di fico per coprire la vergogna della Rai. Una vera tv per i ragazzi dovrebbe tornare su Raiuno. Invece la televisione di oggi non insegna un bel niente ai nostri bambini, anzi spesso diseduca e mostra tanta violenza. E i responsabili delle emittenti se ne lavano le mani riversando tutte le responsabilità sui genitori. Ma quanti di questi non possono stare a casa perché lavorano o non hanno gli strumenti culturali adatti per difendere i loro figli? Non è questione di censura, ma di rispetto per il pubblico».